SULLE TRACCE DELL’INFINITO.
L’AFFASCINANTE ITINERARIO SPIRITUALE DI MARIANNA FONTANELLA, LA BEATA MARIA DEGLI ANGELI
Ci troviamo questa sera nella Chiesa delle Carmelitane Scalze del Carmelo di S. Giuseppe in Moncalieri, monastero che celebra quest’anno il suo terzo secolo di vita: fu fondato infatti nel 1703 per volontà di una grande carmelitana scalza di Torino, la beata Madre Maria degli Angeli (Anna Maria Fontanella), che era allora priora del monastero di S. Cristina in Piazza S. Carlo a Torino, regnante il duca Vittorio Amedeo II di Savoia.
Due sono stati i motivi ispiratori di questa fondazione: il primo fu che la Madre Maria degli Angeli, profondamente colpita dal fervore e dalla perfezione con cui si viveva l’ideale di S. Teresa nel monastero di S. Cristina in Torino, si sentì ispirata a erigerne un altro per offrire la possibilità di consacrarsi al Signore alle tante ragazze che chiedevano di abbracciare la vita religiosa, ma che non potevano entrare nel monastero di Torino, perché allora i monasteri – in seguito al richiamo del Concilio di Trento – non potevano superare il numero di venti monache; il secondo motivo – che molto probabilmente fu il più determinante – era il disagio che la Madre Maria degli Angeli soffriva per l’eccessiva notorietà di cui era fatta oggetto «da parte dei Signori principali e delle persone più riguardevoli – come leggiamo nella Cronaca del monastero stesso – ricercandola quando di aiuto e quando di consiglio… Questi onori erano allo spirito della nostra Venerabile di un gravissimo tormento, onde pensando a sfuggirli, venne insieme a unirsi l’ardore del suo zelo e quello della sua umiltà. Pensava che con la creazione di un nuovo chiostro poteva ella allontanarsi da Torino e da quelle attenzioni».
La Santa Sede però era restia a concedere il permesso per nuove fondazioni, dal momento che nel 1699 la monarchia sabauda e la Santa Sede avevano rotto le loro relazioni diplomatiche per motivi economici e fiscali. In quell’anno infatti il duca Vittorio Amedeo II di Savoia – che diventerà poi re di Sicilia nel 1713 con la pace di Utrech, e successivamente re di Sardegna nel 1720 con la pace dell’Aja – aveva scritto al suo ambasciatore a Roma che il permesso per l’erezione del monastero sarebbe stato accordato unicamente a condizione che il terreno non divenisse di mano morta, cioè immune da imposte, mentre la Santa Sede pretendeva che tutti i beni stabili passati agli Ecclesiastici, dovessero subito godere dell’immunità da ogni imposta o tributo. A risolvere la questione intervennero alcuni fatti che furono determinanti per la fondazione stessa. La duchessa Anna d’Orléans, consorte del duca Vittorio Amedeo II, nel 1698, in una delle sue visite al monastero di S. Cristina in Torino, si era raccomandata alla preghiere della Madre Maria degli Angeli per ottenere da Dio il sospirato erede. Infatti aveva avuto già due figlie, Maria Adelaide nel 1685 e Maria Luisa Gabriella nel 1688. Mancava però ancora l’erede maschio. Ispirata interiormente, la Madre le promise di ottenerle da S. Giuseppe la grazia della nascita del principino, a condizione che il duca concedesse il permesso per la fondazione del nuovo monastero. Anche il sovrano si dichiarò volentieri d’accordo, e non soltanto arrivò il sospirato erede il 6 maggio 1699 nella persona del piccolo Vittorio Amedeo di Piemonte, ma il 27 aprile 1701 ne giunse un secondo, Carlo Emanuele, che diventerà poi il successore nel ducato nel 1730.
Vittorio Amedeo II continuava però a temporeggiare, perché era combattuto da una parte dal desiderio di mantenere fede al voto fatto dalla consorte, mentre dall’altra si sentiva legato ai patti stabiliti con la Santa Sede. A toglierlo da ogni incertezza subentrò un’improvvisa malattia all’erede. Sempre nella Cronaca del Monastero leggiamo: «Ritornando nei Sovrani il timore di perdere quel figlio, fecero nuovo ricorso alla Ven. Madre Maria degli Angeli, pregandola a implorare da S. Giuseppe la sanità del bambino. Non perdette tempo l’accorto zelo della ven. Madre, che con una santa intrepidezza rispose: “Non neghino a S. Giuseppe ciò che Egli domanda e già gli si è promesso, ed Egli conserverà ciò che ha conceduto». Il principino riacquistò la salute e il 15 luglio 1701 il duca concesse la definitiva autorizzazione, che dovette tuttavia essere ratificata il 10 febbraio 1702, quando ingiunse alla città di Moncalieri di non frapporre ostacoli alla sua volontà, pur tenendo presenti le istanze della città, cioè il diritto di esigere tributi dal monastero.
Fu scelta una casa con orto in cantone di Porta Piacentina, che era stata donata dalla signora Anna Maria Sapino Ravicchio, morta l’anno precedente, nel 1700: la signora, nello strumento notarile del 1686, aveva incaricato gli esecutori testamentari di donare con la casa tutti i suoi beni alle monache che per prime avessero fondato un monastero in città. Arrivò intanto il 7 luglio 1702 anche l’assenso del Comune di Moncalieri, che era stato sollecitato dalla illustre e piissima casa Duch. Ottenuto il Breve pontificio e le altre licenze necessarie, si procedette all’adattamento della casa della Sapino per trasformarla in monastero, e quando tutto fu pronto, il 10 settembre 1703, l’Arcivescovo di Torino Mons. Michele Antonio Vibò mandò per la visita canonica al nuovo monastero e per la benedizione il suo Vicario generale Mons. Pietro Antonio Trabucco, accompagnato dal beato P. Sebastiano Valfrè e dal segretario arcivescovile Vincenzo Grosso.
Il monastero fu inaugurato in forma solennissima il 16 settembre 1703, ma tra le fondatrici non c’era la Madre Maria degli Angeli, per espressa volontà del duca e per l’insistenza delle monache e delle principesse e dame della nobiltà che avevano convinto i superiori a non lasciarla partire da Torino. Furono scelte invece come fondatrici della nuova comunità la Madre Maria Vittoria, una torinese di quarantasette anni, Madre Serafina Felice di quarataquattro anni, e la più giovane, Madre Teresa Eufrasia, di ventinove anni. L’ingresso fu solenne e trionfale: la stessa Madama Reale, Giovanna Battista Nemours, si recò al monastero di S. Cristina a Piazza S. Carlo per prelevare e salutare le monache partenti, affidandole per l’accompagnamento alle marchese Pallavicino e Tana su quattro carrozze, ciascuna a sei cavalli, da lei messe a disposizione. Il corteo delle carrozze era aperto dal cavallerizzo maggiore di Madama Reale, seguito da due paggi e da subalterni a cavallo: nella prima carrozza vi erano le tre monache, nella seconda i Padri Carmelitani con il P. Provinciale; poi seguivano altre due carrozze della corte e molte altre di dame e cavalieri.
