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«Rialzata» da Cristo (UR 31) dopo ogni caduta, Elisabetta riprende il suo «cammino» alla luce della «regola di vita» che san Paolo le propone e che lei oggi spiegherà.

«Radicata» in Cristo, le sue radici assorbono «la linfa divina». È di questa linfa che si nutre, si «riveste» di una nuova vita, ringiovanisce. Si scopre come «edificata» sulla roccia che è Cristo ed «elevata» al di sopra di tutto quello che passa, fortificata contro le rivendicazioni dell’«uomo vecchio». «Resa salda» da Gesù, canta la sua lode «in ogni cosa, verso ogni cosa, di fronte ad ogni cosa». La potenza divina si manifesta veramente nella sua debolezza (2 Cor 12,9), la vita di Gesù nella sua carne mortale (2 Cor 4,11).

Seguiremo Elisabetta, ancora una volta, nella sua lettura approfondita del Nuovo Testamento, pienamente «immersa» nel «piano divino», nel «grande disegno di Dio», concepito a nostro profitto e a lode del Padre.

Che meraviglioso impatto ha sull’anima d’Elisabetta il Libro sacro! A colpo sicuro, lo «penetra con quel “senso di Dio” di cui parla san Paolo» (UR 21). La Parola vibra in lei, dilata il suo cuore e il suo pensiero, e risuona ampiamente nella sua situazione esistenziale, concreta. Elisabetta vive intensamente con la Trinità nel suo cuore e il Libro sacro a portata di mano.

In realtà il cuore d’Elisabetta è reso sensibile da una lunga fedeltà all’Amato. L’amore per chi ci parla accresce molto la risonanza affettiva della parola ascoltata. Come noi, Elisabetta sapeva che la parola rivelata contiene il messaggio essenziale di Dio e tutte le prospettive vivificanti che il Cristo ci offre, ma meglio di noi comprendeva che il divino ed eterno Amante, presente nel suo cuore, implorava d’essere preso sul serio. Elisabetta non voleva leggere per amore della scienza, ma per la «scienza dell’Amore».

Il suo amore per Gesù la induceva a soffermarsi su tante parole del Nuovo Testamento. La più piccola allusione riapriva l’immensa Promessa, risvegliava la grande Presenza. Ogni frase, accolta dal cuore della Sapienza, diveniva come la trama sottesa a tutta la sua esistenza. In ogni dettaglio vedeva brillare tutto il mosaico. Sant’Agostino paragona la Scrittura ad una vasta foresta dove ogni foglia mormora dolcemente il grande messaggio. Gli autori biblici, del resto con la loro mentalità giudaica, amano giocare sulle risonanze simboliche.

Elisabetta ci fa riflettere. Le nostre letture della Parola non sono così assidue. Molte volte finiscono per bloccarci invece di dilatarci. Andiamo a cercare il senso preciso: quello che l’autore ha voluto dire in quel determinato luogo, in quel momento, per quei destinatari, in quel contesto socio-culturale preciso. Raschiamo il testo fino all’osso. Ma l’osso non nutre. L’osso non fa vibrare, amare. Inoltre, bisogna essere molto dotti per farlo bene. Se fosse questa la sola chiave di lettura, i semplici sarebbero da compiangere. Ma Gesù esultava al pensiero che il Padre «rivelava ai piccoli quello che teneva nascosto ai sapienti e agli intelligenti» (Mt 11,25).

Elisabetta, tutto sommato, era una piccola. Prendeva il suo Nuovo Testamento e i suoi Salmi, e leggeva. Priva di preparazione esegetica, con la lettura appassionata, assidua, e con l’amore nel cuore, arrivava a leggere in profondità e ad ascoltare in stereo…«Dio ha tanto amato il mondo che ha dato suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), dono d’amore infinito, e in questo tredicesimo «giorno» Elisabetta spiega che è la fede in questo «troppo grande amore che permette a Dio di colmare l’anima secondo la sua pienezza».

La Parola di Dio è un grido d’amore. Per ogni uomo. Per tutti i tempi. La Parola di Dio vuole scuoterti, risvegliarti, farti camminare. La Parola non è soddisfatta se solo il tuo cervello la memorizza e la esamina. Il cervello si sforza di capire, solo la persona può esserne coinvolta. La Parola vuole nutrire tutta la tua persona e in un certo senso mangiarla. La Parola non raggiunge la sua pienezza se non quando è accolta in un cuore che si apre al messaggio.

