«Tanto ottengo, quanto spero»
la consegna della beata Maria degli Angeli per il nostro tempo
Scorrendo la biografia della beata Maria degli Angeli scritta dal padre Elia di S. Teresa nel 1729, a soli dodici anni dalla sua morte, si rimane colpiti dalla ricchezza della sua esperienza di vita così fortemente intrisa di Dio e traboccante di amore per Dio e per i fratelli.
Al centro della sua esperienza spirituale c’è Gesù, col quale ebbe il suo primo incontro quando bambina (giocava ancora con le bambole), trovò per caso nel solaio del suo palazzo, tra le cose abbandonate, un Gesù Crocifisso staccato dalla croce, con le braccia e le gambe amputate. Immediatamente se lo strinse al cuore e lo pose nel lettino della sua bambola “gettandola via”, come lei stessa racconta. È l’inizio di un’avventura d’amore, fortemente segnata dalla Passione del Signore, che non le risparmierà sofferenze fisiche e spirituali, facendola passare per un grande deserto che, a poco a poco si trasformerà in un giardino fiorito di grazie straordinarie che la porteranno all’offerta totale di se stessa a Dio e ai fratelli.
Tanti sono i messaggi che si colgono dalla sua esperienza spirituale, ma per non allontanarmi dal tema fissato per questo nostro incontro, mi soffermerò su quell’espressione tipica della beata Maria degli Angeli, tutta fondata sulla speranza teologale: «Tanto ottengo, quanto spero»: un messaggio forte per il nostro tempo così povero di speranza.
La sua è una proposta che non nasce tanto da quello che dice, ma dalla vita, e sembra un diretto commento dell’esortazione di S. Pietro: «Date ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). Testimoniate cioè con la vita quello che credete e che sperate.
La beata Maria degli Angeli ci dà effettivamente ragione della sua speranza; una speranza fondata sulla fede assoluta nell’amore di Dio. «Dallo Sposo tanto ottengo, quanto spero»: bisogna avere con Gesù un rapporto sponsale per fare questa esperienza.
Va notato che la Beata non esprime questa sua certezza all’inizio della sua vita, ma nella pienezza della sua esperienza spirituale, dopo un avvenimento particolare. Aveva quasi trent’anni, era il 14 dicembre 1690, festa di S. Giovanni della croce. Quanto accadde lo racconta lei stessa, in una lettera al suo direttore spirituale, il Padre Lorenzo di S. Michele, sei mesi dopo: «Mi apparve il Redentore coronato di spine, con la croce sul dorso e con parole di tenerezza e di amore mi disse: “È finalmente giunto il tempo in cui voglio con te stabilire i divini sponsali”». Si tratta del cosiddetto matrimonio spirituale di cui parlano i mistici, fondato su una fusione di spiriti, quando l’anima è talmente unita a Dio che di due volontà, quella di Dio e quella dell’uomo, di due intelligenze, quella di Dio e quella dell’uomo se ne fa una sola. L’anima allora vuole quello che vuole Dio, pensa come pensa Dio, sceglie quello che sceglie Dio, decide quello che il Signore ha deciso per lei. È chiaro che per giungere a queste altezze bisogna percorrere un cammino non facile .
Il Signore dunque dichiara a suor Maria che vuol farla sua sposa e siccome quello che è dello sposo è anche della sposa, allora lei potrà chiedere quanto desidera, e il Signore le assicura che già tutto è suo: ecco perché «dallo Sposo tanto ottengo, quanto spero».
Questa confidenza la fa alle sue consorelle la prima volta in una particolare circostanza. A Torino un soldato fuggiasco, un disertore, era stato condannato a morte. La Madre, venuta a conoscenza del fatto e dati i suoi buoni rapporti col re Vittorio Amedeo II, interviene implorando la grazia. Il re rifiuta di concedergliela. Lei allora si rivolge a Gesù crocifisso: «Signore, se mi fossi rivolta subito a Voi, già avrei ottenuto il favore. Ma perché sono ricorsa agli uomini, non ho ottenuto nulla». Che bella testimonianza di fiducia e di semplicità! Il risultato? Inaspettatamente il re cambia idea e le fa sapere che concede la grazia al disertore. È una bella testimonianza di come deve essere la preghiera cristiana: Gesù ci ha detto «Bussate e vi sarà aperto, chiedete e otterrete» (Lc 11,9).
