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Ora Teresa inizia a dare le prime istruzioni al principiante. Nell’epigrafe stessa del secondo capitolo gli anticipa a grandi linee il profilo di questa prima tappa. Con tre tratti:

  • attenzione al peccato, che minaccia di rovinare il castello;
  • approfondirsi nella conoscenza di sé, per esercitarsi nell’umiltà:
  • ora sì, alzare lo sguardo e osservare dentro di sé il vasto scenario del castello interiore.

Comincia così: «Prima di andare avanti, vi prego di considerare come si trasformi questo castello meraviglioso e risplendente, questa perla orientale, quest’albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita che è Dio, quando si imbratti di peccato mortale. Non vi sono tenebre così dense, né cose tanto te-tre e buie, che non ne siano superate e di molto». Diciamolo subito. Il mistico possiede uno sguardo lucido sul mistero del male. Una mistica tanto ottimista e illuminata come Teresa, ha una visione cupa del peccato. La accompagna la sua co-scienza di peccatrice: si sa e si dice peccatrice convertita.

Nel male del peccato, Teresa sottolinea l’aspetto etico: il disordine che introduce nell’uomo, nella struttura interiore del castello. Ma molto più di questo aspetto etico, le interessa evidenziare la dimensione teologale: all’interno del castello, il peccato mortale frustra sensibilmente la relazione dell’uomo con Dio. È il fallimento del progetto primordiale di Dio per ciascun uomo, che consisteva nella chiamata radicale alla comunione con Lui… È come se l’anima abbandonasse sé stessa, obbligata ad abbandonare il proprio castello in un gesto di alienazione, per vivere nell’ «al di fuori» o nel fosso, assillata dai rettili velenosi. Al contrario, a chi il peccato non riesce a far abbandonare il castello, questi è Dio. Dio continua ad abitarlo. Ma «il Sole che le infondeva tanta bellezza e splendore è come se più non vi sia, perché, pur rimanendo ancora nel suo centro, l’anima tuttavia non ne partecipa più», e questo nonostante «conservi sempre la capacità di goderlo, come il cristallo di risplendere nel sole».

