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Al Carmelo

«Spera in me che sono misericordioso»

Secondo la consuetudine del tempo, Marianna veste subito l’abito religioso «con grande giubilo di cuore e tenerezza d’affetto verso Nostro Signore» mentre i circostanti si stupiscono nel vederla «così intrepida», perché «avendomi veduta sempre così alegra e gioviale» non riuscivano a capacitarsi che volesse proprio farsi monaca, e per di più carmelitana scalza! Ma i presenti non immaginano lo strazio del cuore della giovane postulante nel separarsi da sua madre: «Mi pareva che il sangue si fosse congelato indosso, restando così pallida come se mi fosse venuto qualche vanità».

Suor Maria degli Angeli ci ha lasciato rapide ma efficaci pennellate sul dramma dei suoi primi mesi di esperienza religiosa. Dio le fa sperimentare la durezza dell’osservanza religiosa. L’amabile compagnia delle sorelle, che dovrebbe animarla, comincia ad annoiarla; la solitudine che soleva esserle di conforto, ora l’affligge; la volontaria privazione delle grandezze terrene diviene, ora, un peso insopportabile. Ecco il difficile quadro degli inizi di vita al Carmelo: lotte interne, aridità nella preghiera, ripugnanza «a tutto quello di osservanza, e particolarmente alle mortificazioni e penitenze. Nell’entrare in refettorio mi pareva di sentire tutte le puzze del mondo… e non potevo mangiare… Tenevo gran avversione alle monache e particolarmente alla mia Maestra».

Nostro Signore non si volse far sentire
Marianna lotta tenacemente contro la sua sensibilità, cercando aiuto e conforto nella preghiera. Ma dove prima ogni dolore e affanno veniva come sommerso, ora non trova nessun conforto. Ricorda: «Nostro Signore non si volse far sentire. Passai li primi giorni facendo gran resistenza alle lacrime, ma il terzo ne gettai tanto in abbondanza che le povere monache erano tutte afflitte e sconsolate».

Il suo ricorso a Gesù diventa sempre più frequente, ma invece di ricevere luce, si trova immersa in un’oscurità sempre più fonda. Intanto il demonio non perde tempo: le riporta alla mente le tenerezze della mamma e le contrappone il giogo insopportabile di quella vita penosissima. Le fa credere che siano ingratitudini verso Dio i pensieri e le ripugnanze che prova. Nel timore di aver offeso il suo Dio, suor Maria vive immersa nella sfiducia e nell’avvilimento.

Le frequenti visite della mamma rendono più acuta la sua sofferenza: «Mi diceva che non poteva mangiare né dormire e che non faceva altro che dire: « O cor crudele d’una figlia, lasciare sua madre tanto sconsolata!». Ed altre simili, e me le diceva con sì gran tenerezza d’affetto che mi faceva crepar il cuore». In questo stato avrebbe trovato subito grande sollievo se avesse aperto il suo cuore e manifestate le tentazioni alla sua Maestra e al suo Direttore spirituale. Ma il demonio approfittò della sua naturale timidezza per impedirle di aprirsi, insinuandole il timore che se si fosse confidata, l’avrebbero rimandata a casa. Lei stessa ammette che «davo molta pena alla mia Maestra, perché mi vedeva molte volte piangere, e non poteva gavarmi niente…», perché lei taceva e faceva la «ritenuta».

Rileggendo questo periodo alla luce della sua sofferta esperienza spirituale, la protagonista fa un’acuta osservazione quando annota che: questa fu la prima trappola del demonio, e molto dannosa, «perché se mi fossi scoperta, il tutto sarebbe sparito, che questo è il proprio del demonio: di fuggire quando si vede scoperto». E commenta con finezza: «O Dio, quanto danno mi ha fatto questa «cacciardarìa» (ostinazione): è stata la mia rovina! Gode un paradiso un’anima che va col cuore aperto da’ suoi Superiori; ma io ho goduto un inferno e forse senza merito, se ben la causa era per tema che mi gettassero fuori del convento, come avrei meritato mille volte».

In una situazione del genere sarebbe stato molto facile rimandarla davvero se le responsabili della formazione non avessero intuito nella giovane novizia delle qualità eccezionali. Lei stessa confessa umilmente: «Dio permise che mia Maestra mi amava tanto, che copriva li miei mancamenti». Non li copriva, ma sapeva spettare.

I mesi trascorsero lenti e suor Maria arrivò alla primavera dell’anno successivo. Il giovedì santo del 1677 si mise a letto per «una gran febbre terzana doppia con una debolezza di stomaco, che non potevo tener un rosso d’ova». Vi rimase «fino all’Ascensione di Nostro Signore». Se avessero avuto dubbi sulla autenticità della sua vocazione, le monache di S. Cristina avrebbero avuto un ottimo pretesto per rimandarla a casa. Invece la sollecitarono a pregare per impetrare la grazia della guarigione. Difatti, «mi andai riprendendo e mi tornò il mio buon colore, e stavo ben istante come prima».

La Beata non precisa se a causa della salute o per altri motivi «mi ritardarono la Professione dalli 20 novembre sino alli 14 di dicembre».Le cose si complicarono però per una ulteriore sfuriata della mamma che, mentre Suor Maria era già in esercizi spirituali per la professione, sollevò un’altra briga per la dote.

«Bisognò che sortissi dalli santi esercizi senza la professione. Oh, quante lacrime e sospiri mandava al cielo e quanti proponimenti d’esser più buona per l’avvenire!… Il demonio faceva tutti i suoi sforzi per farmi sortire di Religione. Credo che andasse a fomentare mia Madre perché, essendo lei buonissima cristiana e anima ben timorata di Dio, ero stupita nel sentirli a dire simili parole. Mi diceva: “Venite, mia figlia, a casa. Vostro fratello vi desidera, vostra sorella ancora. Che volete fare con quelli demoni?”», ed altre parole ben pesanti».

La madre Maestra, presente alle invettive della contessa, perse la pazienza e stava per andare dalla priora decisa a «farmi sortire in quel ponto… io la pregai tanto che con l’aiuto di Dio, si quietò». La povera novizia era in una angoscia mortale, non sapendo a chi rivolgersi per uscire da una situazione tanto penosa. Supplicò il Signore di aiutarla e si senti rispondere: «Figlia, questo è in castigo delle tue infedeltà, ma spera in me che sono misericordioso»: parole che evidenziano forse per la prima volta uno dei temi, quasi il leit-motiv della sua spiritualità: da un lato la lucida consapevolezza della propria fragilità, dall’altro la certezza della infinita misericordia di Dio. La burrasca si placò per l’intervento del cappellano di famiglia, invocato da suor Maria a fare da intermediario tra la famiglia e il monastero. Finalmente il 26 dicembre 1677 Marianna poté emettere la sua professione religiosa.

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