Per giungere a questo livello di unione spirituale la beata Maria degli Angeli ha percorso un lungo cammino, attraverso tante sofferenze, tante prove e tanto amore.
A diciassette anni scrive al padre provinciale (gennaio 1678): «Mi trovo nelle mie solite turbazioni…sia sempre fatta in me la volontà di Dio. Benché provi diversi sentimenti, questo però voglio con tutto il cuore».
Viene da pensare ad Abramo, che continua a ricevere da Dio delle promesse, non vede che si realizzano e tuttavia continua a credere. «Questo voglio con tutto il cuore a dispetto di tutto l’inferno» – è davvero sbalorditiva la lotta che la Beata ha dovuto combattere contro il demonio! -. Si degni, padre mio, dirlo qualche volta al Signore per me…Sono arida e secca… ma è un’aridità che non mi separa dal mio Sposo».
Ha la consapevolezza che l’ aridità nella preghiera, le sue cadute non sono volontarie; perciò supplica il suo Dio: «Mettete fuoco a questo legno…Deh, non vi dia mai il cuore, mio Dio, di abbandonare chi tanto spera in voi». Riferisce al direttore spirituale che pregò «con tanta abbondanza di lacrime» (le lacrime sono figlie della speranza, del timore filiale, che è dono dello Spirito Santo), e il Crocifisso le rispose: «Figlia, non ti voglio tanto codarda, prendi fortezza da me, ritorna ad abbracciare la tua croce e seguimi. Mira quanto più pesante sia quella che io ho portato per te». In un’altra visione il Signore le aveva suggerito di pensare sempre a Lui, mentre lui avrebbe pensato a lei. «Metti il tuo pensiero in me, ed io avrò cura di te, della mia casa». Noi siamo la casa di Dio. Se vi pensassimo di più! Lo dice la parola di Dio: «Voi siete il tempio di Dio…Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 15,23). Dio dimora in noi, ma noi siamo distratti, non vi pensiamo. Gesù assicura la Beata che si prenderà cura di lei come della sua casa, ma a patto che lei sia coraggiosa, che non si spaventi, né si scoraggi per le prove che sta per mandarle. Dovrà camminare su una strada pericolosa, difficile, che la metterà di fronte a scelte impegnative in cui chiaramente si comprenderà se ama di più se stessa o il Signore.
La sua risposta è generosa e il Signore è davvero fedele alle sue promesse, tanto che Maria degli Angeli potrà affermare più tardi: «il mio Gesù lo trovo dappertutto»; sente che Egli è presente accanto a lei come amico, sposo, signore della sua vita. «Respiri per Iddio, sia tutta di Dio», le suggerirà il padre Luigi di S. Teresa, suo provinciale e suo secondo direttore spirituale dopo la morte del padre Lorenzo. Leggendo le testimonianze di chi la conobbe, si può concludere che davvero Maria degli Angeli visse così.
In una lettera al padre Lorenzo, sfoga il suo dolore per una pena che le procura un vero martirio interiore: «Si rende troppo crudele il mio vivere, vivendo senza patire. Vedo che il mio Dio non si fida troppo di me – e con ragione, perché sa quanto sono miserabile nelle occasioni -; perciò, in luogo di darmi da patire, mi dona da gioire».
È convinta che quando Dio ama un’anima, la fa soffrire; perciò teme di non essere amata da Dio perché non ha occasioni di soffrire: «a quelli che lui ama, dona maggiori travagli».
Il Signore non si fa attendere. Le ha dato un momento di tregua perché riprenda coraggio: ora le manderà le prove più terribili che toccheranno la parte più intima del suo essere profondo: sentirà vacillare la sua fede, la speranza, la carità. È la notte dello spirito, di cui parlano i mistici, dove orribili tenebre offuscano la mente, violente tentazioni danno la sensazione di vivere nel peccato – anzi, di essere peccato -. Proprio in mezzo a questa terribile oscurità, la speranza toccherà le vette dell’eroismo. La nostra Beata allora si getterà ai piedi del Crocifisso, versando di nuovo «abbondanti lacrime di dolore», per il timore di aver offeso Colui che l’ha scelta e amata fin dalla sua giovinezza. In realtà è Dio che si nasconde perché la sua fede, il suo amore, la sua speranza si purifichino e si rafforzino. Sopraffatta dal dolore e dal timore di aver offeso il Signore – mentre lei stessa deve ammettere che, pur avendo la sensazione di avere tanti peccati, quando si trova nel confessionale non sa che cosa dire, perché tutte le sue colpe si dileguano!- esclama: «Scaricate pure, Signore, i vostri furori sopra questa peccatrice infame e ribelle, meritevole di mille inferni, ché di buon cuore mi pongo sotto la verga del vostro giusto rigore, sperando nella vostra misericordia». Nel momento più terribile della disperazione, sgorga dal suo cuore il grido della fiducia e della speranza.