Il monastero però si rivelò ben presto troppo piccolo, senza alcuna garanzia per la clausura, umido e insalubre, tanto che le giovani, che affluirono numerose dopo l’arrivo delle fondatrici, ne risentivano gravemente nella salute. Con duri sacrifici e dopo aver superato ostacoli di ogni genere, le Madri acquistarono a poco a poco tutte le case attigue, ottenendo dal Comune la facoltà di includere nella clausura anche una via compresa tra le suddette case.
Tra alterne vicende, tra cui anche due soppressioni (quella napoleonica del 1802 e quella successiva, per la legge Rattazzi, del 1855), il monastero attraversò tutti gli avvenimenti politici e rivoluzionari del tempo, superando innumerevoli difficoltà e ritornando finalmente proprietà delle monache solo nel 1938.
Essendo la spiritualità della beata Maria degli Angeli intimamente collegata con le vicende della sua vita, ed essendo lei stessa entrata giovanissima in monastero, per comprendere l’evoluzione del suo cammino spirituale e l’opera della grazia divina in lei, è necessario ripercorrere a grandi linee le tappe fondamentali della sua vita.
Marianna – come venne chiamata al momento del battesimo – nasce a Torino il 7 gennaio 1661, terzultima dei dodici figli del conte Giovanni Donato Fontanella di Baldissero e di Maria Tana, i quali avevano il loro palazzo nobiliare in Torino in via Dora Grossa, l’attuale via Garibaldi. Il nonno materno era fratello di Marta Tana, la madre di S. Luigi Gonzaga. Per le notizie riguardanti la sua fanciullezza e tutta la sua vicenda umana e spirituale, abbiamo la fortuna di poter attingere a una fonte di grande valore: la Relazione della propria vita, scritta da lei stessa nel 1686, all’età di venticinque anni, per ordine dei Superiori e a loro diretta, sotto forma di semplice relazione, senza titolo, «in uno stile immediato, scarno, essenziale, libero da qualsiasi artificio retorico o vuoto verbalismo tanto comuni a quell’epoca».
«Così schiva nel parlare di sé, ella stende le sue memorie a pennellate rapide ed essenziali, facendo una lettura quasi teologale del suo passato, in cui scorge da una parte la infinita misericordia di Dio che l’ha sedotta nonostante le sue resistenze, e dall’altra i difetti della sua natura vivace, caparbia e volitiva. … Apparentemente fragile, nascondeva una tempra d’acciaio, velata di dolcezza e di grazia, un misto di ingenuità incantevole e di saggezza che la rendeva amabile e prediletta tra tutti i suoi fratelli» e le sue sorelle.
Marianna trascorre un’infanzia agiata e serena in seno alla famiglia che le imparte una solida formazione cristiana. Fin dai più teneri anni – annota lei stessa -«ero alquanto incline al bene, facendo altarini, recitando orazioni. Mentre le altre stavano ricreandosi, gustavo sentire parlare di Dio e pigliavo spesso un mio fratello per ragionare con lui delle cose del cielo, secondo la nostra poco capacità».
Una delle domestiche di casa Fontanella, si preoccupava di leggere ai due fanciulli «Vite di santi», e la loro fantasia ne rimaneva colpita, così che “un giorno ci mettemmo d’accordo, mio fratello ed io, di imitarne una, e cioè di andarcene nel deserto per fare penitenza. Ci preparammo una piccola taschetta (piccola bisaccia) con del pane e una piccola bottina di vino, dicendoci fra noi due: basta che ci duri fino al deserto: là poi Nostro Signore ci provvederà». Alla sera i due fuggitivi osservarono attentamente dove veniva riposta la chiave di casa per “poter fuggire di casa senza che nessuno se ne accorgesse”. Ma la mattina seguente restarono addormentati, e quando la domestica andò a svegliarli come di consueto, rimane stupita di fronte al loro pianto inconsolabile. “Ci chiedevano perché piangessimo, ma non potevano cavarci niente”. Quando poi si scoprì la piccola bisaccia, le domande si fecero più incalzanti e precise, ma i due piccoli persistevano in un ostinato silenzio. Si ricorse allora alla minaccia di “staffilate” se non avessero confessato la verità «e io – ammette semplicemente Marianna – come la più nemica del patire, li scoprii il tutto, e così il tutto andò in vano».
Il gustoso episodio – tanto simile a quello di S. Teresa d’Avila e di suo fratello Rodrigo (anch’essi avevano deciso di fuggire di casa per andare a morire martiri per Gesù Cristo nella terra dei mori) «rivela subito nella piccola Marianna un temperamento vivace e volitivo, una sensibilità acuta per i valori dello spirito, l’innata capacità di tradurre in opere il bene. Caratteristiche che anticipano uno degli aspetti che più colpisce nella sua eccezionale personalità di donna e di mistica».
Un altro avvenimento della sua fanciullezza fu determinante per la sua crescita spirituale: non aveva ancora compiuto otto anni allorchè fu colpita da una grave malattia che la portò in fin di vita. Il papà era morto da poco (fine novembre 1668, Marianna compirà otto anni due mesi dopo, il 7 gennaio 1669), ed è probabile che quel grave lutto avesse influito negativamente sulla salute della piccola. Un padre francescano, forse un parente, suggerì alla mamma di «votarla alla Santissima Vergine della Concezione». La Madonna esaudì le preghiere della famiglia e della stessa Marianna che la invocò: “Maria, aiutatemi!”. In una visione la piccola inferma vide «la Santissima Vergine intercedere per me innanzi a Nostro Signore. Ma Nostro Signore non voleva farmi la grazia, mostrandole quanto poi mi sarei dimostrata ingrata. Ma alla fine mi fece la grazia, non riguardando alla mia poca corrispondenza, perché in luogo di rendergli le dovute grazie per un beneficio così grande, incominciai a offenderlo»
Segue il racconto della sua vita di fanciulla, divisa sempre tra il desiderio grande di darsi tutta al Signore e l’inclinazione a tuffarsi nella vita mondana che le si presentava piena di lusinghe. Sentiamo lei stessa che confessa: «Mi compiacevo molto di adornarmi con abiti frivoli ed eccentrici, sprecando molte ore davanti allo specchio. Andavo sovente in collera per non essere così bella come avrei desiderato, lamentandomene con mia madre, la quale a volte perdeva la pazienza. Mi spiaceva vedere altre della mia età vestite meglio di me, ed era così grande la mia malignità, che se mi fosse stato lecito, avrei strappato loro tutto di dosso. Insomma , era tanta la mia vanità che la serva di casa mi diceva che non ero buona ad altro che di stare davanti allo specchio a berlicarmi (lisciarmi). Mi studiavo di parlar bene, con ricercatezza e desideravo essere lodata e stimata più delle mie compagne: provavo gran piacere nel vedermi attorno gioventù che mi facesse servitù (che mi rendesse omaggio), mi amassero e mi offrissero regali».
