Di nuovo l’Apocalisse, con gli arpisti e i cantori del Cielo. Ma l’attenzione è concentrata sempre sulla nostra vita terrena: come «seguire» Gesù, «da quaggiù», come vivere in lui e rendere lode alla bellezza di Dio.
La risposta è duplice. Bisogna rendersi «libero da tutto»; ma questa libertà si ottiene – come un dono per il quale si crea uno spazio – lasciando che il Cristo entri pienamente in noi. I due aspetti sono in stretta connessione. C’è l’opera di Dio in noi, e c’è la nostra risposta, il dono di noi stessi, attivo, volontario, alle richieste dell’Amore. Quello che Elisabetta chiama «immolazione ininterrotta», lo sforzo per divenire «libero di tutto tranne che del nostro amare».
Allora sarò «simile» a Gesù, «conforme» a lui «porterò il suo nome»: il «fedele», il «vero»! Il mio nome è la mia identità: io sarò profondamente unito a Gesù. E porterò anche il «nome del Padre»: in Gesù sarò della sua famiglia, suo figlio, ed egli riconoscerà la sua bellezza in me. La mia vita, «nascosta in quella del Cristo», sarà uno specchio della sua bellezza e un’arpa le cui «corde» fanno risuonare la sua lode.
«Quale uscita da se stessi questo suppone!» esclama Elisabetta. Insistere su questo «fondo d’iniquità» che è in noi e donde derivano «tutte le nostre sensibilità, ricerche personali e il resto». Questa uscita da noi stessi – «immolazione continuata», non dimentichiamo – non è fugace, sporadica, passeggera, ma dovrà divenire continua se si vuole vivere «abitualmente in Dio»! «Morire». È la formula di san Paolo, pur così ricca di promesse: «Ecco la condizione», insiste Elisabetta, «bisogna esser morti!» Veramente morti, morti nel profondo. Se no l’«io» egoista, tenace, riemergerà continuamente. Perchè le radici di questo «io» disordinato ed egoista spingono in giù…
Un ultimo traguardo sublime corona e sintetizza tutto il pensiero ascetico d’Elisabetta e del Nuovo Testamento: lasciar vivere il Cristo risorto in noi! «Ciò che mi resta da vivere, lo vivo nella fede del Figlio di Dio!». Solo Cristo potrà cancellare tutto questo sordido egoismo e farci entrare in Lui, dove «tutto è puro, tutto è santo». Elisabetta l’aveva capito molto presto, lei che aveva fatto incidere sul suo crocifisso di professione le parole di Paolo: «Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» – parole che ricorda oggi, con l’aggiunta, colma di tenerezza, che spiega tutto: «Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Cerca di capire, nulla di quanto che Elisabetta scrive è contro di te, contro il tuo progresso. Al contrario tutto è pensato in funzione della tua liberazione. I tuoi piccoli idoli ti imprigionano e continuano a tenerti in ginocchio davanti a te stesso; è faticoso alzarti per uscire da te stesso, eppure proprio in questo consiste la vera felicità! Vedi come Gesù t’insegna ad «amare Dio con tutto il cuore e il tuo prossimo come te stesso»(Mt 22,36-39). Amare quindi con la stessa generosità con cui per natura ami te stesso… Con libertà assoluta, per passare da te stesso a Dio e al prossimo.
Il tempo del ritiro ci aiuta a comprendere che amiamo Dio con tanta esitazione e il nostro prossimo con fatica, perché manchiamo di libertà interiore. Perché manchiamo di slancio evangelico…mentre la vita del Cristo ci è offerta a porte spalancate! Elisabetta, invece, vi si precipitava, supplicando il suo Maestro «di sommergerla, d’invaderla, di sostituirsi a lei, affinché la sua vita fosse una irradiazione della Sua» (NI 15).
