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L’argomento preciso del mio intervento: «Personaggi rappresentativi della società civile e religiosa di fine Seicento- Settecento, che svolsero un ruolo nella fondazione del monastero di S. Giuseppe in Moncalieri» permette di analizzare un aspetto che permette di capire meglio il significato di questa fondazione.
Questo carmelo di S. Giuseppe, in cui ci troviamo, fu tenacemente voluto da madre Maria degli Angeli, priora del carmelo di S. Cristina in Torino, per offrire un’opportunità alle giovani che non potevano essere accolte nel monastero di Torino (a causa del numero chiuso imposto dalle Costituzioni, secondo il Concilio di Trento): non potevano essere le monache più di venti, comprese le converse, al massimo ventuno se si presentavano novizie di eccezionali virtù. Quindi se le domande superavano il numero di venti, le nuove monache venivano rifiutate.
Si legge nel Libro Mastro di questo monastero:«Essendo la nostra Venerabile madre Maria degli Angeli così illuminata da Dio e mossa a procurare la di Lui maggior gloria con accrescere i monasteri della Nostra Santa Madre Teresa, si diede tutte le sollecitudini per fondare questo nostro monastero in Moncalieri» .
A sua volta, la prima biografia della Fondatrice, pubblicata nel 1729, a pochi anni dalla sua morte, recita con una certa enfasi:«Premevala sempre un acceso desiderio che l’amato suo Crocifisso trovasse nei cuori umani quelle compiacenze, le quali sono tutte effetto d’una bontà infinitamente comunicabile. Laonde sospirava dì e notte poter una volta dilatare col mezzo d’alcuna nuova fondazione il ristretto di quel suo Monistero, sapendo ben ella di quanta gloria sarebbe riuscito a Dio, di quanto bene alle anime, decoro alla Religione e vantaggio a questi Stati un picciol regno di spose perfette».
Tuttavia, la fondazione del Carmelo di S. Giuseppe, aperto ufficialmente il 16 settembre del 1703, si collocò storicamente – come d’altra parte è emblematicamente manifestato dagli eventi moncalierese di quella stessa giornata – alla convergenza di tutte le componenti della società del tempo. Componenti ideali religiose ed ecclesiastiche, monastiche, aristocratiche, municipali ed economiche. Fu, infatti, un evento non soltanto di Chiesa, ma anche di società, come non poteva non essere – a dispetto dei contrasti diplomatici tra Torino e Roma, cioè tra la corte Sabauda e la S. Sede, – in un tempo di cristianità, quando cioè la fede cristiana – da noi la confessione cattolica – informava, sia pure in forme ed intensità diverse, tutte le manifestazioni della vita pubblica. È in questo contesto infatti che l’iniziativa di suor Maria degli Angeli assume il suo significato completo. Non si può separare il monastero da tutto il contesto: la conoscenza del contesto ci permette una conoscenza migliore e più vera del perché della nascita di questo monastero e delle sue caratteristiche.
Se a lei spetta, senza alcun dubbio, il titolo di fondatrice, perché fu lei a volere e realizzare il carmelo di Moncalieri, l’evento assunse tuttavia una portata che andava ben al di là della sua persona, del suo carmelo.
In questa occasione vorrei presentare, come in una carrellata, attraverso brevi profili, i personaggi più rappresentativi del mondo religioso e civile che, attorno al 1700, diedero un apporto determinante, o almeno significativo, al sorgere di questo carmelo. E il primo posto spetta di diritto a madre Maria degli Angeli.
Maria degli Angeli, vissuta dal 1661 al 1717, visse da monaca carmelitana le tormentate vicende religiose e civili della Torino aristocratica e popolare di Vittorio Amedeo II. La sua era la famiglia dei conti Fontanella di Baldissero, la mamma era Maria Tana di Santena, parente di S. Luigi Gonzaga.
Nata a Torino il 7 gennaio del 1661, fu battezzata l’11 nella parrocchia dei santi Simone e Giuda, l’attuale S. Gioachino, col nome di Marianna.
Parlare della beata Maria degli Angeli significa inoltrarsi nel terreno umanamente inesplorabile, avvincente, ma anche cosparso di tranelli, della mistica. Infatti la vita di questa carmelitana scalza fu segnata in continuità, in profondità, dalle esperienze mistiche, caratterizzate da fenomeni straordinari. Qui più che altrove, si richiede di spogliarsi non soltanto di pregiudizi ideologici, ma anche delle proprie categorie mentali e lasciarsi introdurre, per quanto possibile, nella logica e nel linguaggio della mistica, che proprio nei carmelitani S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce, aveva raggiunto i suoi vertici. Sappiamo che il mistico – la mistica – sono colui – o colei – che fanno esperienza diretta di Dio fin da quaggiù, quindi un’esperienza tutta particolare, per esprimere la quale il linguaggio nostro è sempre inadeguato.
