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Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: “Padre …”
In questo brano di Vangelo Gesù ci dà subito un suggerimento prezioso per la nostra preghiera: “Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto”. Ci insegna cioè una delle condizioni indispensabili che rendono possibile il pregare: il silenzio, la solitudine.
Silenzio e solitudine che non sempre vanno presi alla lettera (potrebbero riferirsi a momenti privilegiati, quali giornate di ritiro, di deserto, come si ama dire oggi), ma nel senso che ciascuno di noi, se vuole davvero mettersi in dialogo con Dio, deve cercare almeno per un momento di far tacere tutte le altre voci per ascoltare nel profondo del proprio cuore la voce di Colui è presente, che parla, che vuole donarsi a noi.
Se leggiamo attentamente i Vangeli, scopriamo che tante volte Gesù stesso ha dato l’esempio di questa preghiera solitaria e silenziosa. Così , ancora in S. Matteo, al cap. 14, troviamo che dopo la prodigiosa moltiplicazione dei pani, Gesù, “congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare”(Mt 14,23). Oppure in Marco (1,35): “Al mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto a pregare”. E in Giovanni: “Si ritirò di nuovo sulla montagna, solo, a pregare”.

San Luca, introducendo la preghiera del Padre nostro, dipinge un quadretto incantevole. I discepoli osservano Gesù che prega e ne restano conquistati. Tanto che “quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare!”. Gesù in preghiera…Chi può intuire il mistero di quel suo intimo dialogare col Padre, di quel suo ineffabile offrire “preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime” a favore degli uomini? I discepoli, in disparte, scrutano il loro Maestro in preghiera, sono presi dal senso del mistero che si sprigiona da quell’intenso suo dialogare col Padre e gli chiedono con umiltà e desiderio sincero: “ Signore, insegnaci a pregare!”.
E Gesù acconsente alla loro richiesta e insegna loro la preghiera del Padre nostro che compendia in sè lo stile e le modalità di ogni autentica preghiera. Ma Perché pregare? Perché l’uomo, la donna porta in sé quest’intimo e irrinunciabile desiderio di pregare?
Qualche anno fa da una giovane catechista, venuta in parlatorio col suo gruppo per dialogare con noi. non riusciva a capire perché fosse importante pregare, dal momento che Dio sa tutto e sa quello di cui abbiamo bisogno. L’obiezione pareva logica e pertinente, ma inconsapevolmente tradiva una concezione utilitaristica di Dio: un Dio lontano, impersonale. Non ancora Padre.
Per cogliere il senso profondo della preghiera invece è di fondamentale importanza conoscere il nostro Interlocutore, sapere che ci troviamo a confronto con un Tu infinitamente più grande di noi, e infinitamente innamorato di noi, sue creature…e creature redente, salvate!
Se leggiamo attentamente l’Antico Testamento scopriamo già il volto di un Dio –Amore; ma è Gesù che ci rivela il più autentico volto di Dio che è Padre, e ci dischiude qualche cosa del Mistero di Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito, di un Dio unico in tre Persone, di un Dio che è comunione d’amore.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n.259 dice molto bene: “chi rende gloria al Padre, lo fa per il Figlio, nello Spirito santo; chi segue Cristo, lo fa perché il Padre lo attira e perché lo Spirito lo guida”.
In altre parole, la ragione prima ed ultima del nostro pregare è…una vocazione! È l’iniziativa di Dio che ci attira a sé per farci partecipi della sua vita divina, per donarci il suo amore, la sua tenerezza. Capiamo bene allora che è molto di più quello che Lui ci dona, che quello che noi gli chiediamo nella nostra piccolezza, nei nostri corti orizzonti!
“Se uno mi ama” – dice il Signore – “osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”(Gv 14,23).
Aderire a questo invito è importantissimo per chiunque voglia veramente fare esperienza di Dio e stabilire con Lui un rapporto di autentica comunione. Ma non si tratta di un invito “facoltativo”: ne va della nostra piena realizzazione umana, del compiersi più vero e autentico della nostra umanità. Per non dire poi della nostra felicità…quella a cui noi tutti aneliamo!
– E il catechista?
Un catechista che non trovasse tempo per pregare, per mettersi in sintonia con Dio…sarebbe meglio che rinunciasse a fare il catechista, perché rischierebbe di assomigliare al famoso cembalo che tintinna a vuoto di cui parla S. Paolo nella lettera ai Corinzi.
