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Per molti cristiani la vita ha subito una trasformazione radicale quando si sono accorti che il Dio della loro fede e della loro preghiera, o il Dio della loro incredulità e della loro assenza di preghiera, era molto vicino, vivente in essi, nel profondo dello loro essere. A volte il Signore si rivelava a essi dal di dentro, facendo sperimentare la sua Presenza.
Una simile presa di coscienza, meglio, una simile consapevolezza interiore generata proprio dalla Presenza di Dio che la penetrava, è stata la sorte felice di Elisabetta Catez, in giovanissima età, mentre partecipava in pieno agli svaghi mondani. Ne restava segnata, aveva trovato l’Amore.
Ella scrive: «Mi sembra di aver trovato il mio Cielo sulla terra poiché il Cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui l’ho capito, tutto si è illuminato in me e vorrei partecipare questo segreto a quelli che amo in modo che anch’essi, attraverso tutto, aderiscano sempre a Dio» (L 122). In seguito, l’ha sussurrato «sottovoce» all’orecchio di molti dei suoi amici! Come sarebbe bello se questo fortunato «giorno in cui» accadesse oggi per te, e tu comprendessi il «segreto» oggi più di ieri!
Questo terzo «giorno» continua a scavare il «mistero nascosto nel cuore di Dio», quello di poter vivere «alla presenza di Dio», di trovarvi il «riposo in Dio», offrendogli amore e lode «nel Cielo della nostra anima», specchio della Trinità. Quale onore e quale invito! Vivere l’accoglienza affettuosa dei Tre Ospiti interiori! Ed esserne commensali.
Perché non approfittare di più di questa fortuna inaudita e di questa prospettiva d’«abisso»? Siamo padroni d’un regno e non vi pensiamo… Il nostro cuore profondo è come una casa di cui abbiamo perduto le chiavi e ci accontentiamo di vivere nelle dépendances malsane. Niente di strano se vi stiamo male e ce ne allontaniamo il più possibile. Dio allora ci fa cenno che vuole aprire Lui la casa dal di dentro. Ci invita nella nostra casa e vuole renderci belli come suo Figlio.
Il testo di oggi è molto, molto elevato – per noi che viviamo spesso troppo terra terra. Ciò che annuncia, tuttavia, costituisce l’essenza del messaggio cristiano, destinato a tutti. È l’essenza del Nuovo Testamento: rivelazione di Gesù, ascoltata (e riascoltata nello Spirito Santo) da uomini come Giovanni, Matteo, Pietro, da Paolo a suo tempo; e da donne come Maddalena, Marta e altre samaritane e peccatrici.
Elisabetta ama tanto meditare e approfondire questi «segreti» rivelati per tutti. E il suo cuore ricco, entusiasta e fraterno trasmette il messaggio. Non consente di lasciarci in una falsa pace, dopo che lei ha compreso i grandi desideri di Gesù. Avanti, dice, avanti, siamo destinati a cose più grandi, siamo immensamente ricchi! Immergiamoci in questo mondo interiore! Al di là delle nostre attività esteriori, arricchiamo il nostro essere profondo! Dio ci ha eletti, ci ha scelti, me, te, tutti. Fino alla santità «nella carità»! Elisabetta insiste oggi su questa santità, ma proponendo una santità alla «presenza di Dio», realizzata in definitiva attraverso il «contatto» con Dio, che – lui – ci «renderà» santi, a immagine del Figlio suo.
Così, resa «immacolata e santa» da Dio, come Paolo propone ad ogni cristiano, Elisabetta potrà adempiere pienamente al suo compito, al suo «ufficio di lode di gloria». Ha pensato a Maria, immacolata e santissima? Senza dubbio, ma qui non ne parla, lo farà il quindicesimo «giorno».
In un certo senso Elisabetta va ancora più a fondo: non sarò un riflesso di Maria, ma della stessa Trinità – riflesso, certo, sempre limitato: come Maria lo è stata con uno splendore ineguagliabile! Sarò «trasformata in luce» dal Padre, trasformata «per la potenza del Suo Spirito, nella sua propria immagine»: immagine che è il Figlio, Gesù. Sarò «un cristallo puro e senza macchia», e la Trinità potrà contemplare in me «il suo proprio splendore». Così sarò «una specie di riflesso della sua gloria». Quale mirabile circuito di luce potrà attraversarmi!
Ed Elisabetta della Trinità, che ama tanto il bello, pensa alla «gioia immensa che darà al cuore di Dio». Il Creatore avrà potuto realizzare finalmente il suo «sogno»! Fa’ attenzione alla nota affettiva della parola «sogno» e a tutto l’amore di cui sarai oggetto quando Dio troverà Dio in te.
Nel testo di oggi ritorna a più riprese il termine «semplicità», quella di Dio e quella dello sguardo contemplativo, termine che Elisabetta attinge dalla sua lettura recente del mistico fiammingo Ruysbroec. Più che un’attitudine di discrezione, di umiltà e di assenza d’artificio, la parola «semplicità» esprime qui una profonda unità interiore a livello dell’essere, dove ogni divisione, ogni doppiezza è assente come in Dio, o almeno tende sempre più a scomparire.
Va sottolineato quanto sia esigente ciò che presuppone una tale«semplicità di sguardo». La semplicità equivale qui ad una pienezza di donazione di sé, ad una immersione pura e amante nell’Altro.