Profondo conoscitore dello spirito del Carmelo, l’Arcivescovo di Torino, il card. Anastasio Ballestrero di santa memoria, anche lui carmelitano scalzo, di lei scrisse: «La beata Maria degli Angeli si presenta a prima vista una autentica figlia della santa Madre Teresa, nella quale è difficile scorgere tratti o caratteri particolari estranei a quelli che costituiscono l’essenza e offrono la fisionomia tipica della carmelitana scalza», ossia la madre Maria degli Angeli è una carmelitana doc, di origine controllata, quasi in lei si vede S. Teresa d’Avila, dice il cardinale Ballestrero. E continua: «È il più grande elogio che di essa si possa fare. È risaputo in quale misura essa abbia vissuto le angustie e i dolori della terribile notte dello spirito – la tentazione contro la fede e il silenzio di Dio – ma forte di una fede e di una speranza incrollabili, obbedendo e combattendo, diceva il suo sì generoso a Dio in perenne preghiera, in un incontro senza soste, nella fede, con Colui che sembrava nascondersi, ma che pur le si rivelava in tutto».
Contrastata dalla madre nella scelta della vita contemplativa e finalmente orientatasi al Carmelo, il 19 novembre 1676 entrò nel monastero di S. Cristina in Torino. Fatta la professione religiosa il 26 dicembre 1677, assumendo il nome di Maria degli Angeli, visse come un vero calvario il primo periodo di vita carmelitana, precisamente fino al termine del 1691. Furono anni di oscurità spirituale, di forti tentazioni, e soprattutto del silenzio di Dio, quando sembrava che Dio fosse assente – ed è la tentazione peggiore questa, perché può portare alla disperazione – . Lei l’ha provata per anni.
Tuttavia non le mancarono nel frattempo intense consolazioni spirituali. Infatti nel 1682 le estasi si fecero frequenti e spesso avvenivano in pubblico, provocandole grande confusione. Purificata dal Signore, fu pronta ad assumere responsabilità nel Carmelo. Dapprima maestra delle novizie, e poi, dal 1694, priora del monastero.
Nel 1696, con l’appoggio di Madama Reale, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, – di cui parleremo più avanti -, ottiene che si istituisca nella diocesi di Torino la festa del Patrocinio di S. Giuseppe. Ma intanto si diffonde sempre più in Città la voce sulle sue grazie mistiche e letteralmente dilaga la fama della sua santità, che suscita grande interesse attorno alla sua persona, per la qual cosa lei prova un fastidio indicibile.
Alcune guarigioni prodigiose, attribuite alla sua intercessione, moltiplicano le richieste di preghiere al monastero, al quale accorrono personaggi illustri del clero, dell’aristocrazia, della corte: Madama Reale, la duchessa Anna e lo stesso Vittorio Amedeo II, come dimostra la corrispondenza epistolare.
Anche per sottrarsi a tale trambusto – non soltanto, ma anche – decide la fondazione di un nuovo monastero fuori Città. Su consiglio del filippino padre Valfré, sceglie Moncalieri, dove il nuovo monastero, dedicato a S. Giuseppe, viene inaugurato solennemente il 16 settembre 1703, ma senza madre Maria degli Angeli. Infatti i Savoia, con forti pressioni sul Carmelo, ne impedirono la partenza dalla capitale. Così scrivono le biografie. Forse non volevano privare la città di Torino di questa presenza prestigiosa, non volevano regalarla a Moncalieri. Ma il suo momento di maggiore coinvolgimento nella vita di Torino fu senza dubbio l’assedio dei francesi del 1706.
Ella rifiutò di abbandonare il monastero, situato presso le mura, che passavano allora proprio dietro S. Cristina e si impegnò con la comunità al sostegno morale e spirituale dei torinesi rimasti in città attraverso una preghiera più intensa.
Nell’ultimo periodo della sua esistenza terrena fu favorita da Dio di grazie sublimi: il corpo era martoriato da continue sofferenze, ma l’anima viveva ormai nella pace inalterata con Dio. Le visioni si facevano via via più sublimi. Da parte sua ella cercava di mantenere il più grande riserbo si questi segni di straordinaria predilezione da parte di Dio. Ma a volte, pressata da insistenti domande dei superiori, era costretta a svelare i suoi segreti più intimi. Intorno al 1701 dalla persona della madre Maria degli Angeli incominciò a diffondersi un profumo intensissimo, che si estendeva a tutte le cose che venivano in contatto col suo corpo. Ella soffriva moltissimo per questo fenomeno, che non riusciva ad occultare in nessun modo, neppure nascondendo sotto lo scapolare degli oggetti che emanavano un odore insopportabile. Ormai tutti, in monastero e fuori, lo definivano “profumo di santità”. Ne rimase impregnata la cella anche dopo la sua morte.
Madre Maria degli Angeli morì il 16 dicembre 1717.
Ci fu l’accorrere di una folla enorme, che si riversò come un fiume in piena su S. Cristina, per vedere e possibilmente toccare un’ultima volta colei che era considerata una santa.
