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Impronta teresiana

di P. A. Pigna

CarmelitaneMoncalieri-083Nel cercare di viverla con la maggior perfezione possibile» S. Teresa ha dato alla Regola carmelitana un’impronta nuova, conseguenza della personale e singolare ricchezza di doni elargiti a lei dal Signore. Tale impronta riguarda in modo speciale l’ideale contemplativo e la sua dimensione apostolica.

L’ideale contemplativo del Carmelo viene da Teresa caratterizzato e perseguito con una visione ed una pratica particolare della orazione mentale, da lei proposta come pilastro portante di tutto l’edificio spirituale. E ciò a tal punto da identificare il cammino della santità con il cammino stesso della preghiera. Il libro da lei scritto per insegnare alle sue figlie la via della preghiera sarà intitolato, appunto: Cammino di perfezione. Tale ideale contemplativo viene, poi, da Teresa arricchito di una essenziale componente apostolica, al punto che è proprio l’esercizio della contemplazione più pura che costituisce l’apostolato più efficace. Mentre nella tradizione domenicana l’unione tra contemplazione e azione veniva espressa con il motto: « contemplata aliis tradere » e in quella ignaziana con: « contemplativus in actione », in quella teresiana la sintesi si realizza con il motto: « apostolus in contemplatione ». Nella prima si sottolinea l’origine dell’apostolato dalla preghiera; nella seconda la reciprocità e la compresenza dei due aspetti; nella terza l’identificazione sostanziale.

1. Impegno di preghiera.

Possiamo dire che l’orazione costituisce la prima ed essenziale caratteristica della forma di vita teresiana. Per la S. Madre l’orazione non è un elemento importante della vita ed una condizione essenziale del progresso spirituale; essa, come detto, è semplicemente il riassunto di tutto, ed il cammino stesso della santificazione. Al pari della carità, anche la preghiera è sintesi e perfezione della vita, e questo per il semplice motivo che, per Teresa, pregare non è altro sostanzialmente, che amare. Unendo in modo così intimo e profondo la preghiera con la carità, Teresa pone le basi e offre la giustificazione teologica per affermare che la perfezione della preghiera è la perfezione della vita e che, pertanto, uno stile e forma d’esistenza tutta imperniata sulla pratica e lo sviluppo della preghiera costituisce un completo ed efficacissimo itinerario di santificazione. Noi siamo fatti per arrivare all’incontro perfetto con Dio, « volere o non volere… tutte, benché in maniera diversa, camminiamo alla volta di questa fonte, ma credetemi e non lasciatevi ingannare da nessuno: la strada che vi conduce è una sola, ed è l’orazione ».

Da questo presupposto segue spontaneo l’impegno a ricercare e coltivare tutti i mezzi che favoriscono la pratica della orazione e ne permettono lo sviluppo. Il silenzio, la solitudine, il distacco, la clausura, l’ascesi, una vita comunitaria tutta soffusa di fraternità, semplicità e spirito di servizio hanno nella preghiera la loro principale ragione e il loro fulcro. Tutto è in vista della comunione d’amore con Dio e tutto è da esso animato e sostenuto.
Per la carmelitana il silenzio non è chiusura in se stessa, ma apertura e ascolto dell’Altro; la solitudine non è isolamento, ma ricerca dell’incontro a tu per tu; l’ascesi non è disprezzo o indifferenza, ma processo di liberazione per fare spazio a Dio; la clausura non è fuga e paura, ma cura delicata e attenta per custodire l’intimità più gelosa dell’amore e difenderla da intrusioni estranee. Chi ha la grazia di capire, sa perfettamente che la clausura non è motivata dalla paura del mondo, ma dall’interesse esclusivo e dall’attrazione totalizzante verso «il tesoro nascosto»; non dal rifiuto della vita, ma dall’attaccamento esclusivo a Cristo e dal bisogno di tenere sempre desto e sovrano il desiderio di Lui. Tutto è originato e regolato dalla passione di conformarsi al proprio sposo e di parteciparne la vita e la missione, che è la redenzione degli uomini per la gloria del Padre.
Questo riferimento alla missione ci offre lo spunto per passare all’altra fondamentale caratteristica della spiritualità teresiana: lo zelo apostolico.

