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Le origini

Un nuovo Monastero sorge a Moncalieri

55-gallino_2010-055Il monastero delle Carmelitane Scalze sorge nel cuore del vecchio centro storico di Moncalieri, ai piedi della zona collinare e quasi protetto e sovrastato dalla imponente mole dei Castello, ricco di tante memorie. Il suono argentino delle due campanelle che si alternano a ritmare la giornata monastica ricorda agli abitanti della zona una presenza discreta, fatta di preghiera, di silenzio, di lavoro operoso, di serena ascesi, di gioiosa comunione di vita, di lode perenne a Dio e amore incondizionato ai fratelli. Una presenza che dura da circa trecento anni e che, nonostante le tormentate vicende storiche dei Piemonte e dell’Italia lungo i secoli, non è mai venuta meno. La beata Maria degli Angeli, profondamente colpita dal fervore e dalla perfezione con cui si vive l’ideale teresiano nel monastero di S. Cristina in Torino si sente ispirata a «erigerne un altro e dar luogo ad altre nobili e piissime vergini, le quali bramose dei sant’abito, non potevano quivi essere ricevute per mancanza di posto». L’altro motivo che la spinge – ed è forse il più forte – è il disagio che soffre per l’eccessiva notorietà di cui gode «da parte de’ Signori principali e delle persone più riguardevoli, ricercandola quando d’aiuto e quando di consiglio… Questi onori erano allo spirito della nostra Venerabile di un gravissimo tormento, onde pensando a sfuggirli, venne insieme a unirsi l’ardore dei suo zelo e quello della sua umiltà. Pensò che con la creazione di un novo chiostro poteva ella allontanarsi da Torino» e da quelle conversazioni. I Superiori, sapendo che difficilmente il Duca avrebbe concesso la licenza per la fondazione, «stante la lite che allora verteva tra questa Real Casa di Savoia e la Corte di Roma» non si decidono a darle il consenso. Intervengono altri fattori soprannaturali che incoraggiano la Beata a insistere per la realizzazione dei suo progetto, e il suo S. Giuseppe le viene in aiuto in modo davvero sorprendente.

