Oggi Elisabetta mormora alcuni versetti tratti dai salmi: sul giorno e la notte, la luce e il sole. Il cielo della sua anima, intensamente abitato, appare luminoso e sonoro. Non solamente vi sono le comunicazioni di Dio» – quelle luci di cui noi approfittiamo leggendo il suo «Ultimo Ritiro» – ma la «fedeltà a corrispondere» alla volontà del Signore (i suoi «decreti») e alle sue mozioni interiori («disposizioni interiori») la fa vivere nella luce e la rende «luminosa».
Elisabetta impressiona per la sua forza e la sua trasparenza. Quasi non ci si accorge di «sentire», «nel dolore», come la malattia la «distrugge» (Gv 7). Nessun pianto, nessun ripiegamento su se stessa, nessuna protesta. La sua felicità di fondo dimostra che il Risorto sta per vincere la morte in lei. La sua gioia è di lasciarsi trasformare nell’Immortale.
Tuttavia, oggi – e fortunatamente, altrimenti ci sarebbe quasi da scoraggiarsi – c’è un’allusione alle sue «sofferenze dell’anima e del corpo», alle sue «impotenze», ai suoi «disgusti», alle sue oscurità, alle sue «stesse colpe». Ma il messaggio resta positivo. Tutte queste forme di «notte» possono ancora «raccontare la gloria dell’Eterno»! A quale condizione? Che io cerchi di viverle con Gesù che è passato attraverso la sofferenza, con Gesù che nell’Eucaristia ci offre ogni giorno nel suo «calice» – a cui partecipiamo o a cui comunichiamo da lontano – il suo «Sangue» salvatore, quel sangue pieno di forza e di gloria, «versato per voi e per molti in remissione dei peccati», come si ripete alla consacrazione.
A condizione dunque che io metta la mia miseria davanti a lui: il «mio sangue» (sinonimo di tutte le forme della «mia sofferenza» enumerate sopra) dovrà essere mescolato» a quello di Gesù morente e risorto. Nell’ottica di Elisabetta, non siamo mai noi che ci salviamo e ci realizziamo, ma a salvarci e realizzarci sono la vita di Dio e la sua Presenza..
Allora, impotenza e oscurità? Preghiamo con Elisabetta: «Sento la mia impotenza e ti chiedo di «rivestirmi di Te» […] attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio fissare sempre Te» (NI 15).
Esitazione, disgusto, resistenza? «Se la tua natura ti è causa di combattimento, un campo di battaglia, oh, non scoraggiarti, non rattristarti. Ti dico senza esitare: ama la tua miseria, perché su di essa Dio esercita la sua misericordia, e quando, guardandola, sprofondi nella tristezza che ti fa ripiegare su te stessa, questo è solo amor proprio!» (L 324).
Colpe? «Quando viene la sera…forse scopriremo delle colpe, delle infedeltà, consegniamole all’Amore: è un fuoco che consuma, facciamo così il nostro purgatorio nel suo Amore» (L 172). «Mediante la sua continua vicinanza vuole liberare la sua anima da ogni infermità, da ogni colpa, da tutto quello che la turba» (L 249).
Instabilità del sentimento? «Non dia troppo peso al fatto di essere ora fervorosa, ora scoraggiata; è la legge dell’esilio il passare così da uno stato all’altro. Creda allora che, Lui, non cambia mai, che nella sua bontà è sempre chino su di lei per portarla con sé e stabilirla in Lui» (L 249). «Che importa ciò che sentiamo? Lui, è l’Immutabile, Colui che non cambia mai: Egli ti ama oggi, come ti amava ieri, come ti amerà domani. Anche se gli hai dato pena, ricordati che un abisso chiama un altro abisso, e che l’abisso della tua miseria attira l’abisso della sua misericordia; oh, vedi, Egli me lo fa comprendere così bene, ed è per noi due» (L 298).
Se vuoi arrivare come Elisabetta alla «trasformazione» piena e perfetta, questo settimo «giorno» ti ricorda ancora che il cielo della tua anima non dovrà cantare «nient’altro che la gloria dell’Eterno»! In qualunque situazione e in qualunque responsabilità, in mezzo al mondo o nella solitudine, se Dio «non trova la tua anima vuota di tutto quello che non rientra i queste due parole: il suo amore, la sua gloria», la trasformazione non potrà essere interamente compiuta. Immergiti nell’ammirabile circuito della fiducia nella sua misericordia…
Via via che l’anima si fa veramente «vuota», diviene la «tenda» del salmo, in cui si alza il «Sole», «fuoco consumante» che brucia senza consumare, per trasformare l’anima in fuoco e sole.
