Giunta alle ultime pagine della sua vita terrena, Elisabetta s’ispira volentieri all’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, con i suoi ampi squarci sulla vita futura e tutto il clima d’adorazione che ne deriva. Presto ella sarà davanti al trono di Dio, come ha tanto desiderato di essere già quaggiù, nel Cielo della sua anima.
Oggi, nell’esperienza della sofferenza e animata dalla sua volontà di lode, con san Giovanni, guarda i primi cristiani, che sovente erano dei martiri. Essi sono in Cielo. Conquistati dal Signore, sono passati per «la grande tribolazione» e gli «annientamenti del Cristo», sicuri che Egli avrebbe lavato i loro peccati con il Suo sangue. Non più sete, non più l’arsura della lotta: è la sazietà dopo la fame, la comunione dopo le lacrime. E la lode, notte e giorno, del Pastore-Salvatore!
Più ancora che ai martiri, Elisabetta guarda al «Crocifisso per amore». L’ha sempre guardato. «Un carmelitana è un’anima che ha guardato il Crocifisso…» (L 133). Egli ha tanto sofferto. Con amore. Per salvarci. La Croce, meglio, il Crocifisso è per lei un libro aperto. «Io ti consiglio di mettere da parte tutti i tuoi libri», scriveva a Guite, «prendi il tuo Crocifisso, guarda, ascolta» (L 93).
Il giorno della sua professione religiosa, aveva ricevuto il suo crocifisso «come un sigillo sul suo cuore» e con quanta «gioia» l’aveva guardato dicendo: «Finalmente Egli è tutto mio, ed io sono tutta sua, non ho altro che Lui, il mio Tutto». Ma nella stessa lettera lei riconosce anche che lo sguardo sul Crocifisso la sollecita a donarsi concretamente in ogni circostanza difficile: «Guardo il Crocifisso e quando vedo come Lui si è offerto in sacrificio per me, mi sembra che io non possa fare a meno di spendermi per Lui, di consumarmi, per rendergli un poco di quello che Egli mi ha donato!» (L 156).
Questo quinto «giorno», che a prima vista si presenta come una semplice meditazione su un passo dell’Apocalisse, è d’una densità autobiografica straordinaria. Sebbene circondata da una madre priora piena di attenzioni e dalle cure più delicate – inefficaci – delle sue consorelle, nella sua piccola camera dell’infermeria, la giovane morente passa «per la grande tribolazione», col suo corpo distrutto di cui, chi le è accanto, si chiede da mesi come riesca a resistere. In Cielo, «non ci sarà né fame né sete», ma sulla terra è la grande desolazione. «Vedi che studio il mio stomaco» scrive alla mamma, «e che faccio quello che posso per non lasciarlo morire di fame, e lo faccio per amore del buon Dio» (L 309). Qualche giorno prima della sua morte, mormorerà: «Non è bello, ma credo che la prima cosa che farò arrivando in Cielo, sarà di bere…».
Non si ferma alla sofferenza. Si rifugia nella «roccaforte» della preghiera e nel desiderio di «servire Dio giorno e notte nel suo tempio», nel santuario interiore della sua anima dove Dio dimora. Quando il dolore minaccia di abbatterla «non guarda i sentieri attraverso cui passa, fissa semplicemente il Pastore che la conduce». Lui sarà con lei, lei sarà con lui!
La sua piccola sorella Teresa di Lisieux aveva detto: «Amare è donare tutto, e donare se stessi». Così aveva amato la loro madre Teresa d’Avila, dal cuore ardente. Così aveva insegnato Gesù, con la sua parola e il suo esempio: «Non c’è amore più grande di questo: donare la propria vita per gli amici» (Gv 15,13). Elisabetta ama citare questa parola in relazione al Signore: «donare la vita per Colui che amiamo…». «È così bello donare quando si ama» (P 80), diceva.
Comunicando con Dio per mezzo della preghiera, è pure disposta a «far comunione» col Cristo nella sofferenza e nella morte, attraverso cui sta per passare, «risoluta a partecipare effettivamente [è lei che sottolinea] alla passione del suo Maestro». Sulla strada del Calvario, sarà la «regina» alla destra del suo «Re crocifisso, annientato, umiliato». Noblesse oblige! La sofferenza resta amara, ma l’amore le farà «superare» l’amarezza.
Forte Elisabetta! Ritroviamo in lei la giovane Catez, diciassettenne, che si stimava «felice e fiera di condividere il dolore del Cristo sul cammino del Calvario» (P 36), ripetendogli il suo sogno d’amore folle: «Aspiro a donarti la mia vita e condividere la tua agonia. Possa morire crocifissa» (P 34). Quando il sogno si fa realtà, la fierezza e la felicità dell’adolescente idealista non si vanificano. Nella prova suprema, ella è fedele al sogno della giovinezza. Ma «forte della Sua forza» (L 294), grazie a quella Mano che non lascerà mai.
