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Sulle vette

Ma molto più ricco e interessante é il carteggio di Suor Maria con il direttore spirituale. Esso permetterebbe di seguire di mese in mese, di anno in anno la singolare vicenda spirituale della Beata e di ammirare da una parte la sua straordinaria umiltà, sincerità, costanza nella lotta, e dall’altra il fine intuito psicologico del Padre Lorenzo, di cui sono state conservate le risposte inviate di volta in volta all’interessata. Tutto questo materiale meriterebbe un discorso a parte; ma ci accontentiamo di accennare all’ultimo tratto del cammino spirituale della Beata.

Dalle lettere risulta che il lungo periodo di purificazione si concluse all’inizio del 1691, come si può vedere dalla lettera del 21 luglio 1691 al padre Lorenzo: «Sono sette mesi che per grazia di Dio hanno terminato li miei travagli interiori».

Leggendo attentamente quanto scrive negli anni successivi e le testimonianze rilasciate per i Processi di beatificazione, si comprende che la Beata raggiunse in quel tempo le vette dell’unione mistica descritta da S. Teresa nel Castello interiore e da S. Giovanni della Croce soprattutto nel Cantico spirituale e nella Fiamma viva d’amore.

Nell’ultima fase della sua esistenza terrena la beata Maria degli Angeli fu, infatti, favorita da Dio di grazie sublimi, riservate a pochi fortunati nella storia della mistica cristiana. Il corpo era martoriato da continue sofferenze, ma l’anima viveva ormai nella pace inalterata della piena comunione con Dio. Le visioni si facevano via via più sublimi, accompagnate da una comprensione sempre più profonda dei divini misteri.

Da parte sua ella cercava di mantenere il più grande riserbo su questi segni di straordinaria predilezione da parte di Dio, ma a volte, pressata dalle insistenti domande dei superiori, era costretta a svelare i suoi segreti più intimi. Ne riferiamo qualcuno, riportato dai biografi e testimoniato ai Processi.

Il giorno dell’Ascensione del 1716, la Madre si trovava costretta a letto in preda ad atroci sofferenze, accettate con la consueta dolcezza e pazienza. Le consorelle, conoscendo il suo amore per l’Eucaristia, pensarono di farle piacere invitando il confessore a portarle la comunione in cella. Ma la Beata se ne mostrò rattristata: era lei che doveva andare da Gesù e non viceversa! Perciò l’indomani mattina, con grande fatica, si trascinò fino al coro per partecipare alla Messa e ricevere Gesù. Al momento della comunione fu presa da un desiderio cosi ardente di riceverlo, che si sentì ancora più male. Il Signore allora le si manifestò in tutto lo splendore della sua bellezza e con grande tenerezza le disse: «Se tu ti allontani da me per riverenza, io invece mi avvicino a te per dilezione». Accostandola quindi alla piaga del costato, la inebriò di celeste gaudio, quanto è permesso a creatura umana senza morire.

Tale avvenimento mistico la preparò a un altro molto più elevato, tra i più insigni concessi a una creatura: si tratta di una straordinaria e altissima comprensione del mistero trinitario. «L’anima ne riceve una chiarissima intuizione e partecipa in qualche modo alla gloria della SS. Trinità. È una luce sfolgorante che investe l’anima per qualche istante, ma la segna con una nostalgia ineffabile di cielo. Comprendere come il Figlio sia nel Padre e come tutti e due spirino l’Amore; conoscere le ragioni dell’unità e molteplicità di Dio e comprendere come tutti i suoi attributi convengono in Lui in una mirabile unità. Quando questa conoscenza viene partecipata a una creatura ancora priva del lume della gloria, deve essere considerata come uno dei più grandi favori divini e come uno dei segni più evidenti della pienezza d’amore cui è giunta l’anima».

L’avvenimento si impresse con tanta forza e soavità nell’anima della nostra Beata, da non potersi cancellare mai più: le tre Persone divine le erano continuamente presenti e questa grazia le faceva sperimentare la dolcezza e la pace inesprimibile della piena comunione col mistero di Dio.

Ai fenomeni straordinari che la infiammavano d’amore per Dio e la sollecitavano a un amore ardentissimo per la salvezza dei fratelli, per i quali non si risparmiava terribili penitenze riparatrici, accompagnò una profondissima umiltà che la rese sempre più consapevole della gratuità dei doni ricevuti e della povertà della sua risposta.

Dalla pienezza della sua vita interiore scaturivano la sua carità, la sua fede, il suo zelo per le anime, che la rendevano instancabile nel donarsi alle consorelle e a chiunque la interpellasse per qualsiasi necessità. La comunione dei santi «era per lei dottrina di vita che santamente la tormentava e stimolava perché, rendendosi preghiera vivente e ostia di penitenza, per il suo amore Dio avesse gioia nella salvezza dei peccatori e nella liberazione delle anime purganti».

Centro e cuore della sua spiritualità è l’amore a Gesù Crocifisso «l’offeso Signore», pieno di misericordia, sempre pronto ad accogliere la pecorella smarrita. «Non vede che fa ingiuria al suo benignissimo e misericordiosissimo Signore, la cui misericordia sorpassa infinitamente tutte le nostre malizie e li fa scordare tutte le nostre colpe? » scrive ad una signora scoraggiata al ricordo dei propri peccati.

Altrettanto forte e delicato l’amore a Gesù nell’Eucaristia: cercava di inculcarlo anche nelle persone che si affidavano alla sua guida spirituale. Dando a una di esse suggerimenti sul come accostarsi alla Comunione, solleva involontariamente il velo sul fuoco d’amore che la divora: «Cerchiamo il Signore Iddio, dolce amor nostro, e stringiamolo al cuore… Su, anima mia, non senti che il dolce Gesù ti invita per cibarti di se stesso? O Amore, o Amore! E come non si infiamma questo mio cuore freddo, agghiacciato, tutto insensibile a questo dolce invito?».

Ci limitiamo a queste brevi sottolineature, ma l’approfondimento della spiritualità della Beata Maria degli Angeli richiederebbe ben altro spazio. Tuttavia è necessario notare che i tratti salienti della sua spiritualità, per certi aspetti rientrano nell’alveo della religiosità del tempo – penitenze straordinarie, culto dei santi…; mentre per altri se ne distaccano nettamente. Colpisce, infatti, scorrendo attentamente le sue lettere:

  • l’insistenza con cui invita a non scoraggiarsi mai, a confidare nell’infinita misericordia del Signore, «l’Offeso», da cui non bisogna allontanarsi, qualunque sia il nostro peccato.
  • l’importanza data alle piccole cose: «Procurate di far sempre caso delle piccole cose, e così non cadrete facilmente nelle grandi».
  • il grande abbandono in Dio: «Mettete la vostra propria volontà nelle mani di Dio, e così facendo, verrete a tirare quella di Dio nelle vostre mani».
  • la fiducia: «Il tenersi angustiate per l’errore commesso, non piace a Dio e non è umiltà buona; ma con confidenza dite: «Lasciate, Signore, che io torni ad amarvi!».
  • la grande devozione a S. Giuseppe: nel 1696 ottenne che il santo fosse proclamato compatrono di Torino. A lui dedicò il nuovo monastero fondato a Moncalieri nel 1703.

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