(Conrad de Meester – OCD)

Il testo di Elisabetta

6. «Siamo stati predestinati secondo il disegno di colui che tutto compie in conformità del suo volere, per essere a lode della sua gloria» [Ef 1,11-12]. È san Paolo che ci rivela questa elezione divina, san Paolo che penetra così a fondo «il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio» [Ef 3,9]. Adesso ci illumina su questa vocazione cui siamo chiamati. «Dio, egli dice, ci ha scelti in Lui prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» [Ef 1,4].
Se metto a confronto queste due presentazioni [cioè: la predestinazione a essere «lodi di gloria» e, insieme, ad esserlo vivendo alla presenza e nell’amore di Dio] del piano divino ed eternamente immutabile, ne deduco che per attuare degnamente il mio ufficio di Laudem gloriae, mi devo tenere, attraverso tutto, «alla presenza di Dio». Ma non basta: l’Apostolo aggiunge «in charitate», cioè in Dio, «Deus Charitas est…» [Dio è carità (1 Gv 4,16)] ; è il contatto con l’Essere divino che mi renderà «immacolata e santa» ai suoi occhi…

7. Riferisco tutto questo alla bella virtù della semplicità di cui un pio autore [Ruysbroec] ha scritto : «Essa dona all’anima il riposo dell’abisso», cioè quel riposo in Dio, Abisso insondabile, preludio ed eco di quel sabato eterno di cui parla san Paolo dicendo: «Noi che abbiamo creduto potremo entrare in quel riposo» [Eb 4,3].
I glorificati godono di questo riposo dell’abisso perché contemplano Dio nella semplicità della sua essenza. «Essi lo conoscono, dice ancora san Paolo, come sono da lui conosciuti» [1 Cor 13,12], cioè per mezzo della visione intuitiva, dello sguardo semplice; e questo perché, continua il grande santo, «veniamo trasformati in quella medesima Immagine di gloria in gloria, per la potenza del suo Spirito» [2 Cor 3,18]; allora essi sono una incessante lode di gloria all’Essere divino che contempla in essi il proprio splendore.

8. Mi sembra che darebbe gioia immensa al Cuore di Dio esercitarsi nel cielo della propria anima in questa occupazione dei beati e aderire a Lui con questa contemplazione semplice, che avvicina la creatura allo stato di innocenza nel quale Dio l’aveva creata prima del peccato originale, «a sua immagine e somiglianza» [Gen 1,26]. Questo è stato il sogno del Creatore: potersi contemplare nella sua creatura, vedervi risplendere tutte le sue perfezioni, tutta la sua bellezza come attraverso un cristallo puro e senza macchia; e non è questa una specie di estensione della sua propria gloria?…
L’anima, per la semplicità dello sguardo con cui contempla il suo divino oggetto, si trova separata da tutto quello che la circonda, separata anche e soprattutto da se stessa. Allora essa risplende di quella «conoscenza della gloria divina», di cui parla l’Apostolo [2 Cor 4,6], perché permette all’Essere divino di riflettersi in lei e di comunicarle tutti i suoi attributi. Davvero quest’anima è la lode di gloria di tutti i suoi doni; ella canta, attraverso tutto e in mezzo alle occupazioni più banali, il canticum magnum, il canticum novum…[grande cantico, cantico nuovo (vedere Ap 14,3)] e questo cantico fa trasalire Dio fin nelle sue profondità…
«La tua luce, potremmo dire con Isaia [Is 58,10-11.14], brillerà tra le tenebre, la tua oscurità sarà come il meriggio. Il Signore ti farà godere di un perenne riposo, inonderà la tua anima del suo splendore, darà vigore alle tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente, le cui acque non inaridiscono mai[…] Io ti farò calcare le alture della terra…».

(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)

 


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