Voi infatti non siete chiamati a trasmettere ai vostri ragazzi una dottrina, ma un’esperienza vissuta di fede; non nozioni astratte, ma comportamenti di vita; non l’insegnamento di un personaggio storico lontano nel tempo, a una Persona viva, dalla quale voi per primi siete stati conquistati, affascinati, che è entrata nella vostra vita determinandone le scelte e i comportamenti; una persona insomma di cui vi siete innamorati e che vorreste far conoscere e amare anche ai vostri ragazzi. Una persona, Gesù, col quale avete instaurato un autentico rapporto di amicizia e con cui vi sentite in piena sintonia.
Il Cardinale Ballestrero in una conversazione sulla preghiera diceva che “quando nella preghiera ci mettiamo in atteggiamento di comunione, di vero rapporto interpersonale…incontriamo davvero Qualcuno col quale comunicare a tu per tu: siamo due, il Signore ed io che si cercano a vicenda, si amano…Attraverso la preghiera l’amicizia con Dio diventa esperienza che segna la vita”.
Concludendo la risposta al primo quesito, potremmo sintetizzare così: se vuoi essere un buon catechista, innamorati sul serio di Cristo e diventa suo amico, incontrandolo il più sovente possibile nell’intimo di te stesso, stabilendo con Lui un rapporto di vera amicizia.
Passiamo ora al secondo quesito:
Come pregare? Quando pregare?
Ciascuno ha i suoi ritmi personali di vita, di lavoro, di impegni.
Nella società in cui viviamo, dove l’uomo è sempre più assillato dalle mille cose da fare, rischiando di disperdersi in un attivismo esasperato che lo assorbe e lo decentra da se stesso e condiziona le sue capacità di relazioni serene sul lavoro, in famiglia, con gli altri, è più che mai necessario creare spazi di silenzio lungo la giornata per ritrovare noi stessi e metterci in dialogo con il Signore.
Credo che tanti problemi che disgregano oggi la famiglia, i rapporti interpersonali, la convivenza pacifica derivino proprio dal fatto che l’uomo rischia di essere afferrato dall’ingranaggio di una società arida, senza valori, che tende a isolarci sempre di più in una solitudine esistenziale che finisce per schiacciare ed opprimere…Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: violenza, immoralità, divorzi, droga, ricorso sempre più frequente alla psicanalisi ecc.
Santa Teresa d’Avila ha un’espressione lapidaria che va alle radici della cosiddetta mancanza di identità di cui tanto si discute: “Conosci Dio, se vuoi conoscere te stesso”. L’uomo, cioè, non può prescindere da Dio, perché porta nel profondo del suo essere il sigillo della sua identità filiale impresso in noi dal Battesimo. Per ritrovare noi stessi, dobbiamo incontrarci con Dio, intensificare il nostro rapporto con Lui, altrimenti ci svuotiamo, ci lasciamo portare dalla vita giorno dopo giorno come una barca abbandonata senza remi…abbiamo bisogno di avere dei punti di riferimento, degli obiettivi precisi verso cui tendere, magari lottando e soffrendo, ma con la consapevolezza di farlo…perché ne vale la pena.
Per questo è necessario pregare, stare da soli con il Signore. E se proprio non riusciamo a trovare queste pause nella nostra giornata, possiamo sempre rivolgere, anche solo per qualche istante, la nostra attenzione a Dio che vive in noi. Santa Teresina definiva la preghiera “uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il Cielo, un grido di gratitudine e d’amore nella prova come nella gioia”. Questo mi pare possibile per tutti e in qualunque luogo o occupazione. Santa Teresa d’Avila, sublime maestra di vita spirituale per tutta la chiesa, definiva a sua volta la preghiera “ un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati”. Qui l’accento viene posto prima di tutto sull’amore, che è dono gratuito dell’iniziativa di Dio che esige però la nostra risposta libera e generosa, in un profondo rapporto di amicizia che trasforma e trasfigura la vita. Il Cardinale Ballestrero osserva che se davvero riusciamo a instaurare un rapporto di amicizia col Signore, lo Spirito Santo “ a poco a poco ci spoglia di tutto il bagaglio di pensieri, di ricordi, di propositi, di sentimenti umani e ci mette nell’atteggiamento tranquillo della comunione: stare con Dio che ci ama e dal quale sappiamo di essere amati”. Capite che la preghiera così intesa – ed è la tipica preghiera carmelitana – non consiste nel molto pensare, nel moltiplicare le parole, le formule…ma “nel molto amare”. In proposito mi pare necessaria un’ultima precisazione: non possiamo diventare degli oranti autentici se non ci nutriamo alle sorgenti della Parola di Dio. È attraverso la Parola che scopriamo l’amore del Padre, del Figlio, dello Spirito, ed è attraverso la Parola che la nostra anima si nutre e si innamora di Dio. Anche nelle relazioni umane per amarsi, bisogna conoscersi; per diventare amici, bisogna frequentarsi, avere interessi in comune…Cerchiamo perciò di conoscere il Signore. Per innamorarci davvero di Gesù, per lasciarci coinvolgere nel suo mistero d’amore, per capire – come diceva S. Teresina – il suo carattere…per lasciarci avvolgere dalla tenerezza infinita del Padre a abbandonarci senza riserve all’azione santificatrice dello Spirito familiarizziamoci con la Bibbia, soprattutto con il Vangelo, con i salmi, con quelle pagine che più vi colpiscono e vi toccano interiormente. Vi accorgerete allora che la preghiera a poco a poco diventerà non un obbligo, un dovere, ma un insopprimibile bisogno del cuore.
