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Padre Damiano

La nostra amica Angela ci ha regalato la gioia di incontrare nel pomeriggio di venerdì 6 novembre, nel parlatorio del nostro monastero, Padre Damiano Puccini, un sacerdote nativo di Navacchio (PI), che da 12 anni vive in Libano. Membro prima di un istituto religioso, da tre anni è incardinato definitivamente nella diocesi di Byblo e fa parte di un’ Associazione che si occupa incondizionatamente dei più poveri, dei rifugiati, dei profughi.

Padre Damiano, una persona dall’aspetto buono, schietto, semplice e mite nella sua talare nera, ci racconta che il Libano è condiviso tra cristiani e musulmani (sciiti, sunniti, alawiti e drusi). La componente islamica è in maggioranza su una popolazione di quattro milioni di abitanti. Un paese definito da S. Giovanni Paolo II, e oggi lo è più che mai, “terra di rifugio”, e per questo da sempre chiamato ad essere “un esempio di coabitazione pacifica” tra le religioni, pur essendo stato segnato da una guerra civile interconfessionale durata 15 anni (1975-1990). I cristiani del Medio Oriente, in 1400 anni di vita comune con i musulmani hanno trasmesso dei valori fondamentali – quali il perdono, la fratellanza, ecc. – facendo crescere la moderazione e la “calma”. I sopravvissuti alla guerra civile seppero vincere la logica dell’odio e della vendetta in nome del perdono e della carità; pur scacciati ritornarono nei loro villaggi e si dedicarono all’ assistenza dei parenti e degli amici e dei loro stessi aggressori, opponendo in modo quasi eroico la pace alla guerra, l’aiuto alla violenza. Ma l’Occidente, inviando armi e soldi, ha praticamente distrutto quello che i cristiani avevano costruito in tanti secoli di storia. Ecco da cosa è alimentato il fondamentalismo: e quando il terrorismo assume una virulenza tanto alta, come lo si può fermare?

Assolutamente encomiabile è l’esempio eroico di tanti pastori del Medio Oriente che in modo mirabile rimangono vicino alla loro gente fino alla fine. Ad esempio il vescovo melchita di Aleppo mons. Jean-Clément Jeanbart, in una lettera recente dichiara: “Mentre scrivo queste righe le bombe piovono giù sui quartieri residenziali della città. Potrebbero esserci almeno 60 morti e 300 feriti. La gente è frastornata, non sa dove trovare rifugio. Tre mesi fa ho dovuto abbandonare la mia residenza nell’arcidiocesi, pesantemente danneggiata dopo un bombardamento…Quattro anni fa la mia missione ha cambiato direzione. Confortare la gente e incoraggiarla a perseverare sono diventati sforzi indispensabili. Aiutare i fedeli in difficoltà ora è una priorità per me. Alla fine della mia carriera, a causa di un disastro umanitario senza precedenti, mi è stato dato un nuovo mandato, con risultato incerto e incerte indicazioni”.

Da quando è iniziata questa guerra in Iraq e in Siria, arrivano profughi stremati, affamati di ogni condizione e di ogni religione da entrambi i paesi: donne, anziani e bambini i quali, nonostante tutto, chiedono in primis un conforto spirituale, essi che hanno fatto tanta strada, con tanti rischi e pericoli, pregando e portando con sé le immagini sacre sottratte alle loro case che sono stati costretti ad abbandonare. Un intero popolo espulso dalla propria terra e spogliato di ogni cosa: case, proprietà, lavoro, chiese…

Il totale dei profughi oggi equivale alla metà della popolazione libanese.. E tra questi ci sono anche molti profughi appartenenti alle minoranze islamiche, pure discriminate e perseguitate. Va sottolineato però che i cristiani, pur ferocemente perseguitati, sono gli unici a non godere di alcuna forma di protezione internazionale; nessuna autorità politica mondiale riconosce loro il diritto di tornare a vivere nei territori nei quali hanno abitato da duemila anni e nei quali tale presenza di antichissima tradizione cristiana rischia di venire quasi completamente cancellata. In Iraq, quasi un milione di cristiani hanno abbandonato il paese e molti sono morti. In Siria sta avvenendo lo stesso.

Inoltre, accanto all’emergenza umanitaria per assicurare un tetto e cibo a chi fugge, ce n’è un’altra: quella di evitare che una intera generazione vada perduta, che resti senza istruzione o non completi i cicli scolastici. In questi quattro anni di guerra si sono riversati in Libano, che conta quattro milioni di abitanti, circa due milioni di profughi, tra i quali quasi mezzo milione di bambini in età scolare.

I nostri volontari di Oui pour la Vie, un’associazione di volontari legalmente riconosciuta in Libano, si impegnano nel pagare loro stessi le spese degli esami scolastici, nelle ripetizioni gratuite e nel chiedere ai vari responsabili delle scuole di accogliere questi profughi. Una nostra volontaria, Joyce, per vivere in spirito di grande fiducia in Dio, ha chiesto a suo padre di devolvere, in favore dei poveri, un’eredità giunta inaspettatamente. Oui pour la Vie è dedita all’aiuto dei più poveri tra i poveri senza distinzione alcuna di fede o di nazionalità, offrendo sussidi concreti ma soprattutto il proprio tempo, un sorriso e tanta disponibilità. Tale messaggio, genuinamente evangelico, ha sortito effetti mirabili in luoghi dove la convivenza pacifica non è sempre scontata: per questo non sono mancate le conversioni alla fede cristiana. Piccoli miracoli quotidiani, favoriti da una fede temprata dalle avversità e incarnata da santi come il monaco maronita Charbel Makhlouf, canonizzato da papa Paolo VI nel 1977, il cui culto si sta tutt’ora diffondendo anche tra non cattolici e tra gli stessi mussulmani, operando prodigiose guarigioni e conversioni.

L’esercito libanese, inoltre, sia per evitare l’installazione di campi profughi stabili (per schivare il pericolo di accogliere rifugiati politici e quindi coinvolgere il Libano nella guerra civile siriana), sia per monitorare la situazione ed evitare la presenza di terroristi, interviene con continui sgomberi nelle zone in cui i rifugiati cercano di insediarsi. Perciò tante persone sono veramente abbandonate a loro stesse e a loro non possiamo donare altro che poco cibo per volta perché non saprebbero come conservarlo. Queste persone vivono ai limiti della sussistenza. I volontari di Oui pour la Vie visitano regolarmente i rifugiati e rinunciano fino ad un terzo delle loro risorse personali per condividerle con questi fratelli più bisognosi.

L’associazione è composta da una cinquantina di volontari che in gruppi di 2 o 3 assistono una decina di famiglie ciascuno, per un totale di circa 150 nuclei. Sono i più poveri, di qualsiasi origine o appartenenza a rendersi disponibili poi a condividere il loro necessario con altri e ad aiutarci a trovare altre situazioni simili alle loro. Per questo infatti abbiamo contatti con altrettante famiglie, ma non disponiamo dei mezzi per sostenerle. Una particolare attenzione viene rivolta anche a quei trattamenti sanitari molto urgenti e costosi, per i quali si chiede sempre l’aiuto di tutti, in Libano e in Italia, per fare fronte.


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