Una pennellata autobiografica

Per la prima volta appare questa misteriosa «persona» anonima che accompagnerà il lettore fino all’ultima mansione. La persona col volto coperto dall’anonimato è la stessa Teresa. Ricorrerà a questo artificio tutte le volte che deve introdurre nell’esposizione un particolare della sua autobiografia: le sue esperienze forti, l’esperienza mistica di Dio, della grazia, del mistero del male. Questa volta si tratta di un’esperienza importante. Porre il lettore a contatto con questa esperienza viva, serve a riprendere la teoria che precede, e a comunicagli quel turbamento interiore che ebbe Teresa quando le si mostrò «lo stato di un’anima quando commette peccato mortale», e che le si ripete quando lo racconta. «Secondo quella persona, sarebbe impossibile, comprendendolo bene, che alcuno potesse ancora peccare, anche se per fuggirne le occasioni dovesse soffrire i maggiori tormenti immaginabili». Questa esperienza, l’aveva già riferita in una brevissima Relazione scritta sei anni prima, intorno al 1571. Allora, le due situazioni estreme – grazia e peccato – le erano state «mostrate» così: l’anima in grazia è abitata dalla Trinità, «dalla cui compagnia derivava all’anima un tal potere che la poneva al di sopra di tutta la terra». Con il peccato, invece, l’anima rimane «completamente impotente, come una persona del tutto schiava e legata, con gli occhi bendati e in una grande oscurità» (R 24). Anche allora, con un’identica carica emotiva, esclama: «Ebbi tanta compassione per le anime in questo stato che pur di liberarne una sola, mi parrebbe leggero qualsiasi sacrificio. Forse non mi so spiegare bene; ma mi pare che se ciò s’intendesse, come io l’ho inteso, non sarebbe possibile che un’anima sia disposta a perdere tanto bene per stare tanto male». Teresa ricorderà e rivivrà questa incisiva esperienza del male quando giungerà all’ultima mansione del castello, e di nuovo inculcherà nel lettore questi concetti e lo stesso turbamento: «Come mi pare di aver detto nella prima mansione, riferendomi a ciò che ne aveva inteso una certa persona, queste anime sventurate si trovano come in una oscura prigione […] Compatiamole a ragione, pensando che anche noi ci siamo forse trovate nelle medesime condizioni, e che Dio può aver misericordia anche di loro» (7 M 1, 3). Tanta insistenza dimostra che per la Santa non si tratta di un fatto secondario o marginale. Ma di un qualcosa di importante per il lettore, specialmente per il principiante. Perché? Sempre, quando Teresa tocca il tema del male – concretamene «il male del peccato nell’uomo» – avverte questa scossa che la turba. Nel Cammino di perfezione non riesce a commentare la richiesta «ma liberaci dal male» senza prorompere in un autentico grido, tanto patetico che uno dei censori le farà strappare questa pagina. Lo stesso nelle Esclamazioni: meditando il versetto del salmo «Dolori di morte mi circondarono», sente il bisogno di prorompere in un «Ahi, ahi, ahi, che gran male è il peccato» (E 10). Ma il suo turbamento più forte si trova in Vita, quando riferisce la visione del sommo male che è l’inferno: «rimasi spaventatissima e lo sono tuttora mentre scrivo, benché siano passati già quasi sei anni, tanto da sentirmi agghiacciare dal terrore qui stesso dove sono» (Vita 32, 4). Si tratta di una visione antiquata e pessimista del peccato? Teresa sarebbe un’ultima testimone del cristianesimo medievale e dell’immaginario dantesco della Divina Commedia? Sono interrogativi che sorgono spontanei nel lettore di oggi. Sottoposto al sistematico indebolimento del senso del peccato che affligge i credenti della nostra generazione, è possibile che gli risulti incomprensibile l’aspetto più sottolineato da Teresa: questa sua valutazione tipicamente cristiana del peccato, la sua implicazione teologale, trinitaria e cristologica, e non solo per quello che comporta in termini di disordine etico disumanizzante. In ogni caso, è certo che introducendo il principiante nella prima fase della vita spirituale, Teresa ha deciso di presentargli due situazioni limite: da un lato, la somma dignità dell’uomo, bellezza del castello inondato dalla grazia; dall’altro, l’estremo abbrutimento che il peccato provoca nel castello: «non esistono tenebre più oscure». Nella pedagogia di Teresa c’è un filone che lei vuole sfruttare a fondo: è il senso del rischio, però del rischio profondo nella linea delle parabole evangeliche della vigilanza. Chi perde il senso del peccato, perde anche questo senso del rischio. E senza questo, perderà il senso della realtà, perderà la strada, non giungerà alle mansioni finali. No. Non si tratta di seminare il terrore. Ma di un «grandissimo timore di offendere» il Signore del castello. «Quella persona diceva inoltre di aver ricavato due vantaggi dalla grazia di cui Dio l’aveva favorita; anzitutto, un timore grandissimo di offenderlo, per cui alla vista di così gravi danni continuava a pregarlo di non lasciarla cadere». E questo senso di orientamento, frutto della sua esperienza, che lei vuole comunicare nell’animo del principiante.