29-perini_2015-0282. La contemplazione «apostolica

La storia della Chiesa insegna che l’apostolato passa soprattutto attraverso l’esercizio dell’amore che spesso si traduce nella offerta del pane materiale, nella promozione dell’istruzione, nell’annuncio della buona novella, nella preghiera e nel sacrificio per ottenere la grazia della conversione e per pagarne il prezzo. Uno dei motivi per cui anche Teresa si sentì spinta ad intraprendere l’iniziativa della Riforma fu proprio il desiderio appassionato di salvare le anime che la visione dell’inferno le suscitò dentro: « mi venne una grandissima pena per la perdita di tante anime, … e desideravo grandemente di lavorare per la loro salute, sino a sentirmi pronta a sopportare mille morti pur di liberarne una sola da quei terribili supplizi ». Ma c’è soprattutto un altro aspetto della missione che il Carmelo vuole evidenziare, e che consiste nel proclamare con tutta l’esistenza, sulla scia del suo profeta Elia, che il Signore è il signore, che Lui solo è Dio, che Lui solo merita la nostra lode, che Lui solo basta. Dire, annunciare, promuovere sempre più la gloria del Signore perché tutti, alla fine, attraverso una vita santa diventino «lode della sua gloria». Ecco la vocazione e la missione propria delle carmelitane.
Riconoscere che Dio è Dio e dedicare tutta l’esistenza ad amarlo, lodarlo, glorificarlo comporta necessariamente anche il desiderio che sia da tutti amato, lodato, glorificato. Dall’amore per Dio nasce inequivocabilmente lo zelo apostolico. Ma anche nella sua proiezione apostolica la carmelitana va direttamente a Dio. Il termine immediato del suo zelo è sempre la gloria di Dio. Anche quando si consuma ed offre la vita per salvare i peccatori, lo fa soprattutto perché il suo Signore sia amato e glorificato. «Fare amare l’Amore» è la sua aspirazione suprema.

Di fronte alle offese che Dio continuamente riceve, che cosa può fare un’anima innamorata se non intensificare l’amore e la lode? Di fronte ai sacrilegi e alle profanazioni che Gesù continuamente subisce nel suo sacramento di amore, come non impegnarsi con tutte le forze per consolarlo e riparare? Di fronte alla perdita di tante anime che Gesù ha redento con il suo sangue, cosa può fare una sposa fedele se non immolarsi totalmente per aiutare il suo Signore a salvarle e a procurargli degli amici? « Desideravo grandemente, e lo desidero tuttora, che avendo il Signore tanti nemici e così pochi amici, questi almeno gli fossero devoti. E così venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me: osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione e procurare che facessero altrettanto le poche religiose di questa casa ».

Lo zelo per la salvezza delle anime non è, per la carmelitana, un dovere da compiere, ma un bisogno del cuore. Un cuore traboccante di amore e di tenerezza per il suo Signore. C’è chi lo dimentica, chi lo rifiuta, chi l’offende. Chi compenserà tanta ingratitudine? S. Teresa e le sue figlie si sentono chiamate e si dedicano decisamente a questo: dare amore al Signore e procurare altri amici che lo amino, perché solo l’amore lo glorifica in pienezza e solo l’amore dilata il suo Regno. S. Teresina, che trova nella preghiera, nella sofferenza e nell’amore più nascosto, la realizzazione di tutte le sue smisurate ansie apostoliche, riassumerà il tutto con questa efficace espressione: « Tutto quello che ho fatto era per far piacere al buon Dio, per salvargli anime ».
Come Mosè sul monte, con la preghiera ella sostiene tutta la Chiesa nel suo difficile cammino e forma operai evangelici che salveranno milioni di anime mentre con la sofferenza, che « sola può generare le anime», ne paga il prezzo.

L’apostolato carmelitano, fatto di silenzio, di solitudine, di sacrificio, di offerta e di preghiera dove la perfetta comunione dell’amore si traduce in ricchezza di vita e di santità per la Chiesa e per il mondo, trascende in efficacia ed estensione tutte le altre forme e tutte le altre opere. Così la contemplazione teresiana non solo non chiude nell’intimismo, ma apre il cuore agli orizzonti di Dio e diventa la sorgente prima e più efficace dell’apostolato ecclesiale.

