La tematica dei sedici «giorni» di questo ritiro varia più in apparenza che in realtà. Elisabetta continua a contemplare, da punti di vista differenti, la stessa vetta luminosa e il cammino che vi conduce. Ogni foto della vetta e del cammino cambia secondo l’inquadratura: il primo piano, l’illuminazione, i dettagli messi in rilievo. Come Giovanni Evangelista, la contemplativa esegue voli d’aquila concentrici attorno agli stessi misteri che la affascinano.
La vetta? La Trinità tutta santa, risplendente di bellezza, che ci invita ad avvicinarci. Il cammino? Il Cristo che si mette al nostro fianco. Il punto di vista? Tutto quello che bisogna lasciare indietro, per incamminarsi verso la vetta. Nelle cose di Dio ogni paragone è inadeguato. La Vetta è nel profondo di noi stessi, il Cammino, che è il Cristo, passa attraverso il nostro cuore, siamo noi stessi da lasciare indietro per riscoprirci in Dio, e riscoprire Dio in noi stessi e in ogni cosa.
L’adorazione alla quale ieri eravamo invitati e che supponeva l’estasi amante che supera i legami opprimenti del ripiegamento su se stessi, trova oggi la sua piena giustificazione e la sua ragion d’essere nella santità di Dio. «Siate santi, perché Io sono santo».
La santità allora sarà questione di logica e di somiglianza? Abbandonati alle nostre sole forze, noi saremmo ben poveri…La nostra vocazione alla santità non nasce solamente dalla sovrana santità di Dio, ma da una iniziativa gratuita di Colui che «ci ha amati per primo» (1 Gv 4,10). Tutto incomincia dal «desiderio» del Creatore salvatore, che vuole «identificarsi, legarsi alla sua creatura»! Ha voluto essere il nostro «principio», ripete Elisabetta: in Dio noi abbiamo «il movimento, l’essere e la vita». Dal momento che c’è in noi un «principio del suo Essere», un grande impeto di «speranza» attraversa il nostro cuore, senza aver «ancora visto quello che saremo»! Che grazia incomparabile è questa chiamata alla santità!
Siamo davvero «i figli del suo amore», ripete con stupore la carmelitana sofferente, a undici settimane dalla morte. «Tu che sei madre», scrive a Guite, «e che sai quali profondità d’amore il buon Dio ha messo nel tuo cuore per i tuoi figli, puoi intuire la grandezza di questo mistero: figli di Dio, mia Guite, questo non ti fa esultare? (L 239).
Quale «grandezza» Dio ci elargisce! Ovviamente, dobbiamo abbandonare la nostra misura meschina, egocentrica. Tale perdita non solamente è ricca di prospettive positive, ma essa si fa – se noi vogliamo – a spese di Dio stesso: «condotta dalla forza della sua destra, sotto la protezione delle sue ali».
«Morire a se stessi»? Ascoltiamo piuttosto il Signore che dice: «vieni a morire in me perché io viva in te!» «Spogliarsi dell’uomo vecchio? «Sì, per «rivestirsi dell’uomo nuovo», che è il Cristo pasquale, «con il quale siamo nascosti in Dio» (Col 3,3)! Questo Dio che ci supplica per bocca di Elisabetta: «Riversati interamente nel mio essere»…Questo Dio che considera l’anima come sua «figlia adottiva», guardandola attraverso il suo figlio Gesù…e perché tu, possa scoprire Gesù in tutte le cose, immergi tutto in una luce positiva. «Prendere la propria croce e rinnegare se stessi?» Sì, ma per «seguire Gesù». O meglio, non dietro a lui, ma accanto a lui, «su questa strada magnifica della presenza di Dio dove l’anima cammina sola con il Solo».
Elisabetta permette a Dio di dirle: «Guardami, e ti perderai di vista». Ella non parla prima di tutto di morte, ma di presenza e di lode, per cui l’oblio di sé esprime solo il presupposto e il desiderio. Il suo Signore vittorioso è precisamente “il trionfatore della morte”. «Perdersi di vista? Sì, per avere lo sguardo su Dio, dato che per Elisabetta perdersi di vista conduce alla visione di una realtà più bella. Il «cammino» stretto della rinuncia è largamente compensato dalla «via magnifica» della Presenza. E questa è il «mezzo per raggiungere» la santità desiderata da Dio.