Nel testo di oggi sulle «vergini», «libere di tutto eccetto che del loro amore» e «che seguono l’Agnello», pensa forse a tutti quelli che, come lei, sono chiamati ad una vita interamente orientata alla preghiera?
Certamente, è la loro vocazione di contemplativi, di contemplative, è la loro vocazione e il loro compito primario nella grande comunità ecclesiale degli amici di Cristo. Ma non è loro privilegio esclusivo. Da giovane laica, passando «in mezzo ai rovi della strada», Elisabetta aveva imparato ad essere contemplativa nel mondo e ad abitare «la cella del suo cuore» (NI 5). Dappertutto «il Padre cerca degli adoratori» (Gv 4,23). Nelle sue lettere continua a proporre ai suoi corrispondenti questo stesso ideale, calandolo nella situazione concreta di ciascuno.
L’essenziale dell’«uscire da sé» è «orientarsi» (L 128) sempre di nuovo verso l’amore di Dio e del prossimo. Durante il ritiro scrive a sua madre: «Tutto sta nell’intenzione». Ma un’intenzione viva, attiva, attenta, concentrata sul grande Presente. Elisabetta aggiunge perciò: «Come possiamo santificare le cose più piccole, trasformare gli atti più banali in atti divini!» (L 309).
E il Presente risponderà. «Quando un’anima è fedele ai più piccoli desideri del suo Cuore», scrive la carmelitana ad una giovane amica laica, «Gesù a sua volta è fedele e si stabilisce tra loro una dolce intimità» (L 278).
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Poi guardai, ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, perché sono vergini…E seguono l’Agnello dovunque va…» [Ap 14,1-4].
Vi sono delle creature che fin da quaggiù fanno parte di questa «generazione pura come la luce» [Sap 4,1]; esse portano già sulle loro fronti il nome dell’Agnello e quello del Padre suo. «Il nome dell’Agnello» [Ap 19,11]: per la loro somiglianza e conformità con Colui che san Giovanni chiama «il Fedele, il Verace» [Ap 19,11] e che ci presenta «vestito di una veste tinta di sangue» [Ap 19,13]; anche questi esseri sono i fedeli, i veri, e la loro veste è tinta del sangue della loro continua immolazione. «Il nome di suo Padre»: perché Egli irradia in essi la bellezza delle sue perfezioni, riproduce in queste anime tutti i suoi attributi divini; esse sono come tante corde che vibrano e cantano «il canto nuovo».
Esse «seguono l’Agnello ovunque Egli vada» non solamente nelle strade larghe e facili da percorrere, ma nei sentieri spinosi, in mezzo ai rovi del cammino; e questo perché sono anime vergini, cioè libere, «separate, spogliate» [san Giovanni della Croce], libere di tutto tranne che del loro amore, separate da tutto e prima di tutto da se stesse, spogliate di tutte le cose sia nell’ordine soprannaturale, che nell’ordine naturale.
- Quale uscita da sé questo suppone! Quale morte! Ripetiamo con san Paolo: «Quotidie morior» [Io muoio ogni giorno] (1 Co 15,31). Il grande santo scriveva ai Colossesi: «Voi infatti siete morti, e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio» [Col 3,3].
Ecco la condizione necessaria: bisogna essere morti! Senza questo presupposto si può essere nascosti in Dio in certe ore, ma non si VIVE abitualmente in questo Essere divino, perché tutte le sensibilità e le ricerche personali e il resto ce ne porteranno fuori.
L’anima che fissa il suo Maestro con quell’«occhio semplice che rende tutto il corpo luminoso» [Mt 6,22] è salvata «dal fondo d’iniquità che è in lei» e di cui si lamentava il profeta [Sal 17,24]. Il Signore l’ha fatto entrare in quel luogo spazioso» [Sal 17,20] che è Lui stesso: qui tutto è puro, tutto è santo!
O beata morte in Dio! O soave e dolce perdita di sé nell’Essere amato, che permette alla creatura di gridare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [Gal 2,20].
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