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3. Una vita tutta per Dio e solo di Dio

Per quanto riguarda lo stile, la forma e l’ambiente di vita del Carmelo teresiano potremmo dire che esso è tutto permeato e soffuso dal senso della presenza di Dio e dal desiderio profondo di ricerca e di comunione con Lui. È la tipica «dimensione teologale» della vita che, in effetti, motiva, sostiene, caratterizza la vita carmelitana. In fondo, come insegna S. Giovanni della croce, tutto si riduce all’esercizio delle virtù teologali.
Proprio perché si tratta di una vita « abscondita cum Christo in Deo », che vuole, cioè, tutta espandersi all’interno del mistero di Dio e perdersi nell’insondabile sua immensità, essa è innanzitutto una vita di fede che per definizione è conoscenza oscura ed ha per oggetto valori che non si vedono. Vivere e crescere nella fede non vuol dire raggiungere una maggiore penetrazione e evidenza della verità, ma una maggiore consapevolezza della ineffabilità di Dio e un senso sempre più profondo, incombente e invadente della sua infinita grandezza. La fede che introduce nella intimità di questo mistero produce un certo senso di sbigottimento e di profonda adorazione, e suscita allo stesso tempo, un vivo desiderio di lodare e di ringraziare. In effetti, che saremmo e che faremmo noi se Egli non fosse il Dio «nostro» e noi non fossimo «suoi»?

Poiché, dunque, di fronte alla immensità di Dio che si degna di farci suoi e di essere nostro, non c’è che da adorare e ringraziare, la vita della carmelitana che si inoltra nel mistero di questo Dio non ha bisogno di espressioni e manifestazioni esuberanti, ma solo di silenzio, di raccoglimento e, diremmo, di impenetrabilità di fronte a sguardi estranei e notizie profane.

L’adorazione e il ringraziamento nascono e tengono continuamente vivo il senso della presenza di Dio, una presenza che riempie tutto, fino a diventare l’ambiente e l’atmosfera in cui la carmelitana si muove e respira. Nel vivere questa presenza essa è continuamente stimolata ad approfondirla e ricercarla. Ed è in questo totale orientamento contemplativo della vita che trova la sua ragione definitiva l’ascolto assiduo della Parola di Dio per conoscerlo sempre meglio e la pratica della orazione mentale per incontrarlo sempre più intimamente.

Per la carmelitana la conoscenza di fede è tutta orientata alla esperienza di Dio. Ecco perché le ore di orazione mentale in cui converge e si evidenzia l’impegno contemplativo del Carmelo, non sono mai vissute come momenti di semplice riflessione personale, ma come un dialogo in cui la parola del Signore e la polarizzazione della mente e del cuore in Lui debbono acquistare uno spazio sempre più totale. È tipico della tradizione teresiana guardare e praticare l’orazione – e le «pratiche» in cui prende corpo – , come un esercizio per incontrare ed assaporare Dio. Un ideale alto ed esigente che comporta una radicale purificazione della vita, per cui il cammino dell’orazione procede tra notti ed oscurità, difficoltà, aridità e prove di ogni genere. Ma tutto questo viene affrontato con coraggio e perfino con gioia, proprio perché serve alla purificazione, opera la trasformazione e prepara l’incontro.

S. Teresa e S. Giovanni della croce hanno insegnato in modo inequivocabile che l’itinerario contemplativo del Carmelo non dipende dall’acume dell’intelligenza, dall’ampiezza della cultura o dal moltiplicarsi dei corsi di psicologia, pedagogia o teologia. Tutto ciò potrà forse servire a tante cose, ma non risulta che abbia mai fatto della carmelitana una contemplativa.
La via è un’altra, ed è quella della purificazione misteriosa e radicale della fede che spoglia e crocifigge, e dall’assiduo e fedele ascolto del Signore. « Lui stesso vi dirà quel che dovete fare per accontentarlo » insegna la S. Madre, e S. Giovanni ribadisce: «Fissa gli occhi su di Lui e vi troverai tutto».

Nella spiritualità carmelitana occupa un posto importante il legame ideale con la tradizione profetica che fa capo ad Elia il Tesbite. Il profeta è colui che non solo rivela e ricorda il progetto di Dio, ma lo realizza ed anticipa nella sua vita, riproponendolo al popolo quando questi si lascia sviare dall’attrattiva di beni fallaci e di idoli falsi. La viva attesa del Signore e l’anticipazione nel tempo delle realtà future hanno sempre costituito un ruolo centrale nella vita del Carmelo. Questo atteggiamento, in tutti i suoi risvolti di ricerca, desiderio, aspirazione, nostalgia, distacco, costituisce in sostanza la sua vita e l’occupazione che riassume e dà senso a tutte le altre.
Un’attesa simile impone un dinamismo vivace che sollecita e sostiene il cammino di ascensione della santa montagna, nonostante le difficoltà. Esso non si esprime tanto in opere esteriori quanto piuttosto nel trasformare la vita in un continuo atto di culto a Dio e nell’orientare tutti gli sforzi alla ricerca e alla contemplazione del suo volto. L’esperienza di Elia che nell’Horeb incontra Dio «faccia a faccia» si perpetua in certo modo in ogni monastero che ha fatto proprio programma di vita il «voglio vedere Dio» di S. Teresa di Gesù e, sotto la guida di S. Giovanni, si prepara con decisione a scalare il mistico monte della perfezione.
Suor Eufrosina di s. Maria Maddalena (1680-1719), che è stata una delle prime consorelle del monastero di Moncalieri, spirò proprio con questo programma sulle labbra: « Voglio andarmene dal mio Gesù ».