Già nel 1720 fu avviato il processo di Beatificazione che si concluse con la proclamazione da parte di Pio IX, il 25 aprile 1865.
Nel frattempo, con le leggi napoleoniche del 1802, che sopprimeva tutti i conventi e tutti i monasteri, nessuno escluso, il monastero di Torino era stato trasformato in Borsa.
Nottetempo, per timore di profanazioni, il suo corpo, insieme a quello di Madama Cristina, fu trasferito in S. Teresa, chiesa dei carmelitani scalzi Dal 1988 le spoglie riposano in questo monastero da lei voluto grazie alla richiesta di queste monache e al permesso subito accordato del card. Ballestrero.
Il 16 dicembre, giorno della sua nascita al cielo – così viene chiamata la morte dei santi, si celebra la memoria liturgica.
Madre Maria degli Angeli, nel mondo carmelitano torinese e piemontese, non fu una solitaria nel volere questo carmelo, ma ebbe l’appoggio dei carmelitani scalzi, – cioè riformati secondo la Regola di S. Teresa -, in particolare i frati del convento di S. Teresa di Torino.
Un posto eminente spetta a padre Michele di S. Teresa, nato a Millesimo e morto poi a Cavallermaggiore nel 1726. per cinque volte consigliere provinciale dell’Ordine, ne fu anche per un triennio provinciale. In stretta collaborazione con madre Maria degli Angeli provvide alla ristrutturazione della casa della Sapino – la donatrice testamentaria – per trasformarla in monastero. Fu poi procuratore del monastero e confessore dal 1703 al 1718. non solo, ma alla causa di canonizzazione della madre Maria degli Angeli, avvenuta nel 1720, ossia appena tre anni dopo la morte, ne fu il primo testimone e nello stesso anno ne concluse un profilo biografico.
L’altro padre carmelitano che lavorò molto e fu confessore di madre Maria degli Angeli e l’assistette nella morte, fu il padre Luigi di S. Teresa.
Ma vediamo ora un’altra figura molto importante, che ha dato un contributo a questa fondazione: padre Sebastiano Valfré, parroco di S. Filippo e grande pastore dell’assedio di Torino, vissuto dal 1629 al 1710.
Infatti, dopo i carmelitani, i religiosi più vicini a questa fondazione furono i filippini di Torino. Il consiglio del padre Valfrè, dato il diffuso e notevole prestigio della persona, ebbe un rilevante peso sulla scelta di Moncalieri come sede del nuovo monastero, poiché la fondatrice non pensò immediatamente a Moncalieri, pensò ad un monastero. Poi si cercò di orientarsi e il parere del Valfré fu determinante per la scelta di questa città. Poi di persona il padre Valfré, a nome dell’Arcivescovo, venne a verificarne l’idoneità pochi giorni prima della sua apertura.
Ma chi era padre Valfré?
Questo padre filippino era originario di Verduno, presso Alba, nato in una famiglia di contadini nel 1629, per decenni parroco della parrocchia di S. Eusebio, detta di S. Filippo per la presenza dell’Oratorio dei filippini. Con la sua attività pastorale, la Riforma del Concilio di Trento portava i suoi frutti in Torino anche a livello di base, cioè parrocchiale. Anche il Valfrè ha rappresentato il meglio dell’impegno pastorale della chiesa torinese sotto gli episcopati degli arcivescovi Bergera, Beggiamo e Vibò che governarono la chiesa di Torino in un periodo travagliatissimo della storia europea e sabauda, in un drammatico contesto politico, militare e sociale, che conobbe le più gravi difficoltà e il maggiore successo durante il lungo regno di Vittorio Amedeo II, che andò dal 1685 al 1730.
Fedele discepolo di san Filippo Neri, all’interno della comunità filippina, ispirò il suo governo allo stile del servizio: comandare il meno possibile e usare paterna dolcezza nelle correzioni. Per il tempo non era cosa da poco! Verso l’esterno, cioè verso i parrocchiani e la gente in genere, esplicò uno zelo intensissimo. Primo strumento di apostolato era proprio l’oratorio settimanale, che consisteva in questo: lettura spirituale, predica, disciplina con cordicelle nodate, esortazione al dolore dei peccati, preghiera vocale ed infine benedizione col crocifisso. Altro importante strumento pastorale, cui il Valfré diede impulso, erano le cosiddette passeggiate con funzione distensiva e formativa. La meta era un luogo ameno nei dintorni di Torino, ma al ritorno c’era la predica sulla Passione, con l’adorazione al Crocifisso. Queste passeggiate cercavano di unire l’utile al dilettevole, erano una specie di pellegrinaggio.
Il Valfré aveva un cuore generosissimo e mani sempre pronte a dare: esse furono tramite di un fiume di denaro e di altri aiuti verso ogni tipo di bisognosi, numerosissimi.
Una delle ultime studiose di questa figura molto bella, ha scritto a questo proposito: «Oggetto delle sue cure erano i malati, i soldati feriti, i moribondi, i prigionieri, i condannati a morte, gli orfani, le vedove, le fanciulle pericolanti, le prostitute, i vagabondi, i mendicanti, le comunità religiose più povere, i nobili decaduti». Vedete che i bisogni non mancavano anche in quella società».