Poi si accorge di avere forse un po’ ingigantito le sue colpe – d’altronde non aveva ancora dodici anni – e aggiunge: «Ma in questo non comprendevo il gran male che poteva succedere e il continuo pericolo che avevo di offendere Dio, ma solo mi compiacevo d’essere adulata dal mondo e stimata e lodata per la più brava di tutte le altre». Ammette tuttavia che una delle sue passioni più vive, quella cui forse le costò maggiormente rinunciare, era il ballo. «Gustavo molto di ballare e mi studiavo molto di passare le altre, e spesso mi ridevo di loro, crescendo sempre la mia propria stima». Più avanti, parlando del periodo dopo la prima Comunione (15 agosto 1672), quando aveva incominciato a seguire un ritmo di vita più ritirata e un distacco più deciso dalle cose del mondo, con l’aiuto del confessore che le insegnava «a mortificare le mie passioni e male inclinazioni”, deve confessare che la passione per la danza «era grande».
In questo continuo destreggiarsi tra Dio e il mondo, le accade un episodio molto significativo che segnerà la sua spiritualità per sempre: l’amore al Crocifisso. Con la solita sincerità, rivolgendosi direttamente al Signore, scrive: «Mi cavasti dal fango del pazzo mondo, incominciandomi a venirmi a nausea i passatempi e le dolcezze del mondo, di modo che pativo un gran tormento perché, per inclinazione naturale, ne ero affascinata, ma dall’altra Nostro Signore mi attraeva a sé. Così combattendo, ora ridevo ora piangevo. E stando in questa maniera, trovai un Crocifisso senza la croce e gli avevano rotti li bracci. Io quando lo vidi, mi fece gran compassione e lo presi, mettendolo nel letto della bambola, gettandola via. Mi intenerii tanto che mi disfacevo tutta in lacrime e mi pareva gran crudeltà che l’avessero trattato di questa maniera: mi sentivo a dire dentro di me che io ne ero la causa. Questo mi faceva struggere di pena: spendevo molte ore in questo trattenimento, pregandolo che mi perdonasse li miei peccati, ed Egli mi aiutava distaccandomi da quel pazzo mondo, dandomi sentimenti e desideri grandi».
Non si sa esattamente quanti anni avesse Marianna all’epoca di questo avvenimento così decisivo, ma se gioca ancora con la bambola, non deve poi essere stata che una bambina. La tempestività con cui la getta via per sostituirla col Crocifisso anticipa un altro tratto tipico della sua forte personalità: l’immediatezza delle decisioni e la determinazione nel rimanervi fedele.
Ci stupisce questa bambina che trascorre «molte ore» in preghiera, sebbene sia vivacissima e socievole, attirata dalla vita di mondo, tanto più che – a detta del suo primo biografo – essendo «di naturale affatto trattabile, cortese, dolce, affettuoso, amabile nelle maniere… piacevole nel portamento, graziosa nel discorso, ognuno la voleva per sé, e come fu sempre la beniamina della madre, così era la diletta della famiglia». Lei stessa ammette che doveva farsi violenza per non cedere: «Subito che mi veniva l’occasione, ero più scaldata di prima, e andando da Nostro Signore, ritornavo tutta in lacrime, ma alla fine mi straccai più io che non si straccò il mio Dio».
Un giorno infatti, mentre Marianna è davanti allo specchio «per accomodarmi vanamente, Gesù mi si presentò nello specchio incoronato di spine, tutto grondante di sangue: a tal vista restai tutta tremante e impaurita e con lacrime in abbondanza, e mi diedi per vinta, lasciando in quanto potevo tutte le vanità». Ma le decisioni di Marianna urtano contro la sensibilità della mamma che, sorpresa e contrariata dall’improvviso mutamento della figlia, teme che si stia ammalando di malinconia; la rimprovera duramente per il suo abbigliamento trasandato e decide di occuparsene di persona, sollecitandola a riprendere la solita vita di società.
Combattuta tra l’amore e il rispetto per la mamma e quella voce interiore che la induce al distacco dal mondo, Marianna trova un valido aiuto in un «santo religioso» incontrato in confessionale nella chiesa di S. Rocco il 5 agosto 1672, il teologo e avvocato don Emilio Malliano, che, viste le sue buone disposizioni, la prepara ed ammette a ricevere la prima comunione il 15 dello stesso mese. «Mi insegnò la presenza di Dio, e ogni volta che mi incontrava mi diceva: “Viva con Dio nel suo cuore”. Mi insegnava a mortificare le mie passioni e male inclinazioni, e particolarmente quella del ballare che era grande; ma questo stentavo a farlo perché mia madre lo voleva… Lo stesso mi comandò circa l’abbigliamento, ma in questo non avevo più difficoltà, anzi mi bagnavo i capelli con l’acqua perché restassero lisci. Mia madre escogitava molti espedienti perché rimanessero arricciati, ma tutto era invano. Alla fine si stancò più lei di acconciarmi che io a scompigliarmi, così che finalmente riportai vittoria andandomene in giro vestita dimessamente!»
Dall’autobiografia deduciamo che tale cambiamento di vita avvenne quando lei aveva circa dodici anni, dopo la sua prima comunione. Il confessore la esortava a coltivare molto la presenza di Dio, a intensificare i suoi colloqui silenziosi con Gesù, le permetteva di digiunare e di fare penitenza e le concesse di accostarsi alla S. Comunione tre volte la settimana. Quando gli chiede suggerimenti per far bene l’orazione mentale, le consiglia di ascoltare «Nostro Signore che me l’avrebbe ispirata. Così me ne andavo da Nostro Signore… Quello che io facessi, non lo saprei dire, se non che di tanto in tanto gli dicevo: Voi siete il mio amore, altro più non voglio che voi!». Senza rendersene conto, Marianna scopriva il segreto di quel dialogo di amicizia con Gesù che è il nucleo essenziale dell’orazione teresiana, quello «stare in solitudine con Colui dal quale sappiamo di essere amati».
Un giorno le capita tra le mani un libro sulla passione di Gesù, intitolato La porta del Paradiso. Ne rimane profondamente colpita e ritorna a rileggere con un particolare struggimento interiore la meditazione sullo «schiaffo che ricevette Nostro Signore. Questo passo mi inteneriva e mi faceva gran compassione. Guardando quel divin volto così livido per tale percossa, desideravo poterlo asciugare, e non potendolo, mi struggevo tutta in lacrime. E una volta fra le altre, mentre stavo meditando su questo passo con grande tenerezza d’affetto e compassione, mi si presentò davanti Nostro Signore con la faccia tutta livida, con li denti inviluppati di sangue. A questa vista restai quasi morta e mi restò così impresso quel passo, che ancora oggi ce l’ho davanti così vivo da non potervi pensare senza piangere. Provavo un grande desiderio d’imitare Nostro Signore in questa umiliazione e mi sembrava che avrei goduto molto se mi avessero dato uno schiaffo: l’avrei ritenuto un gran favore del Signore che così mi avrebbe fatta degna di soffrire quella piccola umiliazione in sua compagnia».
