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OMELIA IN MORTE DI P. GIUSEPPE CAVIGLIA

Premessa

Ringrazio il Padre Provinciale dei Carmelitani Scalzi per avermi invitato a presiedere questa liturgia funebre di Padre Giuseppe Caviglia, che il Signore ha chiamato in cielo a ricevere il premio dei giusti la mattina del 16 gennaio.
Ciò che mi ha fatto sentire vicino a questa limpida e umile figura di Padre carmelitano è una numerosa serie di incontri con lui quando le circostanze della mia vita mi hanno portato a legare la mia storia personale al grande Padre della Chiesa e uomo contemplativo di Dio, quale fu l’indimenticabile Servo di Dio, il Cardinale Anastasio Ballestrero dal quale fui ordinato Vescovo il 17 Maggio 1980 nel duomo di Casale Monferrto e col quale ho sempre avuto legami di amicizia, che per lui erano di paternità spirituale e per me riferimento sincero e profondo, non solo come confratello Vescovo, ma soprattutto da quando mi volle segretario della Conferenza episcopale piemontese. Da allora divenni tra i suoi confidenti privilegiati sui vari problemi della Chiesa e della sua missione e sulle sue esperienze straordinarie di “Guida”, prima come Padre Generale dei Carmelitani Scalzi e poi come Presidente della Conferenza episcopale italiana. Mi parlava anche delle sue abituali frequentazioni col Papa per esprimere con la sua consueta schiettezza le sue impressioni e suggerimenti sulla vita della Chiesa italiana in particolare, ma anche sulla Chiesa universale.
Ebbene ogni volta che incontravo il Cardinale Ballestrero sempre avevo l’occasione di vedere Padre Giuseppe, il quale, accanto al Cardinale visse gran parte della sua vita come “Un’ombra che non fa ombra”, come ha voluto esprimere con il titolo di una sua recente pubblicazione. Egli viveva il suo compito come una responsabilità di non mettere mai in risalto se stesso, ma sempre la figura, il pensiero e le linee pastorali del suo Cardinale.
Ora si sono già certamente incontrati in cielo a lodare e contemplare quel Dio che tanto hanno amato e annunciato qui sulla terra.
Quali riflessioni possiamo fare ora dinnanzi alla bara di Padre Giuseppe e specialmente dinnanzi all’altare del Signore?

1°Innazitutto dobbiamo esprimere a Gesù un grande ringraziamento per quello che è stata la vita e l’opera di P. Giuseppe. Si può dire che tutto della sua persona l’ha sempre donato al Signore fin dall’età di undici anni quando è entrato nel Convento di Varazze per diventare religioso carmelitano fino all’ultimo momento della sua esistenza terrena.
Visitandolo alcune volte al Cottolengo durante la sua ultima malattia ho sempre visto in lui una serenità ed una pace che soltanto chi si sente in comunione col Signore e soprattutto avverte che ormai si avvicina il momento della morte sa esprimere in poche parole il desiderio di vedere finalmente faccia a faccia quel Dio da lui tanto amato nel tempo della sua esistenza terrena.
E’ ciò che ci diceva san Paolo nella prima lettura che abbiamo ascoltato (2Cor 5,1.6-10): “Noi sappiamo (perché ce l’ha detto Gesù!) che quando sarà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo da Dio una dimora eterna. Perciò viviamo qui nel mondo come fossimo in esilio desiderosi di andare ad abitare presso il Signore. E’ per questo che ci dobbiamo sforzare di essere graditi a Dio”.
Questa è stata la direzione di vita che P.Giuseppe ha sempre dato alla sua persona. Penso che alla fine, pur nella fatica della morte, nel cuore di P. Giuseppe risuonavano come preghiera le parole del Salmo responsoriale che abbiamo anche noi proclamato:“Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore.”

2° Una seconda parola mi sento di dire a quanti hanno avuto il dono di usufruire del suo ministero come confessore e direttore spirituale. Avete il dovere di custodire e vivere come sua eredità quanto della sua ricchezza spirituale vi ha comunicato. Nella vita non si incontrano mai delle persone per caso: è il Signore che ce le mette sulla nostra strada per camminare spediti verso la santità. Guai dimenticare e non vivere quanto Gesù vi ha detto attraverso le parole di questo saggio uomo di fede.
3° E finalmente una terza riflessione che dobbiamo fare ce la offre la pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato. Gsù ci parla della sua morte con l’immagine del chicco di grano che per diventare spiga deve prima morire sepolto nella terra. Se questo ha sperimentato Gesù, crocifisso, morto, sepolto e risorto, allora si comprende quale anche per noi debba essere la strada di salvezza. Non siamo stati creati per stare sempre in questo mondo a goderci la vita secondo i nostri egoismi. La vita ci è stata data per donarla al Signore e ai fratelli e solo così si arriva alla visione beatifica di Dio per tutta l’eternità. E’questo il significato delle parole di Gesù che abbiamo ascoltato: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo (col significato di farne dono a Dio e ai fratelli) la conserverà per la vita eterna.”Così ha fatto Padre Giuseppe e così dovremmo fare anche noi nei nostri ambienti.
Dobbiamo uscire da questa chiesa con un rinnovato impegno di vita cristiana e con una grande speranza:la mèta finale della nostra esistenza non è una bara, ma una trasformazione delle nostre persone da terrene a celesti.
E’ con questa speranza che dobbiamo vivere come ci diranno presto le parole del Prefazio: “Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta ma trasformata e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.”

Conclusione

Affidiamo la carissima persona di P. Giuseppe alla beata Vergine del Carmelo, alla quale egli ha consacrato la sua persona per essere guidato verso Gesù ed anche a San Giuseppe del quale il Padre ha portato il nome, ma con la fiducia che anche per noi, in vita e in morte, non ci abbandoni mai la custodia della fede e della grazia la protezione di Gesù, Maria e Giuseppe. Coi loro nomi sulle labbra vogliamo vivere e soprattutto, quando sarà la nostra ora, vogliamo concludere il nostro pellegrinaggio terreno.
Card. Severino Poletto


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