Un amico è morto per te. Mai ne hai avuto uno migliore, né mai ne avrai di migliori. Innocente; la morte inflittagli dagli uomini per odio, l’ha assunta con una grande volontà d’amore e di offerta, per essere, per tutta l’umanità, una sorgente inarrestabile di riconciliazione con Dio e di Vita.
«Umanità», è un termine astratto. Gesù è morto per dei viventi, per degli esseri concreti, per te, per me. Il Figlio di Dio, come Verbo, offriva la sua vita umana conoscendo ciascuno per nome e nel profondo. Elisabetta coglie nel giusto quando dice: «Sulla sua croce Egli ti vedeva, pregava per te» (L 324). Come noi, san Paolo non aveva incontrato Gesù quando era vivo; ma avendo compreso il mistero di Colui che è «di natura divina» (Fil 2,6), Paolo si sentiva toccato dalla morte di Gesù nel più profondo del suo essere: «Il Figlio di Dio mi ha amato e si è offerto per me» (Gal 2,20).
L’Amico che è morto per te, è molto più di un ricordo. Egli è vivo, risorto. Dio ce lo ha ridato: glorificato, presente, anima della nostra anima, che effonde in noi il suo Spirito. Paolo ne ha tratto le sue conclusioni – Elisabetta le cita: «Cristo è la mia vita…io vivo, non più io, ma Cristo in me» (Fil 1,21 e Gal 2,20). Il tuo cuore, che Egli abita, Gesù desidera possederlo totalmente, per donarsi interamente. «Dimora in Me ed Io in te», dice (Gv 15,4). Voglio porre in te la mia «dimora» (Gv 14,23), lasciami amare in te, lasciami donare per mezzo delle tue mani, lasciami parlare con la tua bocca, lasciami pregare in te e per te.
Devi «identificarti» con Gesù, spiega oggi Elisabetta, «diminuire» perché Lui «cresca» in te. La vera «conoscenza» di Gesù ti ridona vita (tu «corri»!) e rende tutto relativo: il Cristo non ha prezzo, egli è il «prezzo»! Se gli si deve una «fedeltà di tutti gli istanti», tu la «raggiungerai» per grazia, non «per la tua giustizia». Perché tu sia «trasformato», Egli stesso dovrà «rivestirti di Sé».
In questo quattordicesimo «giorno», Elisabetta propone con forza il dono di sé, fino alla sofferenza e alla morte. Non si parlerà mai in modo adeguato della sofferenza. Si preferirebbe ignorarla, se prima o poi non entrasse nella vita di tanti uomini, non cercata, non desiderata, sofferenza del corpo o dello spirito, causata dall’età o dalla salute, personale o sociale, familiare o individuale, legata alla vita di relazione o nascosta nelle pieghe più profonde dell’anima; la sofferenza della separazione e della morte. Non si può sfuggirla, ma solo aggirarla malamente. Che fare?
Elisabetta ne parla, sia perché vi si trova immersa, sia perché il suo amato Signore è passato per questo crogiolo. Partecipa intensamente all’atteggiamento oblativo di Gesù, «così vero nella sua oblazione». «Ha compreso la passione della sua anima e ha voluto donarsi come Lui» (L 133). Gli ha donato la sua vita giorno dopo giorno, ecco ora «il momento» di dargliela in blocco, nella morte. E il testo riflette tutto quello che la malattia mortale comporta di «umiliazione», di «annientamento», di «isolamento», di «angoscia», di «abbandono» fino all’atto ultimo di «rimettere la propria anima tra le mani di Dio».
Amare è amare ora. Unita al Crocifisso risorto, lo guarda senza sosta. Gesù sofferente nel fiore degli anni, vittima dell’intrigo, dell’ostinazione. Gesù tradito, prigioniero, torturato, disprezzato, spogliato, inchiodato, senz’altra libertà che di andare oltre nella morte e oltre nell’amore, nel perdono, nell’abbandono al Padre, Signore della Vita. Nella sua situazione, Elisabetta vuole rivivere la storia umana di Gesù, essergli «conforme», sposarne l’abbandono e il fine apostolico («salvare e liberare le anime»).
«Quando si vede tutto quello che Egli ha sofferto per noi, nel suo cuore, nella sua anima e nel suo corpo, si avverte il bisogno di contraccambiare tutto questo; si vorrebbe soffrire tutto quello che Egli ha sofferto». E di chiarire il fine del suo amore: «Io non posso dire di amare la sofferenza in se stessa, ma l’amo perché mi rende conforme a Lui, che è il mio sposo e il mio Amore» (L 317). E con tutto il suo essere risponde: «Eccoci, o Padre!» Noi: Gesù e lei. Insieme. Sarà il «battito del cuore della sposa».
Nelle angosce che attraversa, un grande sogno, audace, molto “cristo-logico”, si concretizza: «Prima di morire, sogno di essere trasformata in Gesù crocifisso» (L 324). Assumendo la sua morte in un’offerta d’amore totale, trasfigura, in un senso spiritualmente e psicologicamente molto efficace, la sofferenza che, da pura crudeltà e non-senso, diviene il terreno di una intensa «oblazione».