Il desiderio e l’anelito dell’incontro è tanto vivo che non ci sono difficoltà capaci di impedire l’ascensione. E quando questa si arresta, quando ci si spaventa, ci si ferma e si torna indietro, allora si realizza una vera catastrofe. Infatti, come chiaramente mostra il celebre disegno di S. Giovanni della croce sulla salita del monte Carmelo, non ci sono vie di mezzo. Le vie alternative non portano da nessuna parte, per cui o si procede irremovibili verso la meta « succeda quel che vuol succedere », o si finisce nel fallimento. Per la carmelitana Dio è realmente tutto, e se non è tutto, allora non è nessuno.
Tutto ciò spiega anche il radicalismo ascetico connaturale alla vocazione carmelitana e perché il santo padre Giovanni, insuperabile maestro e guida nel cammino verso l’incontro con Dio, sia così implacabile nel sottolineare la dottrina del nulla. Per arrivare al tutto che è Dio, bisogna, positivamente, scegliere il nulla di tutto il resto. Solo questa determinazione permette all’unico desiderio adeguato alle sterminate aspirazioni del cuore umano, di crescere sovrano e di dominare la vita. Tale desiderio di possedere Dio, anzi di immergersi in Dio e di essere da Lui totalmente posseduti attraverso la nostra piena trasformazione nel Figlio, è la vocazione ultima di ogni cristiano. Ma per questo non c’è altra strada che la rinuncia totale a se stessi. In questo processo di trasformazione opera e matura la virtù della speranza che fa lasciare tutto per procurarsi il bene supremo, ma è soprattutto la virtù della carità che invade la persona e la proietta in Dio trasformandola in spazio e luogo di una sua particolare presenza.

È importante capire che al Carmelo si sceglie e vive l’ascesi radicale come espressione di amore e come liberazione per fargli sempre più spazio. Non è il desiderio della penitenza che impone una vita austera, ma il desiderio di Dio e il bisogno di appartenere soltanto a Lui . Chi ha trovato in Gesù il suo amore ed è stato conquistato e come rapito dalla sua assoluta bontà e ineffabile bellezza non può fare altro che aderire e tendere a Lui solo. Poiché chi aspetta ascolta, chi ascolta tace, chi ama fugge la confusione, ecco che chi ama e desidera il Signore coltiva necessariamente il silenzio, la solitudine, il ritiro, il distacco.
Il processo di purificazione sempre più radicale della sensibilità, della memoria, della intelligenza e della volontà che scandisce il progresso spirituale della carmelitana, non ha altra ragione che il desiderio e la ricerca del suo Amore.

Quanto più la fede e la speranza informano la vita, tanto più questa viene trasfigurata nell’amore e tutta orientata a compierne le opere in ogni diversa espressione ed applicazione. La carmelitana tende e sosta all’atto puro dell’amore, alla immediatezza del rapporto, ed è per questo che essa è, per definizione e per eccellenza, «contemplativa».
La vocazione carmelitana ha come ideale da raggiungere l’unione con Dio intesa in senso stretto, come esperienza del Signore e trasformazione dell’anima in Lui. Tutto l’insegnamento di S. Teresa e di S. Giovanni ha lo scopo di disporre e preparare a questa unione trasformante. Se è vero che, propriamente parlando, tale unione è puro dono di Dio, è anche certo che la carmelitana, per vocazione, è tenuta a tendervi, cioè ad eliminare dalla propria vita tutto ciò che può impedire tale unione, e a coltivare indefessamente tutto ciò che può disporre ad essa. L’aspirazione del cuore a questa unione immediata è un’esigenza della vocazione carmelitana che ha come occupazione centrale e onnicomprensiva il rapporto a tu per tu con il Signore. Non per nulla la Regola prescrive l’orazione continua che, nello stile di Teresa, trova il suo cardine e il suo alimento nelle ore programmate di «orazione mentale». Abbiamo già ricordato che, in fondo, l’orazione teresiana altro non è che un rapporto di amicizia, un incontro di amore.

