Ci sono tanti santi nascosti. Passano inosservati. Vivono nella massa. Quanti genitori, ad esempio, sono cristiani meravigliosi! Tra gioie, preoccupazioni e prove della loro vita coniugale: con i figli, la situazione economica, i problemi materiali e di salute…È in tale contesto che hanno imparato ad amare, a perdonare, a sperare e a pregare Dio.
«La chiamata alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità, dice il Concilio ecumenico Vaticano II, si rivolge a tutti quelli che credono in Cristo, quali che siano il loro stato o la loro forma di vita…Ognuno, secondo le proprie responsabilità, doni e compiti deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità» (Lumen Gentium, 40-41).
C’è un’unica vocazione: aprirsi all’amore di Dio e del prossimo (Mt 22, 37-40). La realizzazione è diversa. Tu cerca il tuo modo. Scopri come amare Dio, nelle circostanze spicciole della vita…«Gesù ha scelto per noi due vie differenti, dice Elisabetta ad un’amica fidanzata, ma l’obiettivo deve essere lo stesso. Oh, cerchiamo di essere tutte sue, amiamolo, Egli ci ama tanto» (L 36). Alla sua giovane sorella sposata, e ad una giovane suora carmelitana, pone esattamente la stessa domanda fondamentale: «Cara sorellina, conosci la tua ricchezza? Hai mai sondato l’abisso dell’Amore? […] Credi sempre all’Amore, al di là di tutto quello che passa» (P 93 e 106).
La tua piccolezza e la tua debolezza diverranno magnificenza se saprai camminare tenendo strettamente unite, mano nella mano, l’umiltà e la confidenza. Oggi, Elisabetta esalta l’Amore salvatore di Dio di cui avverte un grande bisogno. «E se cado ad ogni istante…» Anche lei vede l’abisso tra l’ideale e il quotidiano, e parla di «tutte le sue miserie». Esponendo la propria esistenza al Sole di Dio, scorge anche il pulviscolo. «Oh, se voi sapeste quanto sento che tutto in me è sozzura, tutto è miseria», scrive (L 271). «Si sente tanto piccola, tanto debole» (L 294) e «con le mani tanto vuote» (L 266). Nella malattia, impazienza, aggressività, scoraggiamento, tristezza, angoscia sono facili, ed Elisabetta dovrebbe esserne esente?
Ma la miseria non deve allontanare dal Misericordioso, anzi! «Mi sembra che l’anima più debole, anche la più colpevole, sia quella che ha più motivi di sperare […] possiede in se stessa un Salvatore che vuole ad ogni istante purificarla. […] Egli non ha forse detto: “Non sono venuto per giudicare, ma per salvare”?. Nulla deve sembrarle di ostacolo per andare a Lui» (L 249). «Ama la tua miseria, poiché è su di essa che Dio esercita la sua misericordia» (L 324).
Elisabetta ce lo spiega in questo dodicesimo «giorno». Attraverso la sua incarnazione e il mistero della nostra redenzione, «mistero» di «carità» e d’un «troppo grande amore», il Cristo ha collocato una specie di scala tra cielo e terra: Dio «discende», noi «risaliamo»; abbiamo «accesso» presso l’«Inaccessibile», che ci «ha resi santi della sua santità». Con la sua vita e la sua morte d’amore, il Crocifisso ha «cancellato il documento scritto (il decreto) di condanna che pesava su noi», come dice san Paolo. Ed eccoci «riconciliati», «rappacificati». E per il nostro «battesimo», «riempiti» della grazia redentrice e vivificante del Risorto.
Ciò che è vero come principio teologico, Elisabetta lo rende personale e lo attualizza consapevolmente sul piano concreto della crescita spirituale. Come reagisce di fronte alle sue cadute e alle sue miserie, riscontrate – secondo lei – «ad ogni istante»? «Nella fede tutta confidente», perfetta traduzione della «fede-pistis» di san Paolo, ella si farà «perdonare» e «rialzare» dal Cristo, «spinto» da un «immenso amore» e «dalla sua premura gelosa».
