Dal punto di vista strutturale, il testo odierno è particolarmente interessante. Tra gli argini del primo e dell’ultimo «giorno», proprio a metà, questo ottavo «giorno» è come un grosso pilastro che sostiene tutto il ponte, poiché espone con molta chiarezza – come in UR 1 e UR 42- il fine che domina il lavoro redazionale di Elisabetta e il suo ideale: «Come imitare nel cielo della mia anima l’occupazione incessante dei beati nel Cielo della gloria?»
Due aspetti del suo desiderio di lode saranno, – ammesso che sia possibile – ancora più evidenziati oggi: la continuità (senza «riposo né giorno né notte; due volte «incessante»; «ininterrotto»; un «Sanctus eterno») e la intensa purezza. Proprio per questo Elisabetta insiste una volta di più sul movimento da se stessi a Dio: pregare suppone «trasferirsi» e «passare in un Altro». Per farlo «degnamente», con una perfezione degna di Dio, come Elisabetta desidera, si richiede una pienezza di attenzione affettuosa: «perdersi di vista» per guardare Dio, con grande «limpidezza di sguardo».
È vero, la nostra fragilità è palpabile. Anche una Elisabetta della Trinità si rende conto della propria «impotenza» (NI 15), e più di lei noi sperimentiamo i cedimenti e le cadute di cui ci parlerà in seguito (UR 31). Sa che la nostra lode non potrà essere «sempre cosciente, perché la debolezza della natura non le permette di essere fissata in Dio senza distrazioni»; ma l’anima trasformata e «per così dire tutta passata nella lode e nell’amore, nella passione della gloria del suo Dio», in tutto quello che fa, sarà comunque «sotto l’azione di Dio che opera tutto in lei» (CF 44).
Oggi riprende il tema. «Lo Spirito» del «Padre» può fortificare la nostra natura limitata, ma tutta donata, così che «Gesù Cristo abita in noi» e perciò siamo «radicati e fondati nell’amore».
L’immagine delle radici profonde (quelle buone, quelle dell’«io» buono!), tenaci, stabili, estese, sembra piacere molto a Elisabetta. Quando l’amore e la fede sono grandi, «l’anima penetra e dimora in queste profondità di Dio»: è qui che attinge, dalle radici dell’amore e della fede, la linfa divina, la qualità teologale dei suoi atti. Ispirata e guidata dalla fede e dall’amore, «tutto in lei rende omaggio al Dio tre volte santo», che ne abbia coscienza (come Elisabetta desidera tanto, poiché l’atto cosciente è ancora più degno di Dio), o che non ne abbia coscienza. In queste condizioni, le radici non cessano di crescere: «Quest’anima per ciascuno dei suoi movimenti, delle sue aspirazioni, come per ciascuno dei suoi atti, anche i più ordinari, “si radica” ancor più profondamente in Colui che ama».
Non v’è dubbio che in lei vita e preghiera siano fuse insieme. L’amore è il loro terreno comune. «Fare delle nostre giornate una comunione continua», scriveva alla sua giovane amica Germana de Gemeaux, «il mattino svegliamoci nell’Amore, tutto il giorno offriamoci all’Amore, cioè compiendo la volontà del buon Dio, sotto il suo sguardo, con Lui, in Lui, per Lui solo. Doniamoci continuamente, come Lui vuole […]. Quando, poi, viene la sera, dopo un dialogo d’amore che è stato ininterrotto nel nostro cuore, addormentiamoci ancora nell’Amore» (L 172).
Al momento della sua professione religiosa, Elisabetta aveva espresso il desiderio «che questo sia l’inizio di un atto d’adorazione che non finisca mai più nella mia anima» (L 150). Ma la profondità dell’attenzione a Dio non le sembrava essere vocazione esclusiva dei contemplativi. Aveva vissuto intensamente questa attitudine d’adorazione già nel mondo, nella «cella del suo cuore» (D 140). «Anche in mezzo al mondo si può ascoltarlo nel silenzio di un cuore che non vuole essere che suo» (L 38). Quando doveva partecipare ad una «serata», pregava il Cristo: «Che Egli sia talmente in me che, chi mi avvicina, lo senta » (L 54). Ed ecco la confidenza sorprendente: «Le invio la mia fotografia. Mentre me la scattavano, pensavo a Lui; essa perciò le porterà Lui» (L 62).
A Guite, Elisabetta ricorda che si può «trovare dappertutto il segreto di crescere nell’amore, anche in mezzo alle relazioni con il mondo e in mezzo alle preoccupazioni della vita» (CF 16). Invitata a partecipare ad una serata che non era di suo gradimento, Guite riferisce la risposta di sua sorella: «Sono ben contenta che tu vada a questa festa, perché vi sarà almeno qualcuno che ama il buon Dio e che gli terrà compagnia. E poi, cerca di essere molto bella!».