Durante una delle sue visite al monastero di S. Cristina, infatti, la Duchessa Anna d’ Orleans si raccomanda alle preghiere della giovane suor Maria per ottenere da Dio il sospirato erede al trono. Ispirata interiormente, la Madre le promette di ottenerle da S. Giuseppe la nascita dei principino, purché il duca conceda la licenza per la fondazione dei nuovo monastero. Esattamente un anno dopo, il 6 maggio 1699, nasce Vittorio Amedeo di Piemonte, ma la licenza reale non arriva perché Vittorio Amedeo II è combattuto tra il desiderio di mantener fede al voto fatto da sua moglie e «l’impegno del sovrano». A toglierlo da ogni incertezza sopravviene un’improvvisa malattia del figlio: «Ritornando nei Sovrani il timore di perdere quel frutto… fecero nuovamente ricorso alla Ven. Madre Maria degli Angioli, pregandola a implorare da S. Giuseppe la sanità dei bambino. Non perdette tempo l’accorto zelo della Ven. Madre, e con una santa intrepidezza rispose: “Non neghino a S. Giuseppe ciò ch’egli domanda e che già gli è stato promesso, ed Egli conserverà ciò che ha concesso”». Il principino guarì e il Duca promise di mantenere fede alla parola data . Intanto la Madre, consigliandosi col B. Sebastiano Valfrè e con i suoi superiori, stava cercando una località adatta per il nuovo monastero e la scelta ormai pareva orientarsi su Asti, dove esisteva un collegio dei Carmelitani Scalzi, che avrebbero assicurato l’assistenza spirituale alle monache e dove c’era la possibilità «di ottenere facilmente un palazzo abbandonato dalla corte che porgeva un sito vago, spazioso, elevato… e in vicinanza dei convento dei Padri».Ma nel frattempo il canonico Antonio Raveri fa sapere che a Moncalieri esiste una «casa con orto in cantone di Porta Piacentina» lasciata a lui, in qualità di esecutore testamentario, da una sua penitente, la vedova Anna Maria Sapino, perché vi si fondi un monastero. La casa è piccola, scomoda, circondata da altre abitazioni, piuttosto distante da Torino e quindi disagevole per i Padri che dovrebbero recarvisi per l’assistenza spirituale… Ma sia il Valfré, che la Beata sono propensi ad accettare l’offerta. S. Giuseppe vuole il suo monastero nella bella cittadina sabauda e ispira anche i superiori ad accettare il piccolo obolo della vedova Sapino. Il duca concede la licenza cercando di venire incontro ai desideri delle monache, ma anche di salvaguardare gli interessi della Città. Ma poiché il suo beneplacito contraddice agli editti emanati precedentemente circa la fondazione di nuovi monasteri, si vede costretto a porre delle condizioni che non potranno essere accettate a Roma. Consapevoli di questo, i superiori insistono perché il sovrano modifichi dette clausole ed egli vi acconsente, inviando alla città di Moncalieri, in data 15 luglio 1701, il beneplacito regio nei seguenti termini: «Avendoci le Religiose Carmelitane di S. Cristina della presente Città supplicati di dare loro il regio Beneplacito per erigere nella Città di Moncalieri un Monastero ad onore dei glorioso Patriarca S. Giuseppe, siamo condiscesi a concederglielo. Che però le presenti di nostra certa scienza, autorità assoluta, e coi parere dei nostro Conseglio abbiamo conceduto, e concediamo alle predette Religiose Carmelitane di S. Cristina il regio nostro Beneplacito per erigere nella città di Moncalieri il Monistero sudetto senza veruna difficoltà, né contraditione. Mandiamo pertanto, e comandiamo a Magistrati, Ministri, e Uffiziali nostri, a chiunque altro spetterà di osservare, e far osservare le presenti. Che tale è la nostra mente. Ma i consiglieri della Città tergiversavano, timorosi che «avesse a ruinare il pubblico bene nell’ammettere una casa in più consacrata al Signore». Informato della cosa, «il Re scrisse con qualche calore alla Città, espressamente comandandole di dover accettare senza dilazione il Monistero». Finalmente, il 7 luglio 1702 il Comune di Moncalieri diede il suo assenso per la fondazione. Ottenuto il Breve Pontificio e gli altri permessi necessari, si procedette alla ristrutturazione della casa della Sapino e, quando tutto fu pronto, l’Arcivescovo di Torino, Michele Antonio Vibò, mandò per la visita canonica al nuovo monastero e per la benedizione il suo Vicario Generale, Mons. Pietro Antonio Trabucco, accompagnato dal Beato Sebastiano Valfrè e dal segretario arcivescovile Vincenzo Grosso. L’inaugurazione avvenne in forma solennissima il 16 settembre 1703, ma tra le fondatrici mancava la Madre Maria degli Angeli, impedita a trasferirsi a Moncalieri dalla espressa volontà del duca e per le sollecitazioni delle monache e delle principesse e dame della nobiltà, che avevano convinto i superiori a non privarle di una presenza così preziosa per la città di Torino. Partirono da S. Cristina la