Niente di strano se è attraverso la porta del cuore che Elisabetta, in linea con la sua «grazia» [carisma] particolare, che è di vivere intensamente la Presenza e la Lode di Dio nel cielo della sua anima, entra oggi nel mistero di Maria «bella da contemplare». «Tutta la sua vita può riassumersi in queste poche parole: “viveva nel suo cuore”!». Ammirando Maria che si affretta a rendere servizio a sua cugina Elisabetta, la carmelitana è colpita anche dalla sua pace profonda e dal suo «raccoglimento interiore con il Verbo di Dio». Maria sa «divinizzare le cose più banali» (CF 40). «Madre» e «serva», umile e dimentica di sé. Il suo agire scaturisce da una sorgente profonda alla quale ella non cessa di attingere, «tutta raccolta dentro di sé con il Verbo di Dio».
Elisabetta è affascinata dalla presenza simultanea della «semplicità» e della «profondità» nell’anima di Maria: «Lo sguardo umano non può seguirla», impotente a «coglierne i movimenti così profondi». Un’immagine soggiacente sembra fare da sfondo: quella del lago, abissale e pacifico a un tempo, che capta e riflette tutta la luce del cielo. Elisabetta sottolinea, infatti, che Maria «sembra riprodurre» la vita profonda di Dio, l’«Essere semplice». «Trasparente» e «luminosa» come «la luce» è, «ovviamente, con la differenza che intercorre tra l’Infinito e il finito», uno «specchio del Sole» divino.
Questo quindicesimo «giorno» è di una grande densità autobiografica. Elisabetta, descrivendo Maria, si racconta. Contempla in Maria quello che con tutto il suo cuore sogna d’essere. Divenuta figlia della Regina del Carmelo – «nostra Madre» (L 136) – Elisabetta della Trinità scopre in lei «il modello della anime interiori» (CF 40). Avendo ricevuto Maria da Gesù («Ecco tua Madre»), si specchia in Maria, come si specchia in Gesù.
Nessuna opposizione tra questi due specchi. Guardando Maria, Elisabetta vede Maria, ma vede Maria piena di Gesù, come uno specchio è permeato della luce che riflette. Che unione ineffabile tra figlio e madre, quale “assunzione” di Maria in Gesù! Elisabetta li ha contemplati: «Gesù, Maria, si amano tanto: tutto il cuore dell’uno si riversava nell’altro!» (L 188). Tra Gesù, Maria ed Elisabetta – o te? – si crea una «trinità» d’amore e di imitazione.
Troviamo in questo «Ultimo Ritiro» una notevole serie di analogie a tre. Gesù, Maria, Elisabetta: Figli e figlie dello stesso Padre del cielo! Gesù, Maria, Elisabetta: tutti «lode di gloria» del Padre, Gesù «la perfetta lode» (UR 2), Maria «la grande» (UR 40), Elisabetta la piccola! Maria «tutta immacolata» (UR 40), Elisabetta impegnata a diventarlo sempre di più per obbedire al piano di Dio rivelato da san Paolo (UR 36), e tutte e due «conformi all’immagine del Cristo» (UR 41 e 37). Gesù, Maria, Elisabetta, dicono unanimemente al Padre: «Eccomi» (UR 37 e 40). Gesù, Maria, Elisabetta: «associati alla grande opera di redenzione» (UR 41). E quale affinità in tutte le virtù!
Soffermiamoci un momento su quella della forza. Elisabetta l’ammira in Gesù (UR 3,13), l’ammira anche in Maria con una connotazione di «coraggio» e di «dolcezza», di «maestà» e di «serenità» (UR 41). Ai piedi della Croce, Maria ha «appreso» questa forza da suo Figlio; ora che Elisabetta si trova anche lei «sulla croce…la Vergine è ancora là per insegnarle a soffrire come Lui» – e per condurre infine la sua figlia in Cielo (UR 41). Tutte e due discepole del Maestro, Maria è maestra di Elisabetta.
Nella sofferenza, Elisabetta ha per così dire riscoperto Maria come madre e come custode della sua serenità: «Oh, mai l’ho amata tanto! Piango di gioia pensando che questa Creatura tutta serena, tutta luminosa è mia Madre e gioisco della sua bellezza come un bambino che ama sua madre; provo un slancio molto forte verso di lei, l’ho scelta come Regina e custode del mio cielo» – «e del tuo», aggiunge per Guite (L 298). e per te. Amare Maria la conduce ad innamorarsi della Trinità. Elisabetta ne parla d’un solo slancio: «Nel cielo della nostra anima siamo lodi di gloria della Santa Trinità, lodi d’amore della nostra Madre Immacolata» (CF 44).