Un altro grande motivo le dà forza e la sostiene sempre: la Chiesa, gli altri. Affinché altri ancora accolgano il Cristo! «Tutte le nostre preghiere, tutti i nostri sacrifici tendono a questo» (L 136)! «Per loro sacrifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» [Gv 17,19]. Facciamo interamente nostra questa parola del nostro Maestro adorato, sì, santifichiamoci per le anime, e poiché siamo tutti membra d’un solo corpo, nella misura in cui possederemo abbondantemente la vita divina, potremo trasfonderla nel corpo della Chiesa. Ci sono due parole che, per me, riassumono tutta la santità e tutto l’apostolato: Unione, Amore» (L 191). Elisabetta si considera «una salvata che deve salvare a sua volta, ma «con Gesù Cristo», nel Cristo totale, il solo mediatore che «vuole associare la sua sposa alla sua opera di redenzione».
Gesù era sempre attento alla volontà del Padre. Elisabetta entra profondamente in questo movimento del cuore di Cristo. Sa quanto il Padre «esulterà» di gioia quando in lei, «la sua figlia adottiva», riconoscerà il suo proprio Figlio. E con quale gioia l’accoglierà in Cielo, dove canterà la sua lode senza fine!
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
12. «Dopo ciò apparve una folla immensa, che nessuno poteva contare… Essi sono quelli che vengono dalla grande tribolazione: hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’ Agnello. Per questo si trovano davanti al trono di Dio e lo servono notte e giorno nel suo tempio. Colui che siede sul trono distenderà la sua tenda sopra di loro: non avranno più né fame né sete; non li colpirà più il sole né calore alcuno, poiché l’ Agnello che sta in mezzo al trono, li pascerà e condurrà alle sorgenti d’acqua viva; e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi…» [Ap 7,9. 14-17].
Tutti gli eletti che hanno la palma in mano [Ap 7,9], e sono immersi nella grande luce di Dio hanno dovuto passare prima per la «grande tribolazione», conoscere il dolore cantato dal salmista, «vasto come il mare» [Lam 2,13]. Prima di contemplare «a viso scoperto la gloria del Signore» [2 Cor 3,18], essi hanno partecipato agli annientamenti del suo Cristo; prima di essere «trasformati di gloria in gloria nell’immagine dell’Essere divino» [2 Cor 3,18], sono stati conformati a quella del Verbo incarnato, il Crocifisso per amore.13. L’anima che vuole servire Dio giorno e notte nel suo tempio, cioè il santuario interiore di cui parla san Paolo quando dice: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» [1 Cor 3,17]; quest’anima deve essere risoluta a partecipare effettivamente alla passione del suo Maestro. È una salvata che a sua volta deve salvare altre anime, e per questo canterà sulla lira: «Mi glorio nella Croce del Signore nostro Gesù Cristo [Gal 6,14]… Sono stata crocifissa con Cristo…» [Gal 2,19]. E ancora: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» [Col 1,24].
«La regina è alla tua destra» [Salmo 44,11]: così si deve comportare quest’anima; ella cammina sulla strada del Calvario alla destra del suo Re crocifisso, annientato, umiliato, ma sempre così forte, così calmo, così pieno di maestà, mentre va incontro alla sua passione «a lode e gloria della sua grazia», secondo l’espressione così forte di san Paolo [Ef 1,6]. Egli vuole associare la sua sposa alla sua opera redentrice, e questa via dolorosa in cui lei cammina, le appare come la strada della Beatitudine: non solamente perché vi conduce, ma perché il Maestro santo le fa comprendere che deve oltrepassare quello che c’è di amaro nella sofferenza per trovarvi, come Lui, il suo riposo.14. Allora può servire Dio «giorno e notte nel suo tempio»! Le prove esteriori e interiori non possono farla uscire dalla santa fortezza dove il Maestro l’ha rinchiusa. Essa non ha più «né fame né sete» poiché malgrado il suo desiderio consumante della beatitudine, si sazia di questo cibo che fu quello del suo Maestro: «la volontà del Padre» [Gv 4, 32-34]. «Non sente più il sole cadere su di lei», cioè non prova più dolore nella sofferenza.
Allora l’Agnello può «condurla alle sorgenti della vita», là dove vuole, come vuole, perché lei non guarda i sentieri attraverso cui passa, ma fissa semplicemente il Pastore che la conduce [Salmo 22, 3-4]. Dio chinandosi su quest’anima, sua figlia adottiva, così conforme all’immagine del Figlio «primogenito tra tutte le creature» [Col 1,15; Rm 8,29], la riconosce per una di quelle che Egli ha «predestinate, chiamate, giustificate» [Rm 8,30] e si commuove nelle sue viscere di Padre pensando di portare a termine la sua opera, cioè di «glorificarla» [Gv 17,4] trasferendola nel suo regno per cantare nei secoli senza fine «la lode della sua gloria» [Ef 1,12].(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)