È questo che la Parola vuole provocare: una reazione amante, un’assimilazione personale, un’attualizzazione permanente. La Parola divina desidera suonare sulle corde dell’anima e riascoltarsi in una risposta umana armoniosa. «Ecco quello che cantava nell’anima del mio Maestro», scrive Elisabetta oggi, «ed Egli vuole sentirne l’eco nella mia!».

E nella tua. Perché, a te non interessa?

(Conrad de Meester – OCD)

Il testo di Elisabetta

  1. «Instaurare omnia in Cristo» [Ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1,19)]. È ancora san Paolo che mi istruisce, san Paolo che si è immerso nel grande disegno di Dio e mi dice «che Egli ha prestabilito di ricapitolare in Cristo tutte le cose» [Ef 1,9-11].

Affinché io realizzi personalmente questo piano divino, ecco ancora san Paolo che viene in mio aiuto e mi traccia un regolamento di vita. «Cammina in Gesù Cristo, mi dice, radicata in Lui, edificata in Lui, resa salda nella fede, e abbondando sempre più nell’azione di grazie» [Col 2,6-7].

 

  1. Camminare in Cristo Gesù, mi sembra che sia uscire da sé, perdersi di vista, distaccarsi, per entrare più profondamente in Lui ad ogni istante che passa, così profondamente da essere radicati in Lui, in modo che in ogni avvenimento, in ogni cosa si possa lanciare la bella sfida: «Chi mi separerà dall’amore di Cristo Gesù?» [Rm 8,35]. Quando l’anima è stabilita in Lui a tali profondità, quando le sue radici vi sono così immerse, la linfa divina si riversa a flutti in essa, e tutto quello che è vita imperfetta, banale, naturale è distrutta; allora, secondo l’espressione dell’Apostolo, «quello che è mortale è assorbito dalla vita» [2 Cor 5,4].

 

L’anima così «spogliata» di se stessa e «rivestita» di Gesù Cristo [Col 3,9-10 e Gal 3,27] non ha più da temere i contatti all’esterno, né le difficoltà all’interno, poiché queste cose, lungi da esserle di ostacolo, non fanno che «radicarla più profondamente nell’amore» [Ef 3,17] del suo Maestro. In ogni cosa, verso ogni cosa, di fronte ad ogni cosa, può «adorarlo sempre per Se stesso» [Sal 71, 15]. Dato che è libera, affrancata da se stessa e da tutto, può cantare con il salmista: «Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia; poiché Jahveh mi nasconde nel segreto della sua tenda» [Sal 26, 3.5]; e questa tenda è Lui stesso. Ecco, mi sembra, che san Paolo intenda questo quando dice: «essere radicati in Cristo Gesù ».

 

  1. Ma, che cosa significa essere edificato su di Lui? Il profeta canta ancora: «Egli mi solleva sulla roccia; allora rialzo la testa sui nemici che mi circondano» [Sal 26,5-6]; ritengo che sia proprio l’immagine dell’anima «edificata su Gesù Cristo». Egli è la roccia su cui essa si innalza al di sopra di se stessa, dei sensi, della natura, al di sopra delle consolazioni o dei dolori, al di sopra di quello che non è unicamente Lui. E qui, possedendosi interamente, si domina, va al di là di se stessa e di ogni cosa.

Ora, san Paolo mi raccomanda di essere salda nella fede: in quella fede che non permette mai all’anima di sonnecchiare, ma che la tiene tutta vigilante sotto lo sguardo del Maestro, tutta raccolta sotto la sua parola creatrice; quella fede nel«troppo grande amore» [Ef 2,4], che permette a Dio, come dice san Paolo, di colmare l’anima «secondo la sua pienezza» [Ef 3,19].

 

  1. Infine, vuole che «io cresca in Cristo Gesù abbondando nell’azione di grazie», a cui tutto deve tendere! «Ti ringrazio, o Padre!» [Gv 11,41]. Ecco quello che cantava nell’anima del mio Maestro e di cui Egli vuole sentire l’eco nella mia! Ma ritengo che il «cantico nuovo» [Ap 14,3] che più di ogni altro può incantare e conquistare il mio Dio sia quello di un’anima spogliata, libera di se stessa, in cui Egli possa riflettere tutto quello che è e fare tutto quello che vuole. Quest’anima si tiene sotto il suo tocco come una lira, e tutti i suoi doni sono come altrettante corde, che vibrano per cantare giorno e notte la lode della sua gloria!

(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)

 

 


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