Si tenga presente che «Lode di gloria» era il secondo «nome nuovo» (Ap 2,17) che Elisabetta si era dato per il Cielo. Il primo era stato «Volontà di Dio» (vedere NI 12); lo conserverà, quasi come un cognome, e «lode» come pseudonimo abitualmente utilizzato. La volontà di Dio («Eccomi») era divenuta per Elisabetta così fondamentale, così attuale nel suo agire e così incarnata nella sua vita quotidiana, che ne parla relativamente poco. Tutto era riassunto nell’ideale di «amare» senza misura o – con il linguaggio più teologico di san Paolo – ricapitolato nel grande «disegno» («consiglio», «decreto») di Dio, che ci ha «eletti» e «predestinati» ad «essere conformi» a Cristo.
Elisabetta vede questa Volontà redentrice e santificatrice sempre all’opera e in questa grandiosa visione osa utilizzare, durante la sua dolorosa malattia, formule come: «il Padre l’ha crocifissa con il Figlio suo» (UR 38); o: Il Cristo «m’ha messa al suo posto sulla croce» (UR 41). Indubbiamente ha piena consapevolezza della sua malattia e dell’approssimarsi della morte, perché il suo organismo non funziona più. «Curarsi è un dovere e la migliore penitenza» dice (L 249). Ma nello stesso tempo non vuole «trattare con le cause seconde» (fisiche, materiali, umane e relazionali, in un mondo sempre in divenire e che Dio non ha voluto compiuto), «ma» trattare – anche queste cause seconde – «con Dio solo» (GV 8).
Elisabetta ha deciso di vivere tutto, anche la sofferenza, in un prolungato «dialogo d’amore» (L 172) con il Dio Presente, sua eredità e suo Amore. «Non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l’amo perché mi rende conforme a Colui che è il mio Sposo e il mio Amore» (L 317), e più precisamente conforme a lui nell’amore e nel suo abbandono supremo, a cui una situazione di grande sofferenza invita, senza costringere. Quello che Elisabetta desidera, non è soffrire e basta, ma «soffrire come Lui» (UR 41). L’importante è il «come», il soffrire cioè nello stile del Cristo. Se lei «ama» (L 317) la sofferenza – «non in se stessa» – è perché desidera un’intensità d’amore simile a quella che Gesù ha manifestato sulla croce, per tutti, anche per lei. Non la sofferenza in se stessa, ma il modo di viverla ha valore agli occhi di Dio. Elisabetta non cerca la sofferenza; essa sopraggiunge, non cercata, inesorabile, ma, nella prospettiva del suo desiderio d’amare intensamente attraverso tutto, lei non vuole più evitarla, né diminuirla o alleviarla di sua iniziativa.
Tipica la sua reazione negli ultimi mesi, quando le consorelle cercano di consolarla: «Non vale la pena, dice, sono alla fine della mia corsa. Dio mi fa comprendere che, avvicinandomi ormai a vederlo faccia a faccia, invece di riposarmi, devo estrarre dal mio essere tutta la preghiera e la sofferenza possibile». Significativa, la «preghiera». Ella immette la «sofferenza» nel solco dell’amore, con lo sguardo sul Cristo e sulla Chiesa. Il contatto con Dio le «fa oltrepassare» il suo «dolore»; e «questo trasforma tutto» (L 327). In questo senso dirà un giorno: « È l’accettare che ci libera».
Elisabetta non vuole lasciar cadere l’occasione che le viene dal suo male inesorabile. Nella sofferenza intensa, intensamente afferrerà la mano tesa di Dio, oggi come ieri, quando tutto le andava bene. Discepola fedele di san Paolo e di san Giovanni della Croce, meglio, del «Crocifisso per amore» e della «Regina dei martiri» (UR 41), percorre il suo cammino d’amore con una rapidità -«io corro dritta alla meta!» (UR 36) – sorprendente come quando, da ragazza meno sperimentata, supplicava il suo Signore: «Tu che puoi trasformare interamente il mio cuore, spezza, brucia, estirpa tutto quello che non ti piace in me» (D 105).
Istante per istante, vive il sacramento del momento presente, in tutta la sua realtà gioiosa o esigente. Mentre Teresa di Lisieux diceva che «tutto è grazia», la sua piccola sorella di Dijon afferma che tutto è sacramento: «Ogni circostanza, ogni avvenimento, ogni sofferenza come ogni gioia è un sacramento che Dio ci offre » (CF 10). Il sacramento è visibile, umano, antropologico; la grazia che ci dona è visibile solo allo sguardo della fede; a questo Elisabetta ci invita. «Consideri ogni sofferenza e ogni gioia, come inviata direttamente da Lui, e allora la sua vita sarà come una comunione continua» (L 264; cfr L 224, e L 249: «Io direi anche… come una «prova d’amore», che viene direttamente dal buon Dio»).
Il «come», sottolineato da lei, indica sempre distinzione: la sofferenza non viene direttamente da Dio, ma ci è offerta la possibilità di viverla come una risposta d’amore. All’inizio del versetto di Rm 8,29, così spesso citato da Elisabetta, san Paolo dice che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». E il Figlio risorto ce lo conferma.
Elisabetta attinge anche molta forza e generosità dalla sua visione ecclesiale. Il Cristo risorto è la Testa di questo Corpo che è la grande comunità dei credenti (vedere Col 1,18.24). Noi siamo uniti a Lui come i tralci alla vite (vedere Gv 15,19); in essi circola una stessa linfa vitale, lo Spirito del Signore. I buoni frutti vengono, e dal ceppo, e dal succo, e dai tralci.
Nella sua vigna, Dio vuole avere bisogno degli uomini (a cominciare dalla tua libera collaborazione), come gli uomini hanno bisogno di Dio. «L’unico mediatore» (1 Tm 2,5) è il Cristo “totale”, cioè il Cristo e il Cristo che vive il suo amore e la sua preghiera negli uomini: due volte il Cristo, ma in modo diverso. Infatti, nello stesso contesto, san Paolo esorta Timoteo a pregare intensamente per tutti gli uomini, unendo a questa preghiera mediatrice la vita virtuosa, e ricorda il suo lavoro apostolico, strumento di evangelizzazione. E nel Padre Nostro, Gesù ci insegna ugualmente a chiedere che venga il Regno di Dio.
Elisabetta viveva profondamente di questa visione ecclesiale. Credeva che la preghiera e l’amore del Cristo in lei – e non senza di lei – potevano essere sorgente di grazia per altri, noti o ignoti, secondo la loro propria recettività, piccolo raggio di luce in questo o quel cuore, piccola onda dello Spirito santo, stimolante, liberatrice, redentrice.
Se si offriva e si apriva al «Fuoco consumante» dello Spirito santo, era per essere per Gesù «un’umanità aggiunta nella quale Egli rinnova tutto il suo Mistero» (NI 15). Nella sua malattia mortale la sua offerta è intensamente rinnovata: «La sposa è dello Sposo, egli mi ha presa, vuole che gli sia un’umanità aggiunta in cui possa ancora soffrire per la gloria di suo Padre, per aiutare i bisogni della Chiesa» (L 309). «Pensa dunque, partecipare alle sofferenze del mio Sposo crocifisso, e andare con Lui alla mia passione per essere redentrice con Lui» (L 300). Tutto è assunto e accordato al diapason di una risposta sponsale al Crocifisso risorto, che fin nella sua morte s’era abbandonato al Padre suo, per la vita del mondo.
In questo quindicesimo «giorno» Elisabetta parla espressamente dei due «corpi», il suo in quello della Chiesa, il suo per quello della Chiesa. Soffrire diviene offrirsi. Essere immolata diviene oblazione; la sua malattia, una «malattia dell’amore» (L 289); morire, «morire d’amore» (L 335). La sofferenza è a volte descritta come una liturgia sacra, in termini molto personali e relazionali: «Il buon Dio si compiace di immolare la sua piccola ostia, ma questa messa che Egli celebra con me, di cui il suo Amore è il sacerdote, può durare ancora parecchio. La piccola vittima non trova lungo il tempo nella Mano di colui che la sacrifica e può dire che, se attraversa il sentiero della sofferenza, molto più ancora dimora sulla strada della felicità, del vero, mamma cara, di colui che nessuno potrebbe rubarle» (L 309). Il «linguaggio della Croce» non è «sapienza del mondo» (vedere 1Cor 1,18-20). Ma Elisabetta l’aveva compreso da molto tempo», ai piedi del Crocifisso per amore (L 133). E nella sua messa, unita a Gesù, dona con lui la sua carne per la vita del mondo (vedere Gv 6,51).
Nessun ripiegamento su se stessa, impressionante nel suo raccoglimento. E come sempre, rimane straordinariamente attenta ai bisogni del suo prossimo e dei suoi corrispondenti. È perché, come Maria, attinge alla Sorgente, «al di dentro», per poter amare. È perché, nel suo dolore, ricorda che le è stata donata una Madre che sotto la croce ha raccolto «gli ultimi canti dell’anima del Cristo che solo lei, sua Madre, ha potuto percepire». – Sofferenze come «canti», perché rivelazione di una volontà d’amare senza confini.
E la piccola Elisabetta si sente sollecitata a questo Amore. Bisogna leggere, infatti, le sue pagine così elevate tenendo presente quella dell’«Ultimo Ritiro» (UR 31): «E se cado ad ogni istante, nella fede colma di fiducia mi farò rialzare da Lui, e so che mi perdonerà…».
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- Dopo Gesù Cristo – ovviamente alla distanza che intercorre tra Infinito e finito – c’è una creatura che fu la grande lode di gloria della Santa Trinità. Ella rispose pienamente alla elezione divina, di cui parla l’Apostolo: fu sempre «pura, immacolata, irreprensibile» [Col 1,22] agli occhi del Dio tre volte santo.
La sua anima è tanto semplice. I suoi movimenti sono così profondi che non si possono percepire. Sembra riprodurre sulla terra la vita dell’Essere divino, l’Essere semplice. Anche lei è così trasparente, così luminosa che la si scambierebbe per la luce, e tuttavia non è che lo «specchio» del Sole di giustizia: «Speculum justitiae!…» [Specchio della giustizia].
«La Vergine conservava queste cose nel suo cuore» [Lc 2,19-51 Tutta la sua vita può riassumersi in queste poche parole! È nel suo cuore che Ella è vissuta e a una tale profondità che lo sguardo umano non può seguirla. Quando leggo nel Vangelo «che Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda» [Lc 1,39] per andare a compiere il suo atto di carità presso sua cugina Elisabetta, la vedo passare così bella, così calma, così maestosa, così raccolta dentro di sé con il Verbo di Dio!
Come quella di Lui, la sua preghiera fu sempre: «Ecce, eccomi!» Chi? «La serva del Signore» [Lc 1,38], l’ultima della sue creature: lei, sua Madre! Fu così vera nella sua umiltà, perché fu sempre dimentica, ignara, libera di sé. Perciò poteva cantare: «L’Onnipotente ha fatto in me grandi cose, d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» [Lc 1,48-49].
- Questa Regina delle vergini è anche Regina dei martiri; ma è ancora nel suo cuore che la spada la trafisse [Lc 2,35], poiché in lei tutto avviene al di dentro!…Oh, com’è bella da contemplare nel suo lungo martirio, così serena, avvolta in una sorta di maestà che emana nello stesso tempo forza e dolcezza…Aveva appreso dal Verbo come devono soffrire quelli che il Padre ha scelti come vittime, quelli che Egli ha stabilito d’associare alla grande opera della redenzione, quelli che Egli «ha conosciuto e predestinato ad essere conformi al Cristo» [Rm 8,29], crocifisso per amore.
Ella è là, ai piedi della croce, in piedi, forte e intrepida, ed ecco il mio Maestro che mi dice: «Ecce Mater tua» [Ecco tuo Madre (Gv 19,27)], donandomela per Madre…E ora che Egli è ritornato al Padre, che mi ha messa al suo posto sulla croce perché «soffra nel mio corpo quello che manca alla sua passione, per il suo corpo che è la Chiesa» [Col 1,24], la Vergine è ancora là per insegnarmi a soffrire come Lui, per dirmi, per farmi intendere gli ultimi canti della sua anima che nessun altro all’infuori di lei, sua Madre, ha potuto percepire.
Quando avrò pronunciato il mio «Consummatum est» [Tutto è compiuto (Gv 19,27)], sarà ancora lei, «Janua cœli» [Porta del Cielo], che m’introdurrà negli atri divini, sussurrandomi la misteriosa parola: «Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi, in domum Domini ibimus»…! [Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore (Sal 121,1)].
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