Aspetto particolare dell’apostolato del Valfré furono i rapporti con i Savoia e la corte. Educatore del futuro Vittorio Amedeo II, ne fu anche confessore.
Quantunque avesse chiesto nel 1690 – ed ottenuto – di essere esonerato da questo incarico, non soltanto per l’età avanzata, ma anche per la refrattarietà mostrata dal duca ai suoi consigli, il duca gli riservò sempre grande stima, continuando a chiedergli consigli spirituali, come dimostra la fitta corrispondenza epistolare fra i due.
Maggior profitto spirituale ottenne dalle due figlie del duca, Maria Adelaide e Maria Gabriella, della cui formazione spirituale egli si occupò. Si dedicò pure all’assistenza religiosa di tutto il personale di corte.
Sul piano diplomatico, i rapporti tra Roma e Vittorio Amedeo II furono piuttosto tesi. Non riuscendo sempre a mediare, il Valfré non esitava a schierarsi dalla parte del suo sovrano, e a Papa Clemente XI consigliò la fondazione dell’Accademia dei Nobili Ecclesiastici, che da allora preparò i diplomatici della S. Sede (la scuola dei nunzi apostolici).
Ma la vicenda più nota dei rapporti tra il Valfré e la città di Torino è quella dell’assedio, iniziato il 12 maggio e terminato il 7 settembre 1706 con la sconfitta dei francesi. Incaricato dal Consiglio municipale di organizzare novene di preghiere e pubbliche devozioni per ottenere la protezione divina, nonostante i settantasette anni di età, accorreva infaticabile ovunque, tra i colpi dell’artiglieria, col fiasco dell’acquavite e il vaso dell’olio santo, a confortare i feriti e ad assistere i moribondi.
A questo proposito, come su Pietro Micca, anche su di lui nacque un alone di leggenda, testimoniato da poesie e canzoni popolari. Tali avvenimenti non fecero che ingrandire la sua figura agli occhi di tutti, compreso il sovrano che, appresa la notizia della sua morte, avvenuta il 30 gennaio 1710, all’età di ottant’anni, avrebbe esclamato: «Io ho perduto un grande amico, la Congregazione dell’Oratorio un grande sostegno, i poveri un grande protettore e padre». La fama di santità del «nuovo S. Filippo», come era chiamato il padre Valfrè, già presente in vita, non fece che crescere e diffondersi dopo la morte. Fu beatificato nel 1834.
Ultima figura religiosa è l’Arcivescovo Vibò (1690-1713). Giuridicamente fondamentale, sotto il profilo del Diritto Canonico, fu il ruolo svolto dall’arcivescovo di Torino, che governò la diocesi nel periodo molto difficile negli anni di fine Seicento e inizio del Settecento.
L’arcivescovo fece da tramite con la S. Sede il Papa Clemente XI. Infatti il Papa, per mezzo della Congregazione dei Vescovi e Regolari, il 22 marzo 1703 trasmise l’autorizzazione all’arcivescovo di Torino a consentire la fondazione di un monastero secondo la Regola di S. Teresa d’Avila e sotto la giurisdizione dei frati carmelitani scalzi, a condizione che all’Arcivescovo risultasse che l’edificio del monastero fosse costituito da chiesa, campanile, coro, sacrestia, refettorio, dormitorio, orti, spazi adeguati, suppellettili sacre e profane sufficienti, nonché un reddito annuo su cui contare per vivere.
Non va dimenticato infatti che la S. Sede, durante tutto il Seicento – secolo di rilassamento e di decadenza della vita nei conventi e nei monasteri – aveva cercato di frenare la moltiplicazione di monasteri e di conventi, in quanto si riteneva pregiudicasse la qualità della vita religiosa.
Per soddisfare alle richieste della S. Sede sull’idoneità dei locali, l’Arcivescovo il 10 settembre del 1703 fece compiere un sopralluogo tramite il Vicario Generale Pietro Antonio Trabucco, accompagnato da padre Sebastiano Valfré, alla presenza del notaio arcivescovile Grosso e il 13 settembre autorizzò il trasferimento delle monache da S. Cristina e l’erezione del monastero di S. Giuseppe.
Veniamo ora alla casa Savoia. Parlerò di Vittorio Amedeo II, della Madama Reale Giovanna Battista e della duchessa Anna d’Orleans.
Quale ruolo hanno svolto nella fondazione di questo monastero?
Nel ducato di Savoia non muoveva foglia senza che il duce lo volesse. Ciò valeva anche per la fondazione di un monastero, in quanto la politica giurisdizionalista, propria di tutti i sovrani illuminati del Settecento, mirava a guidare anche la vita della Chiesa. Tra l’altro, senza il loro beneplacito, neppure le decisioni della S. Sede potevano avere vigore nel proprio Stato, anche le disposizioni di disciplina ecclesiastica: se il governo non le voleva, non avevano effetto.