Perseverare in questo atteggiamento e in questo impegno, significa rendersi sempre più disponibili all’invasione di Dio, e avvicinarsi sempre più a quel momento supremo in cui ci favorirà dell’unione perfetta con Lui. Che tale incontro trasformante si verifichi (secondo gli insondabili disegni della Provvidenza) prima o dopo la morte non cambia nulla alla vocazione della carmelitana che, come detto, trova proprio nell’orientamento totalitario della vita a questo incontro supremo la ragione, il criterio e la spinta per tutte le sue scelte. Ma l’amore anticipa i tempi e fa pregustare il momento dell’incontro, spingendo anche a adottare tutti i mezzi che lo favoriscono.
Così silenzio e solitudine sono per la carmelitana espressione e nutrimento della vigile attesa di Dio. E la clausura più stretta e più gelosamente custodita, non è una fortezza che racchiude povere persone timorose e smarrite, ma luogo felice dove delle creature fortunate anticipano la convivenza con Dio nella casa paterna.
Ciò che le cronache riferiscono esplicitamente della consorella Sr. Maria Lodovica di S. Giuseppe (1689-1709), la quale « godeva nel monastero un paradiso terrestre », vale in fondo di tutte le monache che vivono in fedeltà la loro vocazione.

La ricerca attiva della intimità con il Signore e l’attesa amorosa dell’incontro definitivo pongono la carmelitana in un atteggiamento interiore di vigile attenzione e di proiezione in avanti. Non c’è posto per rimpianti, nostalgie e ripensamenti. Chi si impegna in questa strada deve tagliare tutti i ponti, senza sottintesi o scappatoie.

Parlando dell’orazione che, come detto, costituisce la «via» della carmelitana, S. Teresa scrive: « Si deve prendere una decisione ferma e decisa di non fermarsi mai. Avvenga quel che vuol avvenire, succeda quel che vuol succedere, mormori chi vuol mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare: ma a costo di morire a mezza strada, scoraggiati per i molti ostacoli che si presentano, si tenda alla meta, ne vada il mondo intero ».
Non ci si può fermare e tornare indietro. Questa spinta ad andare e questo processo di crescita pone in uno stato di continua marcia che esige una fedeltà sempre rinnovata, sempre attuale e sempre giovane. Non si tratta qui di cambiamenti esteriori e di rinnovamento delle strutture, che potranno pur esserci e che di fatto ci sono stati, secondo le indicazioni del Vaticano II che ha imposto anche alle carmelitane la revisione delle Costituzioni, definitivamente approvate nel 1991.

Il «rinnovamento» della carmelitana è di un’altra dimensione: il suo progredire è un inoltrarsi in profondità, per raggiungere l’intimità piena. E man mano che si procede nell’intimo e nel profondo si è meno soggetti e meno condizionati dalle vicissitudini esterne. Chi vive in superficie o vi è chiamato ad operare, ha continuo bisogno di cambiare per adeguarsi ad una società che, come le onde del mare, è in perenne movimento, ma non chi vive in profondità. Chi ha «toccato il fondo”» e sta definitivamente ancorato alla roccia che è Cristo, chi ha rinunciato perfino a valori fondamentali della vita per vivere solo di Lui, non ne sente il bisogno; anzi trova un senso di fastidio di fronte ai cambiamenti continui che, invece, assorbono e sollecitano tanto la mente, la volontà e il cuore di coloro che non hanno ancora trovato il loro ancoraggio definitivo.
L’amore, che spesso si nutre di piccole cose, è capace di dare, anche a queste «piccole cose» tante volte ripetute, una freschezza e una novità inossidabili; e la fedeltà ad esse costituisce la via normale del suo quotidiano progredire e, dunque, della sua perenne novità. Scrive la madre Teresa: « Procurino sempre d’incominciare e d’andare avanti di bene in meglio. Pensino che con le piccole cose il demonio apre la breccia per introdurre di più grandi. Non ci accada mai di dire: questo è un nulla, quest’altro è un’esagerazione, perché sempre grave, figliole mie, è quanto ci impedisce di andare innanzi ».
Nello stesso scritto, parlando delle grandi grazie di orazione così frequenti nei monasteri di allora, osserva: « Coloro che verranno dopo, se leggendo questo scritto, non troveranno quanto ora si verifica, non ne incolpino i tempi, perché non v’è tempo in cui Dio lasci di accordare le sue grandi grazie quando sia servito per davvero. Guardino piuttosto se diano adito a qualche rilassamento, e cerchino di emendarsi ».

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