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L'amore vuole opere

Educanda a Saluzzo

Marianna segue con diligenza i suggerimenti del confessore, si impegna in una vita di seria ascesi, di rinnegamento di sé, di carità operosa, accompagnando la mamma nella visita agli ospedali della città, compiacendosi «di servire quella povera gente ammalata».

Eppure si sente ancora insoddisfatta. Il suo cuore, toccato dall’amore di Dio, non riesce più a trovare conforto in nessuna cosa della terra.

S. Teresa, parlando delle anime trasformate dall’ amore, afferma che «l’azione sulle anime favorite di questa grazia si fa sentire in molti modi. Uno di questi è appunto la disposizione a disprezzare tutte le cose del mondo, a stimarle per il poco che sono, a non bramare alcun bene della terra, nella convinzione che tutto è vanità» (S. Teresa di Gesù).

Marianna, pur ricorrendo a mille piccole astuzie per nascondere le sue penitenze, le rinunzie volontarie, gli atti di carità verso i più poveri, soprattutto verso i domestici di casa, non sfugge al controllo severo della mamma che cerca in ogni modo di frenare il suo zelo e di indurla a seguire la vita brillante delle ragazze del suo rango. È una lotta continua che la trova però sempre più decisa e coraggiosa. Nulla e nessuno potrà più arrestare il suo cammino ascensionale verso le vette della santità. Ama molto la mamma, da cui è ricambiata con una tenerezza tutta particolare, e il doverle resistere continuamente, le produce molta sofferenza. Ma non meno profonda è quella che prova nel vedersi «così soggetta a non poter adempire li gran desideri che Dio mi dava».

Per sfuggire alla benevola tirannia materna e seguire la voce dello Spirito, col consenso del confessore, chiede alla mamma di «andare in convento». Laconicamente annota: «Ma mi fu negato!». Tuttavia non si scoraggia ed escogita un piccolo stratagemma.

Nell’autunno del 1672 la sorella Clara Cecilia sta per vestire l’abito tra le Cistercensi del monastero della Stella a Rifreddo di Saluzzo. Marianna con la mamma assiste alla cerimonia e, appena arrivata al monastero si accorda in segreto con le monache perché la facciano entrare in clausura, «dicendo a mia madre che mi volevano far recitare un versetto, e con questo si contentò». Ma quando, conclusa la funzione, si trattò di tornare a casa, «li risposi che non ero entrata per tornare a sortire, ma che volevo star quivi a servir Nostro Signore». La contessa Tana andò su tutte le furie, ma le monache «la condussero in parlatorio e qui con belle parole la quietarono».

Partita la mamma, però, la giovane Marianna, sensibile e affettuosa, prova un senso di smarrimento profondo, rimorso per averla fatta soffrire, solitudine e amarezza, bisogno di conforto, «senza guida e senza aver chi mi aiutasse». Passati i primi giorni di pena, pareva che il cielo si schiarisse, ma le nubi si fecero ancora più dense quando chiese di potersi accostare al sacramento della penitenza e le venne risposto che le educande possono confessarsi solo una volta al mese. «Questo mi cagionò un gran crepacuore» e, afferrata carta e penna, senza indugi si mise a scrivere alla mamma perché venisse a prelevarla. «Le monache mi chiamarono (domandarono) perché scrivevo. Io li risposi: “A mia madre, perché voglio che mi venghino a pigliare, che non voglio più star senza confessarmi!”. Sentendo questo si misero a ridere e andarono dal confessore. Il confessore mi mandò a chiamare e mi promise che mi avrìa sempre confessata tutte le volte che sarìa andata: questo mi consolò alquanto, ma non del tutto, perché non avevo pettodi dire le mie cose, né lui mi dava campo e così abbandonata, non trovavo ristoro se non in un solè morto(soffitta). Là esclamavo a Nostro Signore e lo pregavo che mi volesse assistere acciò non lo offendessi». In questa penosa situazione Marianna trascorre poco più di un anno e alla fine, a furia di «sospirare e lacrimare» finisce per ammalarsi. Questa volta sono le monache stesse a comunicare la notizia alla mamma che immediatamente decide di farla ritornare in famiglia. Le Cistercensi «non facevano altro che piangere e mia sorella era inconsolabile, ma io stetti sempre costante».

 

 

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