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Il 7 maggio 1696, l’allora arcivescovo di Torino, Mons. Michele Antonio Vibò, fece affiggere in tutte le chiese della città un manifesto con cui annunciava “a tutte le anime” a lui “spiritualmente soggette” che gli “illustrissimi Signori Sindaci” assecondando il desiderio espresso da Madama Reale (così veniva chiamata a Torino Maria Giovanna Battista di Nemours, madre del Duca regnante Vittorio Amedeo II), “hanno eletto e dichiarato in pieno Consiglio … per nuovo Comprotettore il Glorioso Patriarca S. Giuseppe”.
Dopo aver manifestato la sua personale soddisfazione per la lodevole iniziativa promossa dalle autorità civili, dichiara che la festa liturgica del nuovo Compatrono si celebrerà ogni anno la terza domenica dopo Pasqua “nella chiesa di S. Cristina delle RR. Madri Carmelite … per essere quel monastero luogo… dove verso il medesimo Patriarca glorioso si professa da quelle Religiose specialissima devozione, raccomandata con tanto affetto dalla serafica vergine S. Teresa, loro Fondatrice”. Invita quindi tutti i fedeli a partecipare al solenne triduo che si celebrerà nei giorni 13-14-15 maggio seguenti nella chiesa di S. Cristina e, da solerte pastore, sollecita tutti a una sincera conversione del cuore perché “l’unico ostacolo valevole ad impedire che s’ottenga quella larghezza di spirituali e temporali vantaggi che in virtù dell’aggiunto patrocinio dobbiamo sperare dal Cielo sono le mortali offese a Dio”. Esorta perciò ad accostarsi ai Sacramenti, annunciando che il Sommo Pontefice Clemente XII concede l’indulgenza plenaria a chi, confessato e comunicato, visiterà la chiesa di S. Cristina durante il triduo.
Conclude assicurando la sua presenza e quella del Capitolo della cattedrale all’apertura delle celebrazioni con una solenne Messa pontificale offerta a Dio “in ostia propiziatoria”.
Certamente la festa fu celebrata con grande solennità e grande afflusso di popolo. Erano momenti duri per tutti, ma soprattutto per la povera gente, e l’Arcivescovo aveva esortato a riporre grande fiducia in S. Giuseppe, invocandolo con le parole della Scrittura: “ Salus nostra in manu tua est, respiciat nos Dominus” (cfr. Gen 41,55).
Fu presente Madama Reale con tutto il suo seguito, dal momento che S. Cristina era il luogo dove più di frequente si recava a pregare e dove aveva fatto costruire un appartamento attiguo al monastero delle carmelitane scalze per partecipare di tanto in tanto con le sue dame alla vita delle monache.