Ritorniamo all’ottavo «giorno». Per adorare Dio alla maniera dei beati del Cielo, così come li descrive l’Apocalisse, bisogna innanzitutto «gettare la propria corona»: le nostre numerose e, in fin dei conti, ridicole corone. Di fronte a Dio bisogna uscire da se stessi, lasciarsi: ecco l’ex-stasi (cioè trovarsi fuori da se stessi), «estasi dell’amore» umile e vera.
Per Elisabetta, molto sensibile alla lode, questa sarà l’estasi dell’«amore sopraffatto dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza immensa» di Dio: «a causa di Lui stesso»! Rari sono i profeti di Dio che, come Elisabetta, hanno sottolineato con una tale intensità l’importanza del primo comandamento dell’amore di Dio, vivendo allo stesso tempo con estrema concretezza l’attenzione delicata per il prossimo.
L’adorazione la conduce ad «un silenzio pieno, profondo», quello dell’ammirazione e del dono di sé senza riserve. (È il senso della «debolezza» di cui parlavamo, termine preso in prestito dai salmi e dai mistici, e che non è da prendere in senso fisico.) Questo «silenzio pieno» sarà per Elisabetta anche quello della felicità: «in mezzo a ogni sofferenza e dolore, l’anima trova la sua beatitudine in quella dell’Essere adorato». «L’abisso del nostro niente» diverrà la «sorgente» donde l’acqua viva zampilla «impetuosa»!
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Essi non hanno riposo: giorno e notte non cessano di ripetere: Santo, santo, santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, che era, che è, e che viene…E si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, e l’onore, e la potenza…» [Ap 4,8. 10-11].
Come imitare nel cielo della mia anima questa occupazione incessante dei beati nel cielo della gloria? Come proseguire questa lode, questa adorazione ininterrotta? San Paolo mi offre una luce su questo quando scrive ai suoi: «Il Padre vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore» [Ef 3,16-17].
Essere radicati e fondati nell’amore: è questa, mi sembra, la condizione per adempiere degnamente al proprio ufficio di laudem gloriae [lode di gloria]. L’anima che penetra e dimora in queste «profondità di Dio» cantate dal re-profeta, che perciò fa tutto «in Lui, con Lui, per mezzo di Lui, e per Lui», con quella limpidezza di sguardo che le dona una certa somiglianza con l’Essere semplice – quest’anima attraverso ciascuno dei suoi movimenti, delle sue aspirazioni, come attraverso ciascuno dei suoi atti, anche se ordinari, «si radica» più profondamente in Colui che ama. Tutto in lei rende gloria al Dio tre volte santo: è per così dire un Sanctus eterno, una lode di gloria incessante!…
- «Si prostrano, adorano, gettano le loro corone»… Innanzitutto l’anima deve «prostrarsi», immergersi nell’abisso del proprio nulla, sprofondarvisi talmente da trovare, secondo la felice espressione di un mistico [Ruysbroec] «la pace vera, immutabile e perfetta che niente turba, poiché ella si è precipitata così in basso che nessuno andrà a cercarla là».
Allora potrà «adorare». L’adorazione, è una parola di Cielo! Mi sembra che si possa definirla: l’estasi dell’amore. È l’amore sopraffatto dalla bellezza, dalla forza, dalla grandezza immensa dell’Oggetto amato, l’amore che «cade in una specie di deliquio» [cfr Sal 83,3] in un silenzio pieno, profondo, quel silenzio di cui parlava Davide quando scriveva: «Il silenzio è la tua lode!… [Sal 65,1]. Sì, è la lode più bella, poiché è quella che si canta nell’eternità nel seno della beata Trinità, è anche «l’estremo sforzo dell’anima che, sopraffatta, non può più parlare…» (Lacordaire).
«Adorate il Signore, perché è santo», è detto in un salmo [Sal 98,9]. E ancora: «Sarà adorato sempre a causa di se stesso» [Sal 71,15]. L’anima che si raccoglie in questi pensieri, che li penetra con «quel pensiero di Dio» di cui Parla san Paolo [Rm 11,34; 1Cor 2,16], vive in un Cielo anticipato, al di sopra di ciò che passa, al di sopra delle nuvole, al di sopra di se stessa! Sa che Colui che ella adora possiede in Sé tutta la felicità e tutta la gloria e, «gettando la sua corona» alla sua presenza come i beati, si disprezza, si perde di vista e trova la sua beatitudine in quella dell’Essere adorato, in mezzo a ogni sofferenza e dolore. Perché ha lasciato se stessa, è «passata» in un Altro. Mi sembra che in questo atteggiamento adorante l’anima «assomigli a quei pozzi» di cui parla san Giovanni della Croce che ricevono «le acque che discendono dal Libano» e, vedendola, si potrebbe dire: «Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio» [Sal 45,5].
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