Maria degli Angeli continua il suo racconto semplice e lineare. Presenta gli avvenimenti con naturalezza, ma chi legge rimane sorpreso di fronte a questa fanciulla così toccata dalla grazia ed elevata già a una preghiera di timbro decisamente contemplativo. «Marianna segue con diligenza i suggerimenti del confessore e si impegna in una vita di ascesi e di carità operosa, accompagnando la mamma nelle visite agli ospedali della città. Ma tutto questo ancora non la appaga; il suo cuore non riesce a trovare più alcun conforto nelle cose della terra» .
S. Teresa d’Avila, parlando delle anime trasformate da questo amore, afferma che «l’azione sulle anime favorite da questa grazia si fa sentire in molti modi. Uno di questi è appunto la disposizione a disprezzare tutte le cose del mondo, a stimarle per il poco che sono, a non bramare alcun bene sulla terra, nella convinzione che tutto è vanità».
Marianna ricorre a mille astuzie per nascondere le sue penitenze, le rinunce volontarie, gli atti di carità verso i più poveri, soprattutto verso i domestici di casa, ma non sfugge al controllo vigile della mamma che cerca in ogni modo di frenare il suo zelo e di indurla a seguire la vita brillante delle ragazze del suo rango. Lei confessa: «Sentivo molto di vedermi così soggetta a non poter adempire li grandi desideri che Dio mi dava».
Nel settembre del 1673 la sorella Clara Cecilia veste l’abito tra le Cistercensi del monastero della Stella a Rifreddo di Saluzzo, e lei è presente alla cerimonia assieme alla mamma. Ma, conclusa la cerimonia, Marianna decide di restare in convento come educanda e la madre, dopo essere andata su tutte le furie, finisce per accordarle il suo consenso.
Dopo un anno però decide di fare ritorno in famiglia, perché in monastero non era libera di confessarsi tutte le volte che voleva. Ritornata a Torino e dopo diverse peripezie – tra le quale una proposta di matrimonio da parte della mamma e il permesso di entrare tra le Cistercensi di Saluzzo – Marianna fa un incontro che determina la sua vita futura. Durante un’ostensione della Santa Sindone (dell’anno 1675 o 1676), racconta : «Mia madre mi mandò a vederla. Trovandosi sulla stessa terrazza uno dei nostri padri (un Carmelitano scalzo, il P. Francesco Antonio di S. Andrea), mi chiese se volevo andare accanto a lui che mi avrebbe riparata dalla pioggia che veniva in abbondanza. Accettai l’offerta, lo salutai e lo ringraziai, aggiungendo i soliti complimenti di circostanza. Incominciò a chiedermi se volevo farmi religiosa. Gli risposi che la mia età mi permetteva ancora tempo per pensarci. Ma non contento il buon religioso di questa risposta, insistette molto, dicendo che ne avevo tutta l’aria. Mi lasciai convincere. Risposi: “Sì”. Ribatté: “Dove?”. “A Saluzzo”, ma confessai che non mi sentivo tranquilla e temevo di manifestare la mia incertezza ai miei, perché avrebbero pensato che non avevo vocazione, dal momento che non trovavo convento che mi soddisfacesse. … Il frate incominciò a dirmi: “Delle nostre si farebbe?”. Gli risposi: “Non le conosco”. Mi spiegò allora la vita che conducevano, com’era il loro abito, in tutto simile a quello stesso che lui indossava. Via via che andava esponendomi la loro Regola, sentivo crescere in me il desiderio di abbracciarla. A quel punto sopraggiunse un altro scroscio d’acqua e il buon religioso mi pose il suo mantello sulla testa per proteggermi. Oh Dio, che cosa provai dentro di me sentendomi avvolta da quel mantello! Mi pareva di essere sotto il manto della Santissima Vergine. La supplicai che mi volesse accettare per sua figlia, che non mi negasse questa grazia. Altrettanto implorai dal Santissimo Sudario, e lo chiesi con un tale trasporto che quanto non era riuscita a fare la pioggia, lo fecero le mie lacrime che mi cadevano in abbondanza dagli occhi».
Appena giunta a casa, incomincia «a gridare ad alta voce: Io sarò carmelitana, mi farò carmelitana!». Il fratello Giovanni Battista, sorpreso nel vederla così eccitata, esclama: «Questa figlia ha perduto il giudizio!» Lei invece sa quello che vuole e quella sera stessa scrive alle Cistercensi di Saluzzo ringraziandole cortesemente per la bontà sempre dimostrata nei suoi confronti e dichiarando che sarà carmelitana. E si firma: «Suor Maria, Carmelitana Scalza indegna».
«In famiglia si scatena una vera tempesta per questo repentino cambiamento di scena: “Ma madre incominciò a sgridarmi e a dirmi di non pensarci più, ché non voleva assolutamente che abbracciassi tante austerità”. Lei però è fermissima nella sua decisione e invoca aiuto dal cielo “per un poco ammollire quel duro cuore di mia madre”. Dopo varie resistenze, la madre di mala voglia la conduce al monastero di S. Cristina, ma “siccome mia madre aveva poca voglia che io entrassi in questo convento”, incomincia a fare mille difficoltà per la dote e non vuole cedere alle richieste delle monache. Mentre le trattative si protraevano, Marianna fu mandata in campagna» nella speranza che potesse cambiare idea. Per mezzo di un servitore fidato che le portava segretamente le notizie, viene così a sapere che le Carmelitane, stanche dei capricci della contessa, non ne vogliono più sapere di accettarla fra di loro: «Non facevo altro che piangere, e negli otto giorni che le trattative restarono ferme, credo non mangiassi un’oncia di pane al giorno». La priora del monastero di S. Cristina manda infatti di nuovo a chiamare la mamma nella speranza di piegarla a più miti consigli: «Mio fratello le disse di dare pure alle monache quanto volevano, perché non voleva più vedermi consumare in quella maniera». L’accordo viene finalmente raggiunto e Giovanni Battista corre in campagna a portarle la bella notizia: «Mio fratello venne a darmi la notizia tanto bramata, mi condusse con sé a far colazione, facendomi interrompere il mio digiuno osservato però contro voglia».