Dall’atto notarile redatto alcuni anni dopo (nel 1703), con cui la stessa Madama Reale istituisce un fondo perpetuo per la celebrazione annuale della festa, si precisa che ogni anno, nel giorno fissato per la celebrazione, si recheranno alla chiesa di S. Cristina “gl’Illustrissimi Signori Sindaci in veste longa ed accompagnamento d’otto illustrissimi Consiglieri … in rendimento di grazie a Sua Divina Maestà” per i grandi favori che “ per intercessione del Santo ha con ferito a questi Stati e particolarmente a questa metropoli”.
Una grande devota di S. Giuseppe
Ufficialmente i promotori dell’iniziativa in favore di S. Giuseppe erano le autorità cittadine capeggiate da Madama Reale. In realtà l’ispiratrice nascosta e tenace di tutta l’impresa era una carmelitana scalza, la giovane priora del Carmelo di S. Cristina, la Beata Maria degli Angeli. Per le sue eccezionali virtù e per i grandi doni mistici di cui era favorita, godeva di grande stima presso la Corte e ogni categoria di persone.
Nata a Torino nel 1661 da una delle famiglie della nobiltà piemontese, Marianna Fontanella era entrata tra le Carmelitane Scalze del monastero di S. Cristina, uno dei più austeri monastero della città, a poco più di quindici anni, il 19 novembre 1676, prendendo il nome religioso di suor Maria degli Angeli.
I primi anni di vita religiosa furono contrassegnati da dure prove interiori, sopportate con eroica pazienza e con una fedeltà a tutta prova. Possediamo al riguardo fonti di prima mano, quali la Relazione della propria vita, stesa da suor Maria per ordine dei superiori, e le sue lettere al padre Lorenzo di S. Michele, carmelitano scalzo. Da esse emergono la forte e chiara personalità della Beata, la sua eccezionale tempra morale, le sue ricche doti umane, l’intensità della sua vita interiore, gli straordinari doni mistici di cui è favorita, le virtù sode, praticate con costanza, in un crescendo che la porterà, ancora giovanissima, a una singolare pienezza di vita spirituale.
Fin da bambina, la B. Maria degli Angeli era stata afferrata dal mistero del Cristo sofferente e se ne era sentita coinvolta al punto da volersi identificare con Lui in un amore che letteralmente la consumava, trasformandola in ostia di penitenza a favore della Chiesa e dei fratelli.
Questa passione per Gesù Crocifisso costituisce senz’altro l’aspetto più appariscente della sua spiritualità. Ma è tutto il mistero del Verbo incarnato che la attrae e affascina in modo irresistibile, spingendola – nello snodarsi dell’anno liturgico – a una partecipazione appassionata alla vita di Cristo. Non è questo il luogo per soffermarci sull’argomento, ma ci piace sottolineare un aspetto singolare di questo amore di suor Maria degli Angeli per la SS. Umanità di Cristo: la sua tenerissima devozione per Gesù Bambino. Il suo primo biografo assicura che, rivivendo il mistero del Natale, ella “impazziva d’amore”!
Intensissima era la sua devozione per la Madonna, da cui ricevette segnalate grazie e favori. Amava e venerava i Santi, ma tra tutti occupava un posto eminentissimo il suo “caro S. Giuseppe”. Alle numerose richieste di preghiere che le pervenivano da ogni parte, ella invariabilmente invitava a pregare S. Giuseppe. A lui volle dedicare il nuovo monastero che fondò a Moncalieri, superando i grandi ostacoli che vi si frapponeva no. Il più duro da vincere era la reticenza del Duca Vittorio Amedeo II a concedere il suo beneplacito. La Beata, sapendo che a Corte erano angustiati per la mancanza dell’erede al trono e, invitata dalla stessa duchessa Anna d’Orleans e da Madama Reale a pregare per questa intenzione, ispirata interiormente, assicurò che entro un anno il bambino sarebbe nato se avessero promesso a S. Giuseppe di concedere il permesso per la nuova fondazione. Il principino nacque alla data prevista, ma la promessa non fu mantenuta! Avvenne che, pochi mesi dopo la nascita, il bambino si ammalasse gravemente. Le duchesse, angosciate, ricorsero ancora una volta ai buoni uffici della Madre presso il Santo. Ma ella con fermezza rispose: “ Non si neghi a S. Giuseppe quanto gli si è promesso, e il bambino guarirà”. L’argomento questa volta fu decisivo e il Duca fu costretto a cedere. Il figlio guarì e la Beata finalmente ottenne il consenso per il suo monastero che fu inaugurato a Moncalieri il 16 settembre 1703. Aveva sognato di potervisi trasferire per vivere nel silenzio e nel nascondimento, a imitazione del suo Santo, ma questa volta il veto della corte fu inderogabile. Da Torino continuò a procurare tutti i mezzi necessari per l’ampliamento del primitivo complesso edilizio, rivelatosi inadeguato e malsano. A chi le chiedeva come avrebbe fatto a procacciarsi le considerevoli somme necessarie per l’impresa, la Beata, sorridente e tranquilla, rispondeva che il suo S. Giuseppe non avrebbe mancato di parola. Allo scopo, aveva confezionato lei stessa un povero borsellino di tela grezza, appendendolo a una bella statua del Santo, in cui raccoglieva le offerte per il Carmelo di Moncalieri. I suoi biografi assicurano che quando vi attingeva per pagare gli operai, vi trovava sempre la somma di cui aveva bisogno.