Questo spiega tutta la diuturna e faticosa opera di persuasione metta in essere dalla madre Maria degli Angeli nei confronti del sovrano sabaudo, appunto per avere la concessione di un monastero. Dal 1675 governava il Ducato Vittorio Amedeo II, il più significativo esponente dell’assolutismo sabaudo, passato alla storia con l’appellativo di «volpe piemontese».
Il suo lungo governo – regnò infatti per cinquantacinque anni – caratterizzato anche da profonde e importanti riforme a tutti i livelli, fu però attraversato da una serie interminabile di guerre in un disinvolto gioco diplomatico di difficile equilibrio tra Spagna, Francia e Inghilterra, le super potenze politiche e militari di quel tempo.
Le guerre causavano molte distruzioni e portavano carestie ed epidemie, che rendevano grama la vita della gente. L’episodio più noto delle varie guerre combattute dal duca è il già ricordato assedio di Torino da parte delle truppe francesi.
Il successivo trattato di Utrecht del 1713 assegnò al duca la Sicilia col titolo di re, che nel 1720 fu scambiata con la più vicina e sicura Sardegna, col titolo di Re di Sardegna, titolo durato fino al 1861, quando è nato il Regno d’Italia.
Se la S. Sede era restia a permettere nuove fondazioni, per ragioni di ordine religioso, il governo sabaudo lo era per ragioni economiche e fiscali. Infatti nel 1699 Vittorio Amedeo II scriveva al suo ambasciatore a Roma che il permesso per l’erezione del monastero sarebbe stato accordato a condizione che il terreno non divenisse di manomorta, ovvero immune da imposte. Era questo il busillis!
Fonti del monastero moncalierese ci informano sulle modalità dell’inevitabile coinvolgimento del duca nelle vicende della fondazione. Questi aveva avuto dalla consorte Anna d’Orleans due figlie: Maria Adelaide nel 1685 e Maria Luisa Gabriella nel 1688. Mancava ancora, con grande dispiacere dei duchi, l’erede maschio. Madre Maria degli Angeli ritenne opportuno far leva sul legittimo e comprensibile sentimento dei duchi che, tra l’altro, usavano frequentarla nel monastero, i più autorevoli tra i molti devoti della priora. Promise loro che, qualora il duca avesse concesso l’autorizzazione alla fondazione di un nuovo monastero dedicato a S. Giuseppe, ella avrebbe impetrato dal Signore, per l’intercessione del Santo, la nascita di un erede. Il sovrano si dichiarò volentieri d’accordo.
Non soltanto arrivò il sospirato erede il 6 maggio 1699 nella persona del piccolo Vittorio Amedeo Filippo, ma il 27 aprile 1701 ne giunse un secondo, Carlo Emanuele, che sarebbe stato il successore nel 1730.
Il 15 luglio 1701 fu concessa la definitiva autorizzazione del sovrano, che tuttavia dovette subito dopo intervenire il 15 febbraio 1702 per ingiungere alla città di Moncalieri che nicchiava, di non frapporre ostacoli alla sua volontà, pur tenendo presenti le istanze della Città, cioè il diritto di esigere tributi dal monastero.
Scriveva nel secondo intervento il Duca: «Per patenti nostre delli quindeci luglio dell’anno trascorso mille settecento uno, abbiamo conceduto facoltà alle Madri Carmelite della presente Città di fondare un monistero sotto il titolo di San Giuseppe in codesta città di Moncalieri; essendo Noi stati supplicati di ordinarvi di dare l’assenso vostro a tal fondazione. Al che noi, benignamente inclinando, vi mandiamo ed espressamente vi comandiamo di dare il sudetto vostro assenso nelle più abili forme per la fondazione del medesimo monistero, nonostante qualunque Editto ed ordine nostro o dei nostri predecessori in contrario, a’ quali per questa volta derroghiamo, per essere tale la nostra intenzione. Intendiamo però che sia cura vostra di assicurare la indennità di cotesto Pubblico, con farvi passare dalle Madri suddette quelle sottomissioni che da voi saranno stimate spedienti per vostra cautella e del Pubblico sudetto, al che farete intervenire il direttore della Provincia. Tanto dunque eseguite e nostro Signore vi conservi».
Torino, il 10 febbraio 1702, Vittorio Amedeo.
Insomma, il sovrano ordinava al Consiglio Comunale di concedere l’autorizzazione, però con l’obbligo del monastero di pagare le tasse.
Ma il progetto del monastero di Moncalieri era ben cosa sotto il profilo politico diplomatico, rispetto alle vicende politico diplomatico-militari in cui in quegli anni era coinvolto i ducato di Savoia, anche per la convinta decisione di Vittorio Amedeo II di sottrarsi ad ogni costo e con disinvoltura diplomatica all’ingombrante egemonia francese (famosa la disinvoltura di Vittorio Amedeo II nel passare da un’alleanza all’altra: non si faceva molti scrupoli!).