È l’ora delle tenebre, è il Purgatorio, o se volete, l’esperienza dell’inferno, sentirsi cioè giustamente rigettati da Dio, mentre si avverte tutto il peso del proprio essere che, come il grave attratto verso il centro della terra, è irresistibilmente sedotto da Dio. «Parevami – dice – che il cuore si dividesse in due parti, per vedermi tutti i miei peccati dinanzi agli occhi, talmente chiari che li posi per iscritto». Sono le tentazioni terribili che subisce da parte del demonio: sollecitazioni al suicidio, pensieri contro la castità, contro l’Eucaristia, contro i Misteri della fede, contro la carità. Ma la tentazione serve a Dio perché l’anima radichi tutta la sua attività spirituale in Lui. «Gli dissi (a Gesù): “ Scaricate i vostri furori su questa peccatrice infame e ribelle che spera solo nella vostra misericordia». Bellissimo! La tentazione, invece di gettarla nella disperazione, accresce la fiducia nella misericordia. So a chi mi affido, so a chi mi sono consegnata. È l’invocazione che Dio attende. «Dal profondo grido a te, o Signore; Signore ascolta la mia preghiera».
Per comprendere la situazione di chi si trova in questa prova, vi cito una sua lettera in cui Maria degli Angeli dichiara che i suoi affanni sono giunti all’eccesso e chiede luce al suo padre spirituale: «Mi trovo in totale abbandono e in tale desolazione non comprendo se sono tra la terra e il cielo o tra la terra e l’inferno…Mi pose (il Signore) per mezzo di una infermità il corpo in croce e lo spirito crocifisso per le grandi aridità e desolazioni. Il padre provinciale mi ordinò di scrivere questo stato. Presi la carta per fare quell’atto di obbedienza, e trovandomi così stupida perché non sapevo quali parole formare, stavo molto angustiata. Quando mi vennero in mente in quel punto questi tre versetti (la parola di Dio che illumina): “Salvum me fac, Deus, quoniam intraverunt aquæ usque ad animam meam”, – Signore, salvami, perché le acque della desolazione sono entrate nel profondo del mio essere- infixus sum in limo profundi – sono stato gettato nel profondo del fango – Veni in altitudinem maris et tempestas summersit me”. Mi sembrava che in questi tre versetti venisse spiegato, ma non del tutto, lo stato del mio interno. Mi pare che pativo come un’anima dannata, che provavo in me quella rabbia e quell’odio che hanno contro Dio le anime dell’inferno. Rodendomi in questa maniera, mi pareva di vivere contenta, ma di una contentezza diabolica, perché mi sentivo rodere le viscere».
In questo assurdo inferno sale dal suo cuore il grido: “Salvum me fac, Domine”: salvami, Signore, simile a quello degli apostoli quando stanno per essere travolti dalla tempesta: «Domine, salva nos, perimus!» (Mt 8,25). Ecco la speranza: l’anima non confida più in se stessa, non ha più un appoggio terreno, si sente come scardinata, sradicata da tutto. L’unico appoggio è la fiducia. «Dio – dice – vuol essere svegliato». Queste esperienze di angoscia profonda, di tenebra, di dolore devono far zampillare dal cuore il grido della speranza, l’invocazione di aiuto. Le prove della vita non sono altro che la corsia preferenziale per andare a Dio.
Rispondendo alla lettera di suor Maria degli Angeli, il padre Lorenzo le scrive: «Il Signore così bene l’assiste…slarghi pure il suo cuore in desiderare di patire molto, ché in questo può mostragli il suo amore… In questa vita non sta il nostro bene maggiore nel più godere di Dio, ma nel più patire per lui, consistendo in questo la purità d’amore», perché nella sofferenza si può amare gratuitamente, e questo amore ci fa una stessa cosa con i beati del cielo, nell’adesione totale e completa a quello che Dio vuole.
