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Tutti cerchiamo la felicità, credenti e non credenti, giovani o anziani, ricchi o poveri.

Un giorno un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Egli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Ed egli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; cosa mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Udito questo, il giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze (Matteo 19,16-22).

Il giovane in questione ricercava la felicità, pensando però che fosse sempre il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo, credendo che l’osservanza dei comandamenti lo potesse rendere felice, ma non è stato così. Oggi quello stesso giovane penserebbe che una determinata scuola possa renderlo felice; frequenta quella scuola, si diploma, ma ancora non lo è; allora si iscrive all’università, si laurea, ma ancora non raggiunge la felicità. Decide allora di sposarsi, con l’idea di fondo che la felicità sia sempre nella scelta dopo. L’essere beati però non si coniuga con il verbo “fare”, e nemmeno con il verbo “avere”. La vita spirituale insegna che la felicità deriva dal fatto di sentirsi intimamente amati da Dio.
L’essere credenti non deriva direttamente dal credere nell’esistenza di Dio, ma dall’accorgersi del Suo Amore per noi. La preghiera parte dal dialogo a parole con Dio, si sviluppa nell’ascolto e sfocia nel sentirsi capiti e amati da Lui nel profondo, nel silenzio.

Il sentirsi amati non può che far scaturire, oltre ad una gioia sconfinata, la gratitudine nei confronti di Dio. La parola “Eucaristia” significa “rendimento di grazie”, e ogni volta che partecipiamo alla S. Messa e che preghiamo, noi dovremmo sentire quell’amore che fa nascere nel nostro cuore tale gratitudine. Sì, davvero noi sentiamo sempre questo amore? Sempre possiamo provare gratitudine nei confronti di Dio, nonostante tutte le vicissitudini della vita, la malattia che persiste, il lavoro che non c’è, un lutto che ha segnato la nostra esistenza…? Sì. Noi possiamo sperimentare l’amore di Dio anche in mezzo a tutto questo, perché Gesù ci ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).  “Signore, sono mesi che prego, ma non sento niente” “Io sono con te”; “Signore, sono nella malattia, nell’infermità, mi sento solo, abbandonato” “Io sono con te”; “Sono senza lavoro, senza casa, senza famiglia, come posso essere felice?”  “Io sono con te”; “Signore, il dolore mi assale” “Io sono con te”.

Ecco la ragione per cui possiamo essere felici, beati, già adesso, senza aspettare: perché Gesù è con noi sempre. Noi dobbiamo solo rimanere alla sua presenza, senza prendere scuse per allontanarci da Lui guardando i difetti dei sacerdoti, delle suore, dei diaconi, dei credenti. No, noi rimaniamo per Gesù solo, allora la nostra anima proverà quelle beatitudini che l’evangelista san Matteo riporta al capitolo 5, nei versetti 3-12:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi»


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