L’occasione fu la guerra di Successione Spagnola scoppiata nel 1701. Proprio alla vigilia dell’apertura del monastero, il 12 agosto 1703, giunse a Torino un emissario degli Asburgo d’Austria per trattare l’alleanza col ducato di Savoia.
Dell’incontro segreto col duca, il servizio informazioni francese informò immediatamente la corte di Versailles. Luigi XIV, dopo aver tentato invano di dissuadere il duca, ordinò al maresciallo di Vendôme di disarmare i soldati sabaudi, ufficialmente ancora alleati della Francia che si trovavano nel campo di S. Benedetto Po, verso Chivasso – molti erano ammalati e convalescenti – e di marciare contro il Piemonte. Fu questo un atto di umiliazione inflitto dai francesi agli alleati sabaudi. Vittorio Amedeo II non si lasciò intimidire e reagì, facendo chiudere il 3 ottobre le porte di Torino ed arrestare i francesi presenti in Città, dove furono arrestati anche gli ambasciatori di Francia e di Spagna. La guerra contro la Francia avrebbe portato all’assedio di Torino e alla sua liberazione il 7 settembre 1706 con l’aiuto delle truppe imperiali comandate dal principe Eugenio di Savoia, cugino del Duca.
Ma chi era davvero Vittorio Amedeo II?
Lo storico anglo-americano J. Simcox, nel profilo pubblicato nell’edizione italiana nel 1983, ne offre il seguente abbozzo, che è molto interessante: «questi mutamenti nella politica interna ed estera – cioè il passaggio da un’alleanza all’altra – non possono essere disgiunti dall’enigmatico carattere di Vittorio Amedeo II stesso, che si pose sempre come fulcro del potere. Grettamente prammatico per certi aspetti, creativo e quasi visionario per altri; un modello di diligenza burocratica e di pignoleria, eppure soggetto ad esplosione d’ira e di energia fino al parossismo. Brutalmente autocratico, eppure stranamente esitante nei suoi metodi, era fidato e persino delicato, quando voleva, a un tempo capace di affascinare e di respingere, egli è – a mio giudizio – un soggetto di prim’ordine per un’indagine psico-biografica. Nei tratti della sua potente personalità – continua lo storico – si possono scorgere in tutto i grandi sviluppi che segnarono il suo regno e nell’impronta che lasciarono sullo Stato e sulla società fino alla fine dell’ ancien régime».
Figura interessante, ma certo molto enigmatica questa di Vittorio Amedeo II.
In Vittorio Amedeo II infine convissero la fede e la pratica cattolica, con non poche lievi lacune, che scoraggiarono padre Valfré: il ricorso ad astrologi e veggenti e una tenace politica giurisdizionalista nei confronti della Chiesa, secondo la prassi dei sovrani assoluti del tempo.
Non sembra tuttavia sia stato formale il voto emesso, col cugino Eugenio, sul colle di Superga il 2 settembre, di erigere, in caso di vittoria, una maestosa basilica in onore della Vergine.
Il Valfré richiamava al sovrano la sua responsabilità di vicario di Dio negli affari temporali – gli scriveva molto – il dovere di giustizia, di prudenza, di clemenza, di carità verso i sudditi, di amore verso i poveri, di difesa della fede cattolica.
La stima che si espresse soprattutto con l’offerta del 1689 di nominarlo arcivescovo di Torino e il ricorso al padre filippino continuarono anche dopo il 1690. Il sovrano gli affidò il compito della formazione spirituale delle figlie Maria Luisa Gabriella e Maria Adelaide, che corrisposero, più del padre, all’opera educativa del padre filippino.
Le duchesse: la seconda Madama Reale e Anna d’Orleans, la duchessa consorte di Vittorio Amedeo II; hanno avuto anche loro un ruolo importante nella fondazione di questo monastero.
Giovanna Battista di Savoia Nemours, che era nata a Parigi l’11 aprile 1644 nel palazzo dei Nemours. Lontani cugini, imparentati sia per l’ascendenza materna che paterna. Giovanna Battista era pronipote di Enrico IV, re di Francia. Carlo Emanuele II, nato a Torino nel 1634 da Vittorio Amedeo I e da Cristina di Francia, era diventato duca all’età di quattro anni sotto la reggenza della madre Cristina, chiamata Madama Reale, che governò a lungo il ducato di Savoia da vera sovrana assoluta spingendo il figlio a darsi alla bella vita per non averne intralcio nel governo. Il 600 è il secolo delle Madame Reali – Cristina, Giovanna Battista – donne intraprendenti e, certo, non del tutto esemplari, neppure come madri. Ma bisognava pure accasare il figlio scavezzacollo per garantire una discendenza alla dinastia sabauda. Fu così che l’astuta e intraprendente Madama Reale, che voleva per il figlio un buon partito, riuscì a fargli sposare non Giovanna Battista, che pure piaceva al duca, ma la quattordicenne Francesca Maddalena d’Orleans, che però morì nel gennaio successivo, pochi giorni dopo la morte della stessa Madama Cristina, che fu sepolta, vestita del saio carmelitano, nella cripta del monastero di S. Cristina in Torino, carmelo che aveva iniziato la sua vita nel 1639, grazie alla volontà e alla munificenza della defunta sovrana e nel quale Maria degli Angeli, dei conti Fontanella e Baldissero sarebbe entrata e fatto la professione nel 1677.