Un altro motivo di sofferenza per la nostra Beata era alzarsi al mattino dopo una notte passata lottando col demonio e accostarsi a Gesù per riceverlo nell’Eucaristia. Le sembrava che la terra si spalancasse sotto i suoi piedi e la inghiottisse, «ma – scrive – Nostro Signore, che sempre più abbonda verso di me con le sue misericordie mi quietò e inanimò a patire sempre più per suo amore, col raddoppiarmi il desiderio di trattare da sola a solo con lui». È Dio che accende, che fa zampillare dal cuore questo desiderio: l’anima è più passiva che attiva, arde d’amore, ma tutto nasce dall’azione di Dio che opera dentro di lei. «Come potrò, gli dissi, standomene sola chiusa in cella senza aiuto, né consolazione alcuna? “Non sono io bastante per consolarti e darti aiuto? Spera in me, che posso il tutto”». Quali insegnamenti preziosi ci vengono da questa testimonianza di vita!
In un’altra circostanza dolorosa, «mentre … mi facevo forza per fare atti di speranza e confidenza in Dio, il Signore, che suole sì lasciar patire i suoi servi, ma non mai perire, si compiacque di soccorrermi con queste amorose parole: “Confida, figlia, in me che sono onnipotente”». Gesù l’aiuta a esercitarsi in una speranza viva, che è come il proporre a lei, e, attraverso lei, a noi in questo momento di condurre una vita teologale piena di speranza di carità, di fede, senza sfaccettature e lacune, dove la speranza è l’anima della fede e la carità ne è il frutto più maturo. “Spera in me, che posso tutto”.
Dio non rivela chi è, ma che cosa compie e si compiace che noi riconosciamo quello che sta operando in noi. Suor Maria crede, si affida, si consegna, perché il suo amore per la volontà di Dio si sta facendo assoluto, senza sbavature.
Una volta, il 15 agosto, festa dell’Assunzione della santissima Vergine, «accostandomi alla santa comunione mi sentii in un subito riempire l’anima di tanta soavità e dolcezza, che mi pareva di essere in corpo e anima in paradiso. In questo punto mi apparve la beatissima Vergine, tanto bella e tanto risplendente, che non potevo fissar gli occhi e mirarla, tanto mi abbagliava il suo splendore. Teneva una bianca veste in mano. Mi disse che la teneva pronta per rivestirmi quando fossi stata del tutto bene spogliata di me stessa e che mi conveniva faticare ancora molto; che ricorressi spesso a lei e dicessi queste parole: “Ad tuos pedes, piissima Domina, vivere volo et mori cupio” (Ai tuoi piedi, piissima Signora, voglio vivere e desidero morire).
Mi lasciò molto consolata, con molta pace e quiete – sottolineo quel mi lasciò ove si coglie l’atteggiamento di passività dell’anima; è Dio che opera, l’iniziativa è sempre sua – , con grande desiderio della virtù, e particolarmente dell’umiltà e dell’obbedienza». Questa decisione rinnovata diviene più intensa e fa crescere in lei la vita teologale e la porta sulla soglia di quell’unione che si chiama “matrimonio spirituale”, quello di cui parlavamo all’inizio della nostra conversazione.
Scorrendo le sue lettere, le relazioni per il padre spirituale, si coglie un intreccio di inviti del Signore e di risposte generose da parte sua. Gesù le appare un’altra volta e le dice; «Struggiti pure tutta in me, ché io mi sto compiacendo in te. E lei ripete spesso: «Vengo dall’Amore, vado all’Amore, faccio tutto per l’Amore». Altra volta il Signore le dice: «Figlia, molti sono quelli che mi conoscono, ma pochi quelli che mi amano con amore disinteressato». Lei allora esorta le sorelle: «Amate, sorelle mie, e poi fate quello che vi piace» e può dichiarare che dallo Sposo ottiene tutto quello che spera.
La testimonianza della beata Maria degli Angeli ci aiuti ad essere delle persone credenti, persone fiduciose, che si abbandonano a Dio, che credono nell’azione di Dio in loro, che credono nella misericordia di Dio, perché qui è il cuore del messaggio cristiano.
Carlo Berardi