«Conosci te stesso» è il tema affrontato nella seconda parte del capitolo. «Conoscere se stessi» sarà l’impegno specifico di questa prima mansione. Qualcosa come «il quotidiano» della vita che si svolge all’interno del castello. Non sarà un qualcosa di limitato e riservato a questo primo passo del processo. Lo si dovrà mantenere costantemente attivo fino all’ultima fase della settima mansione: «Perfino le stesse anime ammesse da Dio nel suo medesimo appartamento, nonostante siano giunte tanto in alto» non devono mai trascurare la conoscenza di sé. Perché è proprio dell’umiltà fabbricare, come ape nell’alveare, quel miele, senza del quale tutto è perduto». Allora sorge spontaneamente la domanda: in cosa consiste questa conoscenza di sé che Teresa propone come programma al principiante? Non lo porterebbe verso l’antico consiglio pagano di Socrate «conosci te stesso»? È vero: questa evocazione del grande filosofo greco viene spontanea. Egli non solo aveva accettato la prescrizione pragmatica dell’oracolo di Delfi: «conosciti!», ma le aveva dato una profonda interpretazione, vicina al vangelo di Gesù. Ad uno dei suoi discepoli prediletti, il giovane Alcibiade, Socrate spiega che per conoscere sé stessi non basta conoscere il proprio corpo, ma deve conoscere l’anima di Alcibiade. E non giungerà a conoscere la sua anima, se non conosce quella piccola scintilla di divinità che c’è in essa. Teresa, pur non essendo una discepola di Socrate, procede nella stessa direzione. Solo che lo fa a partire dalla sua esperienza interiore, specificamente cristiana. In primo luogo Teresa propone al principiante il simbolo del «castello interiore», perché si renda conto della dignità e della bellezza della propria anima. Non solo è fatta ad immagine di Dio, ma è addirittura capace di contenerlo. Il principiante non conoscerà sé stesso se non si sa abitato da Lui. L’uomo non è solo una scintilla di divinità: è Dio stesso che sta lì in lui.  Ma a volte, l’uomo è capace di rinnegare sé stesso, capace di introdurre il male nel castello, ricoprirlo di pece, brutture e tenebre. Non si conosce se stessi se si ignora questa seconda dimensione del proprio essere: grandezza e miseria in contrappunto tra loro.  Il rischio fatale che corre è di vedere solo questo lato oscuro di sé stesso. Inesorabilmente incorre in esso, ogni volta che la conoscenza di sé si chiude sull’orizzonte della propria storia, distaccandola da Dio. Raggiungerà una conoscenza di sé «basso» e avvilente, spaventoso e frustrante. Si deve puntare più in alto: «Puntare lo sguardo al centro [del castello], dove è situato l’appartamento del Re…Insomma credetemi: lavoreremo assai più virtuosamente con l’aiuto di Dio, che col rimanere attaccate alla nostra terra». Vale a dire, la conoscenza di sé stessi che lei propone è un atto religioso di orazione, capace di abbracciare in un sol sguardo il proprio castello e quel Dio che lo abita e gli dà dignità. E questo, perché: «Non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra bassezza; e considerando la sua umiltà, vedremo quanto siamo lontani dall’essere umili». II grande vantaggio di questo modo di conoscere sé stessi alla luce di Dio è «che la nostra intelligenza e volontà si rendono più nobili e disposte al bene, trattando a volte di sé con Dio. Se dal fango della nostra miseria non ci sollevassimo mai, ne risulterebbero molti inconvenienti… Ora sì che il principiante è pronto a penetrare nel simbolo dell’anima-castello, senza sminuire né limitarne il simbolismo. Non pensi di stare in un castello angusto o monotono. «Non dovete figurarvi queste mansioni le une dopo le altre, come una fuga di stanze… Le cose dell’anima si devono sempre considerare con ampiezza, estensione e magnificenza…; perché la capacità dell’anima sorpassa ogni umana immaginazione». «Non si deve pensare che gli appartamenti siano pochi: ve ne sono a milioni». L’ultima pennellata di questo quadro di luce è vivace «Importa molto che un’anima di orazione, a qualunque grado sia giunta, sia lasciata libera di circolare come vuole, in alto, in basso, e ai lati, senza rincantucciarla o restringerla in una sola stanza».

Senso della propria dignità, senso di Dio e senso del peccato sono state le indicazioni fondamentali. In base ad esse comincia a configurarsi la vita nuova di chi, attraverso la porta dell’orazione, entra nel castello dell’anima. Ora, nella parte finale del capitolo, Teresa offre al principiante una serie di consigli pratici:

– Innanzitutto, «Tieni gli occhi su