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É in alto che siamo chiamati a tendere; la cima di un Monte ci aspetta, ma, per arrivarci, quanta salita…

Questo è un cammino duro, ma luminoso, la meta è alta, ma raggiungibile, l’Assoluto non è solo un anelito, è un richiamo, è un bisogno, è una Persona.

Per un ideale astratto forse non si salirebbe così, ma per Qualcuno sì, basta dir di sì e poi lasciargli tracciare la strada, senza aver paura.

Chi ama non ha paura di salire perché sa che avanti ad ogni passo una luce si accende e un nuovo tratto di strada si illumina.

Questo ci insegna la dottrina di San Giovanni della Croce in parole sem-plici e pratiche, capaci di infiammarci il cuore e di metterci le ali ai piedi.(…)

Giovanni della Croce non è facile. Tuttavia suscita un forte interesse specialmente in quelle anime che sono in cerca della Verità, che desiderano l’esperienza di Dio, che sanno dire dei Sì e dei No irrevocabili a costo anche della vita.

Prendere contatto con i suoi scritti non significa fare una letteratura amena, giusto per passare un po’ di tempo. Tutt’altro. E’ invece leggere e assimilare un cammino, una vita; è accettare di essere forte-mente provocati per prendere delle decisioni e fare delle scelte radicali.

Giovanni della Croce non indulge in estetismi che accarezzano i sensi e finiscono per ingannare chi legge. Perciò la sua dottrina è libera da ogni cosa superflua. Egli va all’essenziale e così attira le persone che sanno dire e fare.

Ecco perché le sue opere fanno registrare un successo editoriale che non accenna affatto a diminuire bensì ad aumentare sempre di più nel tempo.

C’è l’ateismo, c’è la scristianizzazione, c’è la smania di fare ogni genere di esperienza; ma tutto provoca un desiderio bruciante di ritornare a casa dove c’è un Padre che aspetta; dove ogni esperienza si placa nelle braccia di questo Padre.

  1. Giovanni della Croce ha la precisa missione di condurre le anime per la strada che porta diretta-mente a Dio Padre, dove c’è il Figlio e lo Spirito di Amore.(…)

Il cammino verso Dio non è facile. Si tratta di salire affrontando le asperità che certamente si incontreranno e di liberarsi da tutta quella specie di zavorre che può impedire il più piccolo passo.

S’inizia a salire nel crepuscolo serale, quando le cose non hanno più presa sui nostri sensi e la notte avanza, vanificando tutto ciò che in piena luce poteva essere di necessità assoluta.

Mentre si sale, Giovanni fa sentire ripetutamente due motivi: disadorni, incisivi, in forte contrasto: NULLA – TUTTO.

C’è chi ha sentito questi due motivi come una “sublime ninna-nanna che addormenterà l’anima nella vita naturale per farla svegliare nella vita divina” (P. Gabriele di S. M. Maddalena, S. Giovanni della Croce Dottore mistico, pag. 49, ed. Libreria Fiorentina).

Questo modo di sentire è molto simpatico, dolce, incantevole, ma non è il cammino descritto da S. Giovanni.

Egli ha preso dal Vangelo l’ispirazione di questa durissima scalata notturna. E il Vangelo non è davvero il canto di ninne-nanne. Verrà il momento in cui sarà anche il canto nuziale e il canto della trasfigurazione, ma adesso ecco cosa ci fa sentire Giovanni:

 

“Per giungere a gustare il Tutto,

non cercare il gusto in niente.

Per giungere al possesso del Tutto,

non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto,

non voler essere niente.

Per giungere alla conoscenza del Tutto,

non cercare di sapere qualche cosa in niente”.

 

È drastico Giovanni, ma non disumano. Attacca e priva, ma non distrugge.

È che la natura umana non è più buona alla maniera di Rousseau, come se nessun segno maligno vi avesse inciso ambiguità, disordine, schiavitù.

Giovanni della Croce ha un altro concetto dell’uomo, più realistico e più equilibrato.

Egli stima l’uomo, ma non fino a farne un angelo o un dio.

L’uomo è uscito dalla mente di Dio come un’immagine del Figlio suo per il quale è stato fatto, e per questa sua origine è veramente la creatura che si trova al vertice della creazione.

Ma c’è da dire che l’uomo ha subito una paurosa umiliazione, cadendo nell’imbroglio di Satana. E così, nel suo essere e nel suo agire, si è verificato un gravissimo disordine nelle facoltà spirituali, nella sua sfera sensibile e morale. Così, l’intelligenza che dovrebbe portarsi naturalmente verso la verità, si porta più facilmente verso l’errore. La volontà che dovrebbe portarsi naturalmente verso il bene, si porta invece più facilmente verso il male. Le passioni che dovrebbero costituire delle energie operative per regolare gli impulsi più o meno forti di tutto l’organismo sensitivo e spirituale, sono invece esse proprio a determinare squilibri e angosce, drammi e paure.