Per sottrarla a una possibile profanazione, nel 1802 le spoglie di entrambe – come già ricordato – furono portate nel convento di S. Teresa.
Si spianava il tal modo la via al matrimonio tanto sospirato da Giovanna Battista, che voleva sposare Carlo Emanuele II, matrimonio celebrato con splendore nel duomo di Torino nel maggio 1665.
Se il duca Carlo Emanuele prese finalmente nelle sue mani tutto il potere, guardando a Luigi XIV, il Re Sole, suo cugino, come ad un modello, la giovane duchessa francese dal canto suo rivelò ben presto un carattere molto simile a quello della defunta suocera, ambizioso e autoritario. Ebbe modo di dimostrarlo appena dieci anni dopo, nel 1675, quando il sovrano, in punto di morte – morì esemplarmente per la verità, assistito da padre Sebastiano Valfrè – la nominava reggente con potere assoluto.
Della reggente, in una recente biografia, si legge il seguente profilo: «di natura ardente e passionale, con un carattere aspro, più prepotente che forte – è una donna che scrive questo profilo! – facile a lasciarsi trasportare dalla collera, ma altrettanto pronta a ricomporsi, Giovanna Battista era soprattutto una donna altezzosa e dominata dall’orgoglio.
A causa del suo innato egoismo, Giovanna Battista commise il grave errore di ignorare completamente il figlio – cioè quando è morto il papà – privandolo della tenerezza e della sollecitudine che qualsiasi madre avrebbe dovuto mostrare nei confronti di un bambino sconvolto dalla perdita dell’amato padre (il bambino è Vittorio Amedeo II).
Fin qui la citazione. Il figlio Vittorio Amedeo aveva appena nove anni, era nato infatti nel 1666: troppi – nove anni – – per l’ambiziosa madre, la quale avrebbe voluto prolungare la reggenza ben oltre la maggiore età del figlio, che volle addirittura, col passare degli anni, circondato da una rete di spionaggio, per impedirgli incontri che mettessero in pericolo la sua reggenza. In tale atmosfera, Vittorio Amedeo, che non provava affetto per una simile madre, crebbe diffidente ed esperto di sotterfugi e di simulazioni.
Ma c’era dell’altro, sottolineato ancora dalla citata biografa: «Per l’alto concetto che aveva di sé, essa non cercò neppure di mascherare le sue avventure galanti, anzi, quasi per una rivalsa verso il defunto marito che le era stato infedele, le esibiva incurante dei commenti della corte e particolarmente incurante del rancore del figlio. Egli odiava i favoriti della madre non amata a cui riservava tutto il suo disprezzo, perché degradando se stessa, indeboliva e danneggiava l’immagine del ducato».
Per allontanare il figlio da Torino e restare così ancora al potere, cercò di imporgli il matrimonio con la nipote Isabella, figlia della sorella, regina di Portogallo, che era l’Infanta di Portogallo. Vittorio Amedeo, astuto com’era, riuscì ad evitarlo e sposò invece Anna d’Orleans, nipote del re di Francia. Il matrimonio però fu preceduto da un atto di forza del principe, quando raggiunse la maggiore età, prendendosi con la forza ciò che la madre non era disposta a dargli spontaneamente, il potere che gli spettava. Fu nel castello di Rivoli che Vittorio Amedeo annunciò nel marzo del 1684 che avendo ormai firmato il contratto di nozze con Anna d’Orleans a Versailles, egli aveva deciso di assumere il potere dello Stato, permettendo «finalmente alla madre – parole ironiche! – di godere di quel riposo al quale aveva gran diritto».
Giovanna Battista non perdonò mai al figlio di averle strappato la reggenza, ma non poté fare a meno di piegarsi alla sua volontà. Madama Reale visse ancora quarant’anni – era giovane, poco più che trentenne – nel suo Palazzo Madama, la cui facciata occidentale fece abbellire dall’architetto abate Filippo Juvarra. Morì infatti nel 1724.
Negli ultimi anni di vita, si diede a più intense pratiche di preghiera. L’austerità era subentrata alla vita mondana nella corte, provata da gravi lutti con la morte delle due figlie e del primogenito quindicenne di Vittorio Amedeo II (quindi perse tre figli).
Anche se soggiornava sovente nel castello di Moncalieri, Madama Reale frequentava molto il monastero carmelitano di S. Cristina di Torino, la cui chiesa fece ancora abbellire dall’architetto Juvarra con un’elegante facciata.
Nel testamento del 1710 espresse il desiderio di essere tumulata, vestita del saio carmelitano, nella cripta del duomo di Torino, accanto al consorte Carlo Emanuele II. Questa vicinanza alle carmelitane spiega l’interesse esplicato da Madama Reale per la fondazione di questo monastero. Nel 1701 scrisse più volte, come risulta dall’Archivio comunale di Moncalieri , al Consiglio Municipale della Città esortandolo ad accogliere le monache carmelitane in seguito all’assenso espresso dal duca alla fondazione del monastero nella Città.
Questo il tenore della lettera scritta al Consiglio Municipale il 30 luglio 1701, dopo il primo intervento del figlio Vittorio Amedeo II:
«La Duchessa Madre di Savoia Regina di Cipro
Magnifici nostri Consiglieri: essendosi S. AR. mio Signor figlio compiaciuta di prestare il suo asenso per la fondazione di un Monastero di Carmelitane Scalze in cotesta Città, ci persuadiamo che concorerete volontieri all’adempimento d’un opra si santa da noi riguardata con specialità d’affetto quando saprete che le medesime Madri vivono sotto la mia particolare protezione. Onde habbiamo stimato significarvi che acquisterete un gran merito appresso noi aconsentendo al stabilimento di questo novo Monastero in conformità del consenso dato da detta Altezza Reale: il che prometendoci dal vostro zelo vi assicuriamo d’una distinta propensione per i vostri vantagi e preghiamo il Signore che vi conservi. Torino 30 luglio 1701».
È un modo di comandare che può fare – come vedete – chi ha autorità!
Si presenta più defilata la presenza della nuora di Madama Reale, la duchessa Anna d’Orleans, una donna completamente diversa dalla suocera, questa donna che Vittorio Amedeo aveva voluto sposare, senza per altro amarla molto e soprattutto senza restarle fedele, com’era prassi dei duchi e poi de re sabaudi.
A questo proposito è ancora la citata biografia di Giovanna Battista ad informarci: «La vita matrimoniale della giovane sposa – Anna d’Orleans – si delineò tutt’altro che facile e serena a causa del carattere prepotente ed ombroso del marito, che chiaramente non l’amava e che da lei pretendeva al più presto solo la nascita d’un erede. Alla formale freddezza di Vittorio Amedeo, si aggiunse anche l’assoluta mancanza di affetto di Madama Reale che vedeva nella nuora, nonostante la sua indifferenza alle questioni di politica e la sua remissività, l’usurpatrice del suo ruolo ducale. Un carattere riservato, una sincera bontà». Vita difficile, come vedete, per i Reali.
La duchessa svolse un ruolo determinante, quantunque indiretto, nella fondazione di questo monastero. Come già ricordato, dopo due figlie, ella diede a Vittorio Amedeo non solo un erede, ma due. Fu in questo contesto di desiderio di eredi che si inserì madre Maria degli Angeli con la sua preghiera, collegandola al progetto del nuovo monastero.
Torniamo così al punto di partenza di questa nostra carrellata storica sui personaggi rappresentativi che concorsero alla fondazione di questo nostro carmelo moncalierese: Maria degli Angeli, padre Sebastiano Valfré, l’arcivescovo Vibò, Vittorio Amedeo II, Madama Reale Giovanna Battista, la duchessa Anna d’Orleans.
Come si è potuto constatare, non tutto è stato santo e pulito nelle persone che furono gli strumenti della fondazione di questo monastero. Questa è la storia umana, questa è anche la storia delle istituzioni ecclesiastiche.
Il credente cristiano sa che la Chiesa è santa e peccatrice, sa anche – la storia della salvezza documentata nella sacra Scrittura, la storia bimillenaria della Chiesa ed anche la nostra pur breve piccola esperienza personale lo dimostrano – sa che Dio scrive diritto sulle righe storte degli uomini. Per questo non ci si illude e neppure di dispera sul conto delle persone, delle istituzioni e circa il corso della storia.
Anche questo nostro carmelo di S. Giuseppe non è sfuggito e non sfugge a questa legge provvidenziale.
In conclusione, per evitare di trasmettere un messaggio non corretto, o almeno incompleto, è necessaria una precisazione: ho parlato dei personaggi più rappresentativi, che svolsero un ruolo determinante nella fondazione di questo monastero; tuttavia la storia è fatta anche dalla gente anonima, ossia delle persone di cui gli storici non hanno scritto e non scrivono, o perché esse non hanno lasciato tracce, o perché queste tracce sono considerate marginali, non degne di memoria storica.
Anche a proposito di questo monastero ci sono state almeno due gruppi di persone, meno rappresentative forse, ma non meno significative, senza le quali questo monastero non sarebbe nato e, soprattutto, non avrebbe continuato a vivere per tre secoli, fino ad oggi. Sono le monache carmelitane e il popolo di Moncalieri che in uno scambio umile di dare e di ricevere, hanno fatto sì che il monastero di S. Giuseppe fosse un segno di fede cristiana provocatorio, in quanto invito a porsi le domande esistenziali di fondo a servizio di questa città.

Giuseppe Angelo Tuninetti


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