Ma le difficoltà non erano ancora finite. Allorchè viene convocata dalla priora per essere presentata alla comunità il 14 ottobre 1676, la madre fa ancora tante resistenze a motivo della dote: «Mi condusse di malavoglia, con la pioggia che veniva ben forte ed era già sera. Entrai in chiesa a raccomandarmi a Nostro Signore e gli chiesi di far sì che le monache mi vedessero bella robusta e con le braccia ben grosse». Quando il sospirato incontro con la comunità avvenne, le si “slarga il cuore” sentendo alcune esclamare che non è poi così gracile come la madre l’aveva presentata! Adempiute nel frattempo le ultime formalità richieste per l’accettazione, «partii di casa il giorno di S. Elisabetta lasciando in pianto tutti quelli di casa». Era il 19 novembre 1676 e Marianna non aveva ancora compiuto sedici anni.
Secondo la consuetudine del tempo, veste subito l’abito religioso «con grande giubilo di cuore e tenerezza d’affetto verso Nostro Signore», mentre le persone presenti si stupiscono vedendola «così intrepida», perché «avendomi veduta sempre così allegra e gioviale» non riuscivano a credere che volesse davvero farsi monaca, e per di più carmelitana scalza! Ma nessuno riusciva a immaginare la sofferenza della giovane postulante mentre si separava dalla mamma amatissima: «Mi pareva che il sangue si fosse congelato indosso, restando così pallida come se mi fosse venuto qualche vanità».
«Suor Maria degli Angeli ci ha lasciato rapide ma efficaci pennellate sul dramma dei suoi primi mesi di esperienza religiosa, nei quali il Signore le fa sperimentare la durezza dell’osservanza religiosa. L’amabile compagnia delle sorelle, che avrebbe dovuto animarla, incomincia ad annoiarla; la solitudine che tanto aveva desiderato, ora le riempie il cuore di tristezza; la volontaria privazione delle grandezze terrene le diviene insopportabile».
Ecco il difficile quadro degli inizi della vita al Carmelo: lotte interne, aridità nella preghiera, ripugnanza «per tutto quello che era prescritto dalla Regola, e particolarmente le mortificazioni e le penitenze. Entrando in refettorio mi pareva di sentire tutte le puzze del mondo: mi si rivoltava lo stomaco e non riuscivo a mangiare, ma poi, quando ero fuori, mi sentivo venir meno dalla fame. Provavo grande avversione per le monache e soprattutto per la mia Maestra».
Marianna lotta tenacemente contro la sua sensibilità, invoca aiuto e conforto dal Signore, ma non ne riceve alcun sollievo: «Nostro Signore non si volse far sentire. Passai i primi giorni facendo gran resistenza alla lacrime, ma il terzo ne versai con tale abbondanza che le povere monache erano tutte afflitte e sconsolate». Si raccoglieva sempre più sovente ai piedi di Gesù, ma invece di ricevere luce, si addensa sulla sua anima una oscurità sempre più fonda.
A tutto ciò si aggiungono le tentazioni del demonio che le riporta alla mente le tenerezze della mamma e le contrappone il giogo insostenibile di quella vita che le appare eccessivamente dura. Le fa credere che siano ingratitudini verso Dio i pensieri e le ripugnanze che prova, e nel timore di aver offeso Dio, Suor Maria sprofonda nella sfiducia e nello scoraggiamento.
Le frequenti visite della mamma rendono più acuta la sua sofferenza: «Mi diceva che non poteva mangiare né dormire, e che non faceva altro che dire: o cor crudele di una figlia, lasciare sua madre tanto sconsolata! Ed altre simili cose e me le diceva con sì gran tenerezza d’affetto che mi faceva crepare il cuore».
Ha paura a confidare tutte queste lotte interiori alla sua Madre Maestra perché teme che di essere rimandata a casa, ma subito dopo annota: «Questa fu la prima trappola del demonio, e molto dannosa per me, perché se mi fossi confidata, il tutto sarebbe sparito. Infatti, questo è proprio del demonio: di fuggire quando si vede scoperto». Sempre riguardo alle tentazioni scrive: «Il demonio faceva tutti i suoi sforzi per farmi uscire dal monastero. Credo che andasse a fomentare mia madre, la quale mi diceva: Venite, figlia mia, a casa. Vostro fratello vi desidera, vostra sorella ancora. Che volete fare con quelli demoni?, ed altre parole ben pesanti». La Madre Maestra, che è presente a quelle invettive della madre, perde la pazienza e sta per andare dalla priora per far dimettere Marianna dal monastero, ma lei si rivolge al Signore che le dice: «Figlia, questo è in castigo delle tue infedeltà, ma spera in me che sono misericordioso».
Abbiamo detto all’inizio della nostra conversazione che, per comprendere l’itinerario spirituale di Marianna Fontanella era necessario ripercorrere le tappe fondamentali della sua esistenza. Le poche notizie cui abbiamo fin qui accennato penso siano sufficienti a farci cogliere, nell’esistenza della Beata un filo conduttore che va lentamente dipanandosi e in cui già si possono cogliere alcuni aspetti della sua spiritualità, tutta incentrata sul Mistero di Cristo e caratterizzata da un’incessante ricerca del volto di Dio in un progressivo cammino di distacco dalle realtà terrene, assunte nella forma più alta della preghiera, che a poco a poco diventa il punto focale dell’esistenza; una preghiera che, nella sua forma più alta, approda al colloquio sempre più intimo e forte con il Cristo sofferente e risorto.
Quella della Beata Maria degli Angeli è una ricerca appassionata e sofferta, come dimostrano le forti ripugnanze e le dure prove spirituali da lei affrontate già all’inizio della sua vita religiosa. Seguendo passo passo il suo itinerario all’interno del Carmelo, ci accorgeremo di trovarci davvero di fronte a un gigante della santità, in cui si colgono, fin dall’inizio, alcuni tratti caratteristici: la lucida consapevolezza della propria fragilità, e insieme, la certezza dell’infinita misericordia di Dio; un’umiltà profondissima, una volontà indomita, che non cede di fronte alle insidie del male; una fiducia illimitata nella misericordia di Dio e, infine, una forte coscienza del peccato che la spinge all’oblazione di se stessa a favore dei fratelli, come Gesù.
Ripercorriamo con lei le tappe di questo affascinante itinerario, lasciandoci condurre, fin dove è possibile, dalla sua Relazione.
Dopo l’ultimo tempestoso colloquio con la mamma, finalmente c’è una schiarita per l’intervento del «prete di casa» invocato da Marianna a fare da intermediario tra la madre e il monastero. Il 26 dicembre 1677 la nostra novizia può emettere la sua professione religiosa con l’assunzione dei voti di povertà, castità e obbedienza.
Ma proprio a partire da questo momento incomincia per lei un durissimo periodo di prove spirituali, che si protrae per quattordici lunghi anni. «Tutte le anime chiamate ad una stretta unione con Dio, per quanto si sforzino di vincere se stesse e di purificarsi, ordinariamente non vi giungono senza passare attraverso le pene più dolorose. E’ così che il Signore le purifica, come l’oro nel crogiolo».