Elisabetta amava molto il sole, immagine per lei della presenza consolante di Dio e dell’unione verso cui sta camminando. «L’orizzonte è così bello, il sole divino fa brillare la sua grande luce; preghi affinché la piccola farfalla si bruci le ali ai suoi raggi» (L 203). Unione alla Trinità «dal di dentro», penetrandone sempre più i pensieri e la volontà. «Questi Tre che tutte e due amiamo tanto» scrive ad un’amica, «siano veramente il centro in cui si dipana la nostra vita! Santa Teresa dice che l’anima è come un cristallo in cui si riflette la divinità. Mi piace tanto questo paragone e quando vedo il sole invadere i nostri chiostri con i suoi raggi, penso che così Dio invade l’anima che cerca Lui solo » (L 136).
Nella sua preghiera «O mio Dio, Trinità che adoro» (NI 15), Elisabetta aveva promesso al Cristo, «Astro amato»: «Voglio sempre fissare Te e dimorare sotto la tua grande luce; attirami perché non possa più uscire dalla tua irradiazione». Aveva supplicato lo Spirito di consumarla fino a che il Cristo-Sole la possedesse interamente, senza ombra alcuna: «O fuoco consumante, Spirito d’amore, “discendi in me”, affinché si faccia nella mia anima come una incarnazione del Verbo: e io gli sia un’umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero».
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Coeli enarrant gloriam Dei» [I cieli narrano la gloria di Dio (Sal 18,1)]. Ecco quello che narrano i Cieli: la gloria di Dio. E dato che la mia anima è un cielo dove io vivo aspettando la Gerusalemme celeste, bisogna che anche questo cielo canti la gloria dell’Eterno, nient’altro che la gloria dell’Eterno.
«Il giorno al giorno ne trasmette il messaggio» [Sal 18,3]. Tutte le luci, tutte le comunicazioni di Dio alla mia anima sono questo «giorno che trasmette il messaggio della sua gloria al giorno». «I comandi del Signore sono limpidi, canta il salmista [Sal 18,9] danno luce agli occhi…» Perciò la mia fedeltà a corrispondere a ciascuno dei suoi comandi, a ciascuna delle sue mozioni interiori, mi fa vivere nella sua luce: anch’essa è un «messaggio che trasmette la sua gloria».
Ma ecco la dolce meraviglia: «Jahveh, che ti guarda risplende!» esclama il profeta [Sal 33,6]. L’anima che con la profondità del suo sguardo interiore contempla in ogni cosa il suo Dio nella semplicità che la separa da tutto, è «risplendente»: «È un giorno che trasmette al giorno il messaggio della sua gloria».
- «La notte alla notte ne trasmette notizia» [Sal 18,3]. Questo è molto consolante! Le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, le mie stesse colpe raccontano la gloria dell’Eterno! Così anche le mie sofferenze dell’anima o del corpo narrano la gloria del mio Maestro! Davide cantava : «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?» Ecco: «Alzerò il calice della salvezza» [Sal 115, 3-5]. Se innalzo il calice imporporato dal Sangue del mio Maestro e se nell’azione di grazie, piena di gioia, mescolo il mio sangue a quello della santa Vittima, esso assume in qualche modo un valore infinito e può rendere al Padre una splendida lode; allora la mia sofferenza è «un messaggio che trasmette la gloria» dell’Eterno.
- «Qui (nell’anima che narra la sua gloria) ha posto una tenda per il Sole» [Sal 18,5]. Il sole è il Verbo, è lo «Sposo». Se Egli trova la mia anima vuota di tutto ciò che non rientra in queste due parole: il suo amore, la sua gloria, allora la sceglie per farne «la sua stanza nuziale», «esulta come prode che percorre la via» e io non posso «sottrarmi al suo calore» [Sal 18,5-6]. È questo «fuoco consumante» [Eb 12, 29] che opererà la beata trasformazione di cui parla san Giovanni della Croce quando dice: «Ciascuno sembra essere l’altro e tutti e due non sono che uno», per essere «una lode di gloria del Padre!
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