Madre Maria Vittoria dell’Annunziata, in qualità di vicaria, la Madre Serafina Felice di Gesù e la Madre Teresa Eufrasia di Gesù Maria, accompagnate dalle prime due dame di Corte e ricevute al suono di tutte le campane e «con gran pompa» dal clero secolare e regolare e da tutta la cittadinanza. Posto il Santissimo, le monache entrarono finalmente in clausura, felici di ritrovarsi nel loro abituale silenzio. «Non si può comprendere la gioia che si prova in queste fondazioni quando ci si ritrova in clausura – diceva già S. Teresa – lontana da ogni persona del mondo. Qualunque sia l’affetto che ci lega ai secolari, nulla eguaglia l’incomparabile contento di trovarci sole. Come i pesci che, tratti dal fiume con un colpo di rete non possono vivere se non rimessi nell’acqua, così pare delle anime abituate alle acque vive dello Sposo. Sottratte a quel loro elemento e ravvolte nelle reti delle cose del mondo, par veramente che più non vivano, fino a quando non siano rese al loro stato». Felici… e prive perfino del necessario! Nessuno aveva pensato a far trovare qualcosa in dispensa, per cui la prima sera le fondatrici dovettero accontentarsi di qualche boccone di pane «e alquanto dì vino, che era l’avanzo dei muratori, i quali avevano aggiustato l’abitazione… Presero quel poco ristoro, non senza ripugnanza del naturale, dovendo bere ne’ vasi lasciati da gente di poca pulitezza». Ispezionando poi il monastero, scoprirono «che le finestre erano tutte aperte e non v’era il necessario riparo per chiuderle…Penetrando la casa, le officine (laboratori) e le celle, la trovarono in ogni parte non solamente incomoda e umida, ma del tutto povera e sprovveduta. Si erano fatte grandi spese in cose molto superflue, in alzar muraglie e abbellir tetti e non s’era pensato al più bisognevole». Epilogo di sapore squisitamente teresiano che richiama alla memoria la povertà e gli incredibili disagi che Santa Teresa affrontava pur di «vedere una chiesa in più dove il SS. Sacramento fosse adorato». (S. Teresa di Gesù). Il monastero si rivelò troppo angusto, senza alcuna garanzia per la clausura, umido e malsano, tanto che le prime giovani, entrate nel giro di pochi mesi, ne risentirono nella salute. Con duri sacrifici e superando ostacoli di ogni genere, le fondatrici a poco a poco acquistarono tutte le case attigue, ottenendo dal Comune la facoltà di includere nel recinto monastico anche una via «tramediante le case suddette». Furono anni duri, di fervore intenso e di sacrifici generosi, di autentici eroismi vissuti con semplicità e gioia. Il duro lavoro, gli stenti, le fatiche logoravano presto anche la salute e parecchie religiose, giovanissime, morirono nel giro di pochi anni. Tra tutte, una menzione particolare merita la Madre Teresa Eufrasia, donna di eccezionali capacità. Fu lei a progettare l’ampliamento del monastero: «essendosi per suo disegno e assistenza eretto l’edificio materiale, e per la sua gran virtù e osservanza piantato l’edificio spirituale di una più evangelica santità». Era lei «che dirigeva i lavori che erano a farsi» non risparmiando cure e fatiche, generosissima nel provvedere alle sorelle, senza badare a se stessa, tanto che «dormiva nell’inverno in una stanza delle più grandi, che aveva due aperture, in una delle quali non vi era la porta, ed ella alla sera vi metteva contro un quadro». Più di una volta «dormiva sulle tavole per lasciare il suo pagliericcio a una sorella». Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il monastero crebbe bello, sobrio e spazioso, di una bellezza austera, pieno di luce, di sole, aperto su un orizzonte vasto e luminoso che si estende fino alla catena alpina. Fedeli allo spirito della loro S. Madre Teresa, le carmelitane di Moncalieri non risparmiarono sacrifici e fatiche per rendere bella la chiesa il cui disegno, per tradizione orale, viene attribuito Filippo Juvarra. «Nessun documento comprova che l’opera sia da attribuire al grande architetto messinese; è certo tuttavia che l’autore della chiesa del convento delle Carmelitane ama inserirsi nella scia stilistica dello Juvarra, sia nel proporre alterni giochi di pieni e vuoti mediante nicchie e lesene, sia nell’uso di cartelle dai nitidi profili, quanto negli spazi a cartiglio… Il portale di Moncalieri è fiancheggiato da due nicchie, slanciate, sottili, coronate da un timpano semicircolare… Il portale è sobrio e soltanto nella parte terminale si ingentilisce mediante due volute convergenti verso un elemento ellittico posto come se si trattasse di un ostensorio – su di un architettonico basamento.

orari quotidiani

Feriali
S. Messa ore 07,15
Festivi
S. Messa ore 08,00
Vespri ore 17,00
Sabato
ore 17,30 Canto Solenne
della Salve regina

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