Ugualmente del «calice» di cui gusta l’«amarezza»: se lo beve in comunione con Gesù presente, ne scopre la «soavità divina». Morendo a ventisei anni, invece di essere disperata, Elisabetta è intensamente felice: «divinamente felice», dice lei (L 130; cfr. L 302, 325), indicando la sorgente della sua felicità paradossale. Il «canto» della sposa non si spegne malgrado «ogni paura e angoscia» che le permettono di immergersi «nel dolore immenso» di Gesù (L 320) . Il suo Venerdì santo s’illumina il mattino di Pasqua.
«Cantare» (la parola ritorna oggi tre volte), cantare «per mezzo del divino Adoratore» la «lode della gloria del Padre», «offrirgli i frutti delle labbra» o adorarlo «sulla montagna» nell’anima di Gesù: l’ultima parola di Elisabetta è sempre per la lode. Così Gesù, il «santo di Dio», sarà in lei meravigliosamente «glorificato». Si noti però l’espressione «ostia di lode». Alle prese con la realtà del dolore, col passare del tempo Elisabetta si chiamerà a volte, non più «lode di gloria», ma «ostia di lode di gloria». La dossologia della sua vita si fa ancora più eucaristica.
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in Lui non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte…Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione, solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo…Non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» [Fil 3,8-10. 12-14].
Di questa vocazione, l’Apostolo ha spesso rivelato la grandezza: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità… In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo» [Ef 1,4. 11-12].
- Ma come rispondere alla dignità di questa vocazione? Ecco il segreto: «Mihi vivere Christus est!…Vivo enim, jam non ego, vivit vero in me Christus» [Per me, vivere, è Cristo!… Vivo, non più io, è Cristo che vive in me (Fil 1,21 e Gal 2,20)]. Bisogna essere trasformati in Gesù Cristo, è ancora san Paolo che me lo insegna: «Quelli che da sempre Dio ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo» [Rm 8,29].
Importa dunque che io studi questo divino Modello, al fine d’identificarmi perfettamente con Lui, così che possa senza sosta esprimerlo agli occhi del Padre. Che cosa dice Egli entrando nel mondo? «Eccomi, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà» [Eb 10,9]. Mi sembra che questa preghiera dovrebbe essere come il battito del cuore della sposa: «Eccoci, o Padre, per fare la tua volontà!».
- Il Maestro fu così vero in questa prima oblazione! La sua vita ne fu, per così dire, la conseguenza! «Il mio cibo, amava ripetere, è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» [Gv 4,34]. Altrettanto deve fare la sposa, mentre la spada la immola…«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» [Mt 26,39]. E allora nella pace, piena di gioia, va incontro ad ogni immolazione con il suo Maestro, felice «d’essere stata conosciuta» dal Padre, poiché Egli l’ha crocifissa con il Figlio suo.
«Mia eredità per sempre sono i tuoi comandi, sono essi la gioia del mio cuore » [Sal 118,111]. Ecco le parole che cantavano nell’anima del mio Maestro e che devono avere un’eco profonda in quella della sposa! Per la fedeltà ininterrotta a questi «comandi» esterni o interiori «renderà testimonianza alla verità» [Gv 18,37] e potrà dire: «Colui che mi ha mandata è con me e non mi ha lasciata sola, perché io faccio sempre quello che gli piace» [Gv 8,29]. Non lasciandolo mai, mantenendo saldamente questo forte contatto con lui, potrà irradiare «quella virtù segreta» [Lc 6,19], che salva e libera le anime.
Spogliata, libera di sé e di tutto, potrà seguire il Maestro sulla montagna per farvi con Lui, nella sua Anima, «una orazione divina» [Lc 6,12]. Poi, sempre per mezzo del divino Adoratore – Colui che è la grande lode della gloria del Padre – «offrirà incessantemente un’ostia di lode, cioè il frutto di labbra che rendono gloria al suo nome» (Eb 13,15). E, come canta il salmista, lo loderà «nel firmamento della sua potenza, per la sua immensa grandezza» [Sal 150,1-2].
- Poi, quando verrà l’ora dell’umiliazione, dell’annientamento, si ricorderà di questa piccola parola «Jesus autem tacebat» [ma Gesù taceva (Mt 26,23)]; e tacerà, custodendo, «conservando tutta la sua forza per il Signore» [Sal 58,10], quella forza che «si attinge nel silenzio». Quando sopraggiungeranno l’abbandono, l’isolamento, l’angoscia che fecero esalare al Cristo quel grande grido: «Perché mi hai abbandonato? [Mt 27,46], ripenserà alla preghiera: «che sia in essi la pienezza della mia gioia» [Gv 17,13]; e bevendo fino alla feccia «il calice preparato dal Padre» [Gv 18,11], saprà trovare nella sua amarezza una soavità divina. Infine dopo aver ripetuto più volte «Ho sete» [Gv 19,18], sete di possederti nella gloria, canterà: «Tutto è compiuto, nelle tue mani affido il mio spirito» [Gv 19,30 e Lc 23,46]. E il Padre verrà a prenderla per «trasferirla nel regno del suo figlio diletto» [Col 1,12-13], dove nella «luce, vedrà la luce» [Sal 35,10].
«Sappiate, cantava Davide, che il Signore fa prodigi per il suo Santo» [Sal 4,4]. Sì, il Santo di Dio sarà stato glorificato in quest’anima, perché Egli l’avrà svuotata di tutto per «rivestirla di Se stesso» [Gal 3,27], ed ella avrà vissuto sul serio la parola del Precursore: «Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca» [Gv 3,30].
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