Il grande dono di sé è aprirsi al «dono di Dio» che è il Cristo (Gv 4,10) e al suo Spirito inviato nei nostri cuori (Ga 4,6). Elisabetta l’aveva spiegato a Guite in un passo che – anche se compreso a nostra «misura», per noi – illumina mirabilmente la nostra chiamata alla santità, al primato dell’opera di Dio in noi. «Per queste anime, la morte mistica di cui parla san Paolo diviene così semplice, così soave! Esse pensano molto meno al lavoro di annullamento e di spogliamento che resta loro da fare che ad immergersi nel braciere d’amore che arde in esse, e che è lo Spirito santo, questo stesso Amore che nella Trinità è il legame del Padre e del suo Verbo» (CF 14).
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Siate santi, perché io sono santo» [Lv 11,44]. Chi è allora colui che può dare un simile comando?…Egli stesso ha rivelato il suo nome, quel nome che gli è proprio, che Lui solo può portare: «Io sono, dice Egli a Mosè, Colui che sono [Es 3,14], il solo Vivente, il principio di tutti gli altri esseri». «In Lui, dice l’Apostolo, viviamo, ci muoviamo e siamo» [At 17,28].
«Siate santi, perché io sono santo!». Mi sembra che sia la stessa volontà, che si manifesta il giorno della creazione quando Dio dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza» [Gn 1,26]. È sempre il desiderio del Creatore di identificarsi, di unire a sé la propria creatura!
San Pietro dice «che siamo stati fatti partecipi della natura divina» [2 Pt 1,4]; san Paolo raccomanda di mantenere salda la fiducia a noi donata di essere «partecipi di Cristo» [Eb 3,14]; e il discepolo dell’amore ci ripete: «Noi fin d’ora, siamo figli di Dio; ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è. E chiunque ha questa speranza in Lui, si santifica come Egli stesso è santo» [1 Gv 3, 2-3]». Essere santo come Dio è santo, questa è, sembra, la misura dei figli del suo amore! Il Maestro non ha forse detto: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste » [Mt 5,48]?
- Parlando ad Abramo, Dio diceva: «Cammina alla mia presenza e sii perfetto» [Gn 17,1]. È questo dunque il mezzo per raggiungere la perfezione che il Padre Nostro dei Cieli ci domanda! San Paolo, dopo essersi immerso in questi disegni divini [Ef 1,11], proprio questo rivelava alle nostre anime, scrivendo «che Dio ci ha scelti in Lui prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nell’amore» [Ef 1,4]. È ancora alla luce di questo santo che voglio rischiararmi per camminare, senza mai tornare indietro, sulla via magnifica della presenza di Dio dove l’anima cammina «sola con il Solo» [santa Teresa d’Avila], guidata dalla «forza della sua destra» [Lc 1,51], «sotto la protezione delle sue ali, senza temere i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno» [Sal 90, 4-6].
- «Deponete l’uomo vecchio con la condotta di prima – mi dice [S. Paolo] – l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» [Ef 4,22.24]. Ecco tracciata la via; c’è solo da liberarsi per percorrerla come Dio desidera! Spogliarsi, morire a se stessi, perdersi di vista, mi sembra che proprio a questo alludesse il Maestro quando diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua» [Mt 16,24].
«Se vivete secondo la carne, dice ancora l’Apostolo, voi morirete; se invece, con l’aiuto dello Spirito, fate morire le opere della carne, voi vivrete» [Rm 8,13]. Ecco la morte che Dio richiede e di cui egli dice: «La morte è stata assorbita dalla vittoria» [1 Cor 15,54]. «O morte, dice il Signore, io sarò la tua morte» [Os 13,14]; cioè: O anima, figlia mia adottiva, guardami e ti perderai di vista; riversati tutta intera nel mio Essere, vieni a morire in me, perché io viva in te!…
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