Rievocando questo periodo Marianna scrive: «Mi avete ingannata, mio Dio! Quando ero in libertà, mi donavate delle consolazioni e dolcezze; ora che son ligata (dai voti), non mi date che amarezze!». Confessa poi le sue mancanze: la tiepidezza e lo scarso fervore nell’osservanza religiosa, la continua ricerca di se stessa e l’innato desiderio di primeggiare, fino a che una notte ha un sogno che provoca una svolta decisiva nella sua vita. Le pare che una religiosa la prenda per mano e la conduca a un bivio da dove partono due strade: una «tutta triboli e spine», che sbocca però in un bellissimo giardino «con tutte le delizie immaginabili»; l’atra «piana e facile e piena di contenti e ricreazioni», che però va a finire «in un gran precipizio». La religiosa l’ammoniva: “Li sette anni son passati, hai da mutar vita”. «In quel punto mi svegliai un poco intimorita, ma come ero di naturale poco pauroso, dissi tra me: Se questo è vero, ritorni un’altra volta». Infatti il sogno ritornò per altre due volte consecutive, e a quel punto Suor Maria si diede per vinta, si gettò ai piedi del Crocifisso «versando molte lacrime di dolore per averlo offeso, che mi pareva che il cuore si dividesse in due parti nel vedere tutti i miei peccati».
Siamo alla fine del 1684 e la Beata ha appena ventitré anni. Secondo il suo primo biografo, il P. Elia di S. Teresa, Suor Maria degli Angeli esce dal periodo di purificazione passiva del senso per essere introdotta nella purificazione dello spirito che durerà altri sette terribili anni. Certamente le ragioni di questo incredibile travaglio dello spirito sono quelle che espone S. Giovanni della Croce a proposito delle anime chiamate da Dio ad altissima perfezione: «Esse vengono sottoposte a tutte queste sofferenze affinché si purifichino secondo la parte spirituale e quella sensitiva… Questi travagli sono necessari… perché, come un eccellente liquore si pone solo in un vaso robusto, preparato e pulito, così questa altissima unione piò verificarsi soltanto nell’anima fortificata da travagli e tentazioni, e purificata da tribolazioni, tenebre e angustie, giacché per mezzo delle une viene purificato il senso e per mezzo delle altre si raffina, si purifica e si dispone lo spirito».
Una lotta senza quartiere per liberarsi dall’egocentrismo e proiettarsi tutta in Dio, sopportando con coraggio eroico vessazioni diaboliche di ogni specie, aridità spirituale, avversione alle osservanze proprie della vita religiosa, intolleranza verso le consorelle, turbamenti nei sensi: «Le rabbie interiori che provo sono grandissime e non posso credere che venghi dal demonio, ma mi pare che venghi da me, per essere io molto maligna, incitandomi con odi così terribili contro di me stessa che mi farei a pezzi. Altre volte mi pare d’essere un cane arrabbiato e darei, anche così mi pare, delle dentate a tutte quelle che incontrassi, e questo con mio gran gusto”. “Le rabbie che provo in trattar nostra Madre mi pare che non potrei numerarle: mi portano a mancarle di rispetto e di riverenza e a dirle parole brusche».
Incominciano intanto a manifestarsi fenomeni mistici che non riesce a occultare, come le estasi frequenti, ad appena ventun anni di età. Il demonio continua a tormentarla, cercando di indurla persino alla disperazione e al suicidio: «In queste pene non intravvedo altra soluzione che il darmi la morte con il bere un poco di verderame, dicendo tra me stessa: Bene, è meglio morire una volta che vivere morendo mille».
Un giorno, mentre esce dal coro, – racconta – «mi si fece davanti il demonio e mi disse: piglia quella corda e vatti a impiccare, ché già sei dannata. Altro non puoi fare che sia a maggior gloria di Dio che il levarti la vita». In altri casi il demonio la terrorizzava con strepiti e ruggiti, o rendendole insopportabile il peso della cesta con cui portava la cena alle inferme, o suggerendo in lei pensieri e fantasie disoneste che la ferivano profondamente, nel dubbio di avere offeso il Signore: «Quello che più mi tormenta è la sua presenza continua: sovente lo sento soltanto, talvolta lo vedo alla mia sinistra sotto un aspetto così abominevole che mi fa tutta spaventare e tremare. Subito mi sento agitare dalle tentazioni con tanta furia, che mi pare che tutto l’inferno si sollevi contro di me». Ma il Signore un giorno le dice: «Di che temi? Non temere! Non mi hai offeso! Non sono bastante per consolarti? Spera in me che posso tutto… Figlia mia, quanto più ti farai coraggio e violenza, tanto più crescerai nel mio amore».
A rendere più tormentose le persecuzioni diaboliche contribuisce la terribile aridità di spirito: «Queste tribolazioni mi si accrescono quanto più mi trovo arida nello spirito e ho l’impressione di essere abbandonata da Dio, al punto che mi sembra di non aver altro che l’aspetto di creatura e l’abito di religiosa, mentre in realtà mi sento una bestia e un diavolo in carne. A volte non ho il coraggio di muovere un passo per amor di Dio, talmente mi sento arida nello spirito, e ho così poca propensione al bene, che devo farmi grande violenza e forza per vincermi… Mi giova solo quello che mi dice il mio confessore, cioè di abbandonarmi totalmente nelle mani di Dio, anche se questo stento molto a farlo, ed è necessario che mi faccia quasi violenza». Il suo farsi violenza però è quasi sempre premiato perché «nonostante tutto, sperimento una grande assistenza di Dio verso di me». Il Signore la confortava attraverso straordinarie grazie mistiche. Il primo venerdì di marzo 1685 si sentì dire: «Nelle tue pene ti ho eletta, non dubitare, sarai mia diletta». E il giorno di Pasqua successivo: «Ti prometto una lotta lunga, ma vittoriosa, se sarai costante nell’amarmi e umile di cuore».