Per tutto questo rovesciamento che il peccato ha provocato, è necessario che l’uomo venga recupe-rato fino a ritrovare l’ordine primordiale, perché possa tendere verso l’unico Bene e l’unica Verità per il quale è stato creato.

Ecco perché Giovanni della Croce propone la strada del Nulla e il passaggio nella Notte.

Il Nulla è sinonimo di liberazione da ogni presa del male.

La Notte è sinonimo di radicale purificazione dei sensi e dello spirito.

Giovanni spiega: “Chiamo notte quello stato in cui gli appetiti vengono privati del gusto in tutte le cose” (18. 3).

Ancora: “La mortificazione degli appetiti si può dire notte dell’anima, poiché, rinunciando al gusto sensibile in tutte le cose, resta vuota e avvolta dalle tenebre” (ivi).

E infine: “Quando questo gusto è spento o, meglio, mortificato, l’anima cessa di trovare il suo nutrimento nel gusto di tutte le cose e così, per ciò che riguarda gli appetiti, essa resta al buio e al vuoto” (ivi).

Possiamo fare subito dei rilievi importanti. Il primo è questo: la notte di cui parla Giovanni è uno stato dell’anima. L’uomo è messo a fare una esperienza del tutto nuova; un’esperienza che la natura rifiuta, sentendo ancora forte il fascino di tutto ciò che è sensibile, mentre la grazia fa sentire una totale liberazione.

Inoltre Giovanni pone l’accento, non tanto sulle cose in se stesse, quanto sul desiderio che si nutre di esse. Le cose non sono cattive in sé. Il male non è cosmico, ma libero. Appartiene all’uomo. Ed è lui che decide della bontà o della cattiveria delle cose. Il desiderio può essere anche buono, e in effetti lo è quando non travalica i confini dei suoi limiti; quando non travolge l’intelligenza e la volontà, attirandole nel proprio capriccio; quando soprattutto non intacca il primato di Dio.

Diversamente va mortificato e, se è il caso, va anche decisamente eliminato.

Si capisce allora quanto sia necessario questo passaggio notturno in ripida ascesa.

Giovanni della Croce lo dichiara con forza: “Per giungere all’unione con Dio è necessario che l’anima passi per questa notte oscura, la quale consiste nella mortificazione degli appetiti e nella rinunzia al gusto di tutte le cose” (lS. 4,1).

Poi sviluppa questa sua dichiarazione prendendo in prestito il principio filosofico: “Due contrari non possono coesistere nel medesimo soggetto”.

Luce e tenebre, bellezza e bruttezza, sapienza e ignoranza, ricchezza e miseria, gioia e tristezza, bontà e cattiveria, Essere e non essere: una serie di contrasti in durissima lotta tra loro escludono ogni benché minima forma di unione.

Dio non conosce contrari nella sua natura. La distinzione delle Persone non dice affatto opposizione e non Gli impedisce di godere di una Unità assoluta.

Se l’uomo viene chiamato a godere della sua vita divina, è chiaro che non può portare con sé degli elementi che esprimono urto o contrasto.

Giovanni della Croce si dilunga molto a mettere bene in risalto i pregi delle creature paragonabili con quelli di Dio. E fa notare che la differenza è abissale.

Così la bellezza creata, per quanto risponda in modo perfetto ai canoni dell’estetica non è, in fondo, che deformità, solo se si mette di fronte a quella di Dio.

Ricordiamo la visione della Umanità santissima di Gesù che ebbe S. Teresa. L’impressione che ella ne riportò fu straordinaria.

Così scrive la santa: “…dopo aver visto la sublime bellezza del Signore, non trovai più nessuno che al suo confronto mi apparisse così piacevole da occupare ancora la mia mente… da allora in poi tutto quanto vedo mi pare disgustoso in confronto alla trascendente attrattiva che scorgevo nel Signore” (Vita 37,4).

E dunque – conclude S. Giovanni della Croce – chi ama la bellezza creata più di quella divina, diventa deforme, perché l’amore crea somiglianza con la persona o con la cosa amata.

Così la sapienza del mondo, paragonata a quella di Dio, è solo stoltezza. Perciò chi tiene più a sapere ciò che insegna il mondo o chi tiene più al proprio sapere, è soltanto uno stolto”.

E così le ricchezze, le gioie, la gloria, le sicurezze umane, tutto dev’essere riveduto, ridimensionato, rettificato in rapporto a Dio, il quale supera tutto in modo infinito.

Tutto quello che non porta a Lui è menzogna. Giovanni raccomanda:

 

“Quando ti fermi su qualche cosa,

tralasci di slanciarti verso il Tutto.

Per giungere interamente al Tutto,

devi totalmente rinnegarti in tutto.

E quando tu giunga ad avere il Tutto,

devi possederlo senza voler niente;

poiché se tu vuoi possedere

qualche cosa nel Tutto,

non hai il tuo solo tesoro in Dio”.

 

Già da questi primi passi il cammino si presenta sì come rinuncia, come privazione, ma soprattutto come conquista di libertà e di verità.

 

(da Verso l’Assoluto M.C. Carulli)

 

 


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