S. Paolo, nella lettera ai Galati, dice a un certo punto (Gal 2, 20): “NON SONO PIÙ IO CHE VIVO, CRISTO VIVE IN ME”. Cristo vive in me, prega in me, ripete in me:! Cerchiamo di entrare in comunione con Lui, di abbandonarci al flusso della sua preghiera filiale, ripetendo anche noi con tutto il nostro essere: Abbà, Padre!
Per rispondere alla domanda se ha senso ancora oggi nella Chiesa la nostra testimonianza di donne interamente dedite alla preghiera, vi cito un passo del bellissimo capitoletto che il Papa nella sua recente esortazione apostolica sulla Vita consacrata dedica alle suore di clausura. Ecco le parole del Papa: « La clausura evoca quella cella del cuore in cui ciascuno è chiamato a vivere l’unione con il Signore. (ciascuno, quindi anche voi!) Accolta come dono(quindi la vocazione alla clausura è un dono di Dio!) e scelta come libera risposta d’amore ( l’amore della creatura che risponde sì alla proposta del Creatore) essa, – la clausura – è il luogo della comunione spirituale con Dio e con i fratelli….La limitazione degli spazi e dei contatti ( il vivere cioè in stretta clausura, la separazione
dal mondo, le grate ecc.) opera a vantaggio dell’interiorizzazione dei valori evangelici”( Vita Consecrata, n.59). Sappiamo che la nostra vita da molti è contestata, ritenuta inutile, sorpassata…La chiesa non la pensa così…e nemmeno noi, che non sappiamo davvero che cosa siano le frustrazioni di cui tanti oggi soffrono nel mondo. Noi siamo felici della nostra vocazione e vorremmo poter partecipare la gioia della nostra vita a tutti. Quando santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo, pensa alla fondazione del suo primo monastero, quello di san Giuseppe ad Avila, la Chiesa attraversava un momento assai difficile: da una parte un grande rilassamento della moralità, dall’altra la disintegrazione dell’unità provocata dal protestantesimo, con defezioni nel clero, profanazioni dell’Eucaristia, lotte accanite fra i cristiani. Angosciata di fronte a tanti mali, la Santa si rivolge nella preghiera al Signore, supplicandolo – come racconta lei stessa- “ di porre rimedio a tanto male…mi pareva che pur di salvare un’anima sola…avrei sacrificato mille volte la vita…Ma vedendomi donna e impossibilitata a fare quello che avrei voluto per la gloria di Dio, venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me…”. E pensa di fondare un piccolo monastero, povero, dove, completamente separate dal mondo, lei e le sue consorelle potessero dedicarsi completamente alla preghiera, intesa come relazione di amicizia con Dio. Perciò per lei la preghiera, la vita interamente donata al Signore nel nascondimento della clausura è il mezzo più efficace per soccorrere la Chiesa. Nasce così il Carmelo teresiano. Le carmelitane pregano nel silenzio, nella solitudine, in una vita semplice e austera per i predicatori, per i teologi, per i sacerdoti, per tutti. Sono passati più di quattro secoli, il Carmelo è diffuso in tutto il mondo con oltre 800 monasteri che continuano l’ideale di Teresa a servizio della chiesa, con queste caratteristiche:
Apostolato universale, non limitato a spazi, luoghi, tempi circoscritti, ma aperto sul mondo.
Con la preghiera la carmelitana si fa vicina a ogni fratello. Quanto più realizza la sua chiamata alla comunione con Dio, tanto più viene coinvolta nella passione d’amore di Dio per l’uomo e sente il bisogno di diventare spazio in cui il Padre possa attuare il suo disegno d’amore a favore dell’umanità intera.
Le grate, la clausura, la separazione dal mondo, l’austerità della vita non significano indifferenza o disprezzo per determinati valori, ma rinuncia in vista di un bene più grande. a vantaggio dei fratelli.
Abbiamo visto che Gesù si ritirava SOLO a pregare, ma nella sua preghiera portava al Padre tutti gli uomini. Così è per la carmelitana.
C.S.


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