Tra le visioni da lei riferite, è di grande interesse quella del 14 settembre 1685: «Il giorno dell’Esaltazione della S. Croce, mentre ero molto travagliata dai miei soliti combattimenti interiori, andai all’orazione tutta afflitta e desolata. Appena l’ebbi incominciata, Nostro Signore, per sua misericordia, mi attirò a sé in modo straordinario, unendomi tutta a sé. Non sono in grado di dire quello che facessi, so solo che il gusto e la consolazione era grande, e al tempo stesso capivo che il buon Gesù desiderava che vi rinunziassi e gli chiedessi di patire. Ma la mia povera natura tremava e non ne aveva il coraggio: alla fine però, non potendo più opporvi resistenza, gli dissi: ‘Dolce amor mio, vi faccio rinuncia di questi gusti e consolazioni, perché così piace a voi, e vi prego di unirmi a voi per mezzo della croce e dei patimenti’. Subito Nostro Signore mi mostrò una gran croce e mi disse: ‘Figlia, hai il coraggio di abbracciarla?’. Io gli risposi: ‘Sì, Signore, con il vostro aiuto… Ma voi non vi siete sopra la croce!’. Mi rispose: ‘E’ per farti comprendere che d’ora in poi non mi sentirai, né mi gusterai sensibilmente, ma ti sembrerà sempre di essere abbandonata. Le tue tentazioni cresceranno sempre più, le tue passioni – che finora sono state addormentate – ora le sentirai nel loro maggior vigore e ti tormenteranno come tanti cani arrabbiati. Ma quello che più ti affliggerà è che ti parrà sempre di essere in mia disgrazia: stai forte nell’amarmi, umile di cuore e sottomessa ai tuoi superiori, e io ti assicuro la mia assistenza». Dopo la narrazione di un’altra grazia, la Beata conclude così la sua autobiografia: «Queste grazie mi danno forza e fortezza per superare maggiormente le zuffe del mio nemico, Oh, quanto poco posso da me stessa, se non fossi assistita dalla grazia divina!… Trovo di essere così migliorata in questo poco tempo, che mi sembra di essere cambiata come dalla notte al giorno: e tutto questo miglioramento lo riconosco proveniente da quella infinità Bontà che riversa sempre abbondantissime misericordie sopra di me, benchè io sia degna di mille morti e meritevole di mille inferni».
Oltre alla Relazione della propria vita, possediamo di lei lo scambio epistolare che ha avuto con il suo direttore spirituale, P. Lorenzo Maria di S. Michele, e da queste lettere veniamo a sapere che il lungo periodo di purificazione si concluse all’inizio del 1691, secondo quanto ella stessa scrive nella lettera del 21 luglio 1691 indirizzata allo stesso Padre: «Sono sette mesi che per grazia di Dio hanno terminato i miei travagli interiori». Leggendo attentamente quanto scrive negli anni successivi, ma soprattutto le testimonianze rilasciate dai suoi contemporanei per i Processi di canonizzazione, possiamo concludere che in quel periodo della sua vita raggiunse le vette dell’unione mistica descritta da S. Teresa d’Avila nel Castello Interiore e da S. Giovanni della Croce nel Cantico Spirituale e nella Fiamma viva d’amore. Nell’ultimo periodo della sua vita fu infatti favorita da Dio di grazie sublimi: il corpo era torturato da continue sofferenze, ma l’anima viveva ormai nella pace inalterata della piena comunione con Dio. Le visione si facevano sempre più sublimi, accompagnate da una eccezionale comprensione dei divini misteri.
Da parte sua ella cercava di mantenere il più grande riserbo su questi segni di singolare predilezione da parte di Dio, ma a volte, pressata dalle insistenti domande dei superiori, era costretta a svelare i suoi più intimi segreti. Il giorno dell’Ascensione del 1716, ad esempio, trovandosi a letto in preda ad atroci sofferenze, non voleva che le portassero a letto la S. Comunione, ma voleva lei stessa recarsi in coro per la S. Messa. Al momento della Comunione, Gesù le si manifestò in tutto lo splendore della sua bellezza e con grande tenerezza le disse: «Tu ti allontani da me per riverenza, io invece mi avvicino a te per dilezione». Attirandola quindi alla piaga del costato, la inebriò di celeste gaudio, quanto è permesso a creatura umana senza morire.
Tale avvenimento mistico la preparò a un altro molto più elevato, tra i più insigni concessi a una creatura: si trattò nientemeno che di «una straordinaria e altissima comprensione del mistero della Santissima Trinità: comprendere come il Figlio sia nel Padre e come tutti e due spirino l’Amore, conosce le ragioni dell’unità e molteplicità di Dio e comprende come tutti i suoi attributi convengono in Lui in una mirabile unità».
L’avvenimento le si impresse con tanta forza e soavità nell’anima da non potersi cancellare mai più: le tre Persone divine le erano continuamente presenti e questa grazia le faceva sperimentare la dolcezza e la pace inesprimibili del vivere continuamente immersa nel mistero di Dio.
Quella profondissima umiltà, cui abbiamo accennato prima, la rendeva sempre più consapevole della gratuità dei doni ricevuti e della sua incapacità di corrispondervi quanto avrebbe desiderato.
Si impone a questo punto una riflessione sugli aspetti più significativi della sua spiritualità.
In linea con la mistica teresiana – tutta incentrata sulla «sacratissima umanità di Cristo» – fu una innamorata di Gesù, contemplato in tutti i suoi misteri, ma soprattutto nella sua Passione e nella Eucaristia.
«Afferrata» dall’amore di Cristo e desiderosa di partecipare alla sua passione a favore della Chiesa, davvero avrebbe potuto esclamare con S. Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
«Al Carmelo – scrive Arnaldo Pigna – si sceglie e si vive l’ascesi radicale» in una vita austera «per il desiderio di Dio e il bisogno di appartenere soltanto a Lui . Chi ha trovato in Gesù il suo amore ed è stato conquistato e come rapito dalla sua assoluta bontà e ineffabile bellezza non può fare altro che aderire e tendere a Lui solo…Quanto più la fede e la speranza informano la vita, tanto più questa viene trasfigurata nell’amore e tutta orientata a compierne le opere … .
Questo ci aiuta a comprendere lo zelo ardente che letteralmente consumò la vita della Beata Maria degli Angeli a favore dei fratelli.
La comunione dei santi – come ebbe a scrivere il Card. Ballestrero – «era per lei dottrina di vita che santamente la tormentava e stimolava perché, rendendosi preghiera vivente e ostia di penitenza, per il suo amore Dio avesse gioia nella salvezza dei peccatori e nella liberazione delle anime purganti».
Ma con un cuore dilatato e colmo di fiducia nell’amore di «Gesù Crocifisso, l’offeso Signore», pieno di misericordia, sempre pronto ad accogliere la pecorella smarrita.
Scrive, per esempio, ad una persona scoraggiata al ricordo delle sue colpe: «Non vede che fa ingiuria al suo benignissimo e misericordiosissimo Signore, la cui misericordia sorpassa infinitamente tutte le nostre malizie e gli fa scordare tutte le nostre colpe?».
Altrettanto forte e delicato è l’amore a Gesù nell’Eucaristia, che la affascinò fin dalla più tenera età. Un amore che crebbe con gli anni e che fu ricambiato dal Signore con grazie particolari ogni volta che si comunicava. Le visioni più significative, tra quelle da lei stessa riferite, avvennero proprio dopo aver ricevuto la comunione. A chi le aveva chiesto qualche consiglio per prepararsi a ricevere degnamente la comunione, scriveva: «Cerchiamo il Signore Iddio, dolce amor nostro, e stringiamolo al cuore… Su, anima mia, non senti che il dolce Gesù ti invita a cibarti di se stesso? O Amore, o Amore! E come non s’infiamma questo mio cuore freddo, agghiacciato, tutto insensibile a questo dolce invito?».