Ma «molto più» di un perdono puntuale delle colpe attuali, «l’opera di Cristo» guarisce in profondità: il Signore «spoglia» e «libera» da «tutto quello che ostacola l’azione divina», «abolisce» il peccato in noi e «trionfa» sulle nostre «potenze» ribelli. Elisabetta prende qui il termine paolino di «potenze» nel senso psicologico di potenze dell’anima. La sua anima sarà alla fine «tutta passata in Lui», trasformata. Sarà la Pasqua perfetta: «Mi seppellirà in Lui, mi farà rivivere con Lui, della sua vita». Il suo Sangue eucaristico, in un certo senso, mi «rende infinita », dice Elisabetta (UR 18).
Così il grande sogno di Elisabetta sofferente – e il tema centrale del suo Ritiro – stanno per realizzarsi pienamente: il «piccolo cielo» della sua anima sarà tutto «pacificato». Senza «uscirne» e «distratta» il meno possibile dal suo compito specifico, Elisabetta si offrirà affinché la sua anima «sia veramente il riposo dei Tre», la gioia degli «occhi del Padre», che vede vivere in lei il Figlio suo.
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
- «Verbum caro factum est et habitavit in nobis» [Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14)]. Dio aveva detto: «Siate santi perché io sono santo» [Lv 11,45], ma Egli restava nascosto nella sua inaccessibile luce e la creatura aveva bisogno che discendesse fino a Lei, che Egli vivesse della sua vita, affinché mettendo i suoi passi sulle orme lasciate dai suoi passi potesse giungere fino a Lui e farsi santa della sua santità. «Per loro consacro me stesso, perché anch’essi siano consacrati nella verità» [Gv 17,19].
Eccomi di fronte «al mistero nascosto da secoli e da generazioni», al «mistero che è il Cristo». «Per noi – dice san Paolo- speranza della gloria» [Col 1,26-27]! E aggiunge che gli è stata donata «l’intelligenza di questo mistero» [Ef 3,4]. È dunque dal grande Apostolo che mi faccio istruire per possedere questa scienza che, secondo la sua espressione, «sorpassa ogni altra scienza: la scienza della carità di Cristo Gesù» [Ef 3,19].
- Prima di tutto mi dice che Egli è «la mia pace» [Ef 2,14], che è «per Lui che ho accesso al Padre» [Ef 2,18], poiché è piaciuto a questo «Padre della luce» [Gc 1,17] «di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli…» [Col 1,19-20]. «Voi avete in lui parte alla sua pienezza, – prosegue l’Apostolo – sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti… Con lui Dio ha dato vita anche a voi, perdonando tutti i vostri peccati, annullando il documento scritto del vostro debito, le cui condizioni vi erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Privando della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo…» [Col 2,10. 12-15], «per rendervi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto»[Col 1,22].
- Ecco l’opera del Cristo di fronte ad ogni anima di buona volontà, ed è il lavoro che il suo immenso amore, il suo «troppo grande amore» [Ef 2,4], lo spinge realizzare in me. Vuole essere la mia pace perché niente possa distrarmi o farmi uscire dalla «fortezza inespugnabile del santo raccoglimento» [san Giovanni della Croce]. È qui che mi darà «accesso al Padre» e mi conserverà immobile e tranquilla alla sua presenza, come se già la mia anima fosse nell’eternità. Mediante il sangue della sua Croce pacificherà tutto nel mio piccolo cielo, perché esso sia veramente il riposo dei Tre. Mi riempirà di Lui, mi seppellirà in Lui, mi farà rivivere con Lui, della sua vita: «Mihi vivere Christus est» [Per me, vivere, è Cristo] (Fil 1,21)].
E se cado ad ogni istante, nella fede e con piena fiducia mi farò rialzare da Lui, e so che mi perdonerà, che cancellerà tutto con una premura gelosa, soprattutto, che mi «spoglierà», che mi «libererà» da tutte le mie miserie, da tutto quello che ostacola l’azione divina, e «che Egli attirerà a sé tutte le mie potenze», che le farà sue prigioniere, trionfando di esse in se stesso. Allora sarò tutta passata in Lui, e potrò dire: «Non vivo più io. Il mio Maestro vive in me» [vedere Gal 2,20]! E sarò «santa, immacolata, irreprensibile» agli occhi del Padre.
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