Una voce dall’alto

Il Ducato di Savoia, dal 1690, da quando cioè Vittorio Amedeo II, esasperato per l’ingerenza francese nei suoi domini, aveva deciso di schierarsi con la Lega di Augusta, era devastato da una guerra sanguinosissima, con l’incubo dei francesi giunti ormai a poche miglia da Torino dopo aver occupato quasi tutto il Piemonte, con saccheggi, incendi, numerose perdite di vite umane, distruzione dì raccolti con le conseguenze che si possono immaginare, soprattutto per la povera gente. La Beata Maria degli Angeli, sensibilissima alle sofferenze altrui e preoccupata per le sorti della sua amata Torino, intensificava penitenze e preghiere per implorare dal Signore il dono della pace. Proprio durante uno dei suoi infuocati colloqui col Crocifisso, si senti rispondere che la pace sarebbe venuta se la città si fosse posta sotto “la protezione del glorioso S. Giuseppe”. Seguendo l’ispirazione ricevuta nella preghiera, la Beata pensò al modo di attuarla e si rivolse alla madre del Duca, sua grande amica e confidente. Madama Reale fu colpita dalla fermezza con cui ella assicurava il ristabilimento della pace nel Ducato dissanguato dalla lunga guerra di cui non si riusciva a intravedere la soluzione.
La duchessa scrisse un biglietto al Consiglio dei Sindaci della città, esprimendo il suo vivo desiderio di eleggere S. Giuseppe compatrono di Torino.
Il 31 dicembre 1695 il sindaco, conte Nomis, portò a conoscenza del Consiglio dei Decurioni la proposta che fu accolta a pieni voti.
Ottenuto il consenso delle autorità cittadine, ne fu informato l’Arcivescovo e la Madre Maria degli Angeli propose che la festa del nuovo Compatrono si celebrasse la terza domenica dopo Pasqua, data in cui i Carmelitani scalzi festeggiavano il Patrocinio di S. Giuseppe. Più tardi, per mezzo del marchese di Priero, ambasciatore presso la S. Sede, chiese ed ottenne dal Papa “l’Officio proprio di S. Giuseppe”. Clemente XI, consegnando di persona il libretto al marchese “con ordine di inviarlo a nome suo alla detta Madre Maria degli Angeli”, gli raccomandò che “ facesse la medesima avvertita che detta Sua Santità raccomandava alle di lei orazioni la sua persona e li bisogni di Santa Chiesa”.

Finalmente la pace!

Gli effetti della protezione di S. Giuseppe non si fecero attendere. Stando a quanto dichiara il Cantù, lo stesso 30 maggio 1696 il Duca avviò trattative che portarono poi alla pace di Vigevano del 7 ottobre dello stesso anno, in base alla quale la Francia, preoccupata di far fronte agli eserciti della lega di Augusta, si rassegnò a cedere ai Savoia Pinerolo (occupata già nel 1631), tutti i territori occupati e a smantellare le fortificazioni di Casale. Le tensioni rimanevano – e forti! – ma la gente finalmente poteva godere di una relativa tranquillità.
Oggi a Torino si è persa la memoria di questi avvenimenti, ma la protezione di S. Giuseppe sulla Diocesi deve essere stata davvero potente se, nonostante gli sconvolgimenti politici che lungo tre secoli hanno cambiato completamente il volto della città, essa è passata ormai alla storia come la città dei Santi.
La serie delle beatificazioni fu inaugurata nel 1834 dal B. Sebastiano Valfré, seguita da quella della Beata Maria degli Angeli, la prima torinese elevata agli onori degli altari, nel 1865. Non si può fare a meno di ricordare che tra coloro che parteciparono con immensa gioia all’avvenimento ci fu lo stesso S. Giovanni Bosco che per l’occasione scrisse una biografia della Beata, di cui ci furono parecchie ristampe e nuove edizioni di cui l’ultima, uscita nel 1988 con una bella prefazione del Card. Anastasio Ballestrero.
Oggi la serie dei Santi torinesi non solo è molto nutrita, ma pare non voglia arrestarsi. Non sarà un po’ merito del silenzioso e fedele patrocinio del grande S. Giuseppe?

C.S.


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