Dall’amore nascono fiducia e abbandono in Dio, due componenti fondamentali della sua spiritualità. È significativa al riguardo la frequenza con cui nelle sue lettere esorta a non scoraggiarsi mai, a confidare nell’infinita misericordia del Signore, l’Offeso, da cui non bisogna allontanarsi, qualunque sia il nostro peccato: «Scoraggiarsi per l’errore commesso non piace a Dio e non è umiltà buona; ma con confidenza dite: “Lascia, o Signore, che io torni ad amarvi!”»; «Mettete la vostra propria volontà nelle mani di Dio, e così facendo, attirerete quella di Dio nelle vostre mani».
Ancora nella linea dell’amore, autenticato dalle opere, rientra l’importanza che attribuisce alle piccole cose della vita quotidiana: «Procurate di far sempre caso delle piccole cose, e così non cadrete facilmente nelle grandi».
A tutto questo si aggiunge l’amore appassionato per le anime che la faceva ardere dal desiderio di conformarsi sempre più a Cristo Crocifisso per consumarsi in Lui e per Lui a favore della Chiesa.
Pur vivendo una vita mistica intensa, la Beata Maria degli Angeli era una donna estremamente concreta, e molti testimoni ai Processi di canonizzazione affermano concordemente che era dotata di spiccate capacità pratiche, di fine intuito psicologico, di un acuto senso dell’umorismo, e soprattutto di una straordinaria e costante serenità. Questo raro equilibrio interiore che si irradiava all’esterno, aveva la sua origine segreta in quell’amore di cui abbiamo parlato prima. Il suo motto preferito era: «Vengo dall’Amore, vado all’Amore, tutto faccio per Amore».
Molto significativa può essere al riguardo la testimonianza rilasciata per il Processo Informativo Diocesano da Madama Reale, Giovanna Battista di Savoia Nemours: “Aveva lo spirito vivo, penetrante, un fine intuito; ed un modo di fare così soave, disinvolto, garbato, che rapiva i cuori e la venerazione di chiunque la frequentava. Si ammiravano in lei una modestia angelica, una mansuetudine singolare e una tranquillità d’animo così costante e serena, che bastava vederla per essere edificati e consolati. La sua profonda umiltà generava in lei una così bassa opinione di sé, che ogni manifestazione di stima non solamente da parte nostra, ma anche da parte del Re, mio signor figlio, della Regina, delle Principesse del nostro seguito non giovavano ad altro che ad accrescere la sua confusione. Fuggiva quanto più poteva simili onori, e si sarebbe sempre nascosta, se la puntuale e perfetta obbedienza non l’avesse costretta a non ritirarsi”.
Giovanissima, la madre Maria degli Angeli fu incaricata della formazione delle novizie, e nel 1694, sebbene non avesse ancora l’età canonica richiesta dalle leggi della Chiesa, con dispensa della S. Sede fu eletta priora: aveva solo di trentatré anni.
Fu proprio nell’assumersi il peso di tali responsabilità che rivelò tutta la ricchezza delle sue doti naturali: una calda umanità, uno spirito di servizio spinto fino all’eroismo, una eccezionale capacità di accoglienza, il discernimento degli spiriti, una profondissima umiltà.
Soffriva per la fama di santità che la circondava e provava un fastidio indicibile per le attenzioni e la curiosità indiscreta delle dame di corte. Una volta il duca Vittorio Amedeo II – di ritorno dalla Sicilia dove era stato incoronato re nella cattedrale di Palermo il 24 dicembre 1713 – venuto a fare visita al monastero, le chiese di dirgli liberamente se avesse bisogno di qualche cosa per la comunità. A tale richiesta, la Madre, mettendosi in ginocchio, lo supplicò di “non venire più a vedere questa povera peccatrice”.
È significativo che negli ultimi anni di vita, a partire dal 1710 circa, si firmava sempre «Suor Maria degli Angeli, carmelitana scalza indegna e povera peccatrice».
Grande educatrice, possedeva in modo eminente l’arte di formare alla preghiera, all’amore, al sacrifico, alla generosità, al dono totale di sé, alla fedeltà alle prescrizioni più piccole della Regola, alla pratica della virtù in modo eroico.
Autentica carmelitana, dal silenzio della sua clausura, partecipò intensamente alle vicende politiche e religiose della città di Torino, consigliando, esortando, ammonendo, ma soprattutto pregando e soffrendo.
Tra tutte le estasi e i fenomeni mistici della sua vita, ricordiamo in modo particolare quello accadutole nel 1701: dalla sua persona cominciò a diffondersi un profumo intensissimo che si estendeva a tutte le cose che toccava. L’evento prodigioso suscitò meraviglia e indiscrezioni soprattutto da parte delle principesse reali che di consueto si recavano al monastero, al punto che una di esse, incuriosita, mandò il suo più esperto profumiere a conferire con lei in parlatorio con un pretesto qualsiasi, sperando che riuscisse ad individuare l’essenza di quel finissimo profumo. Ma neppure lui ci capì qualcosa.
La Madre soffriva moltissimo per questo fenomeno che non riusciva a celare in nessun modo, neppure nascondendo sotto lo scapolare oggetti che emanavano un odore insopportabile. Si umiliava, intensificava le penitenze, ma il profumo aumentava: ne rimase impregnata la sua stanza anche dopo la sua morte Oramai tutti, in monastero e fuori, lo definivano profumo di santità.
I pochi elementi di questa ricca e complessa personalità di donna e di santa, che abbiamo cercato di enucleare da una rapida lettura della sua vita, ci hanno permesso di cogliere alcuni aspetti peculiari del suo essere chiesa, per il suo tempo. Ma il suo messaggio va oltre il tempo ed quanto mai vivo e attuale anche per noi. La beata Maria degli Angeli visse con coerenza estrema la sua vocazione battesimale, lasciandosi progressivamente trasformare in Cristo, fino a divenire una trasparente immagine di Lui. Fu una perfetta carmelitana, innamorata di Gesù Crocifisso, cercando di fare della propria vita una lode perenne di Dio, nel silenzio e nel nascondimento, ma con un cuore ardente d’amore per Dio e per i fratelli.
«Riconoscere che Dio è Dio e dedicare tutta l’esistenza ad amarlo, lodarlo, glorificarlo comporta necessariamente anche il desiderio che da tutti sia amato, lodato, glorificato. Dall’amore per Dio nasce…lo zelo apostolico…Anche quando si consuma ed offre la vita per salvare i peccatori, [la carmelitana] lo fa soprattutto perché il suo Signore sia amato e glorificato. Fare amare l’Amore è la sua vocazione suprema» .
Questo fu la beata Maria degli Angeli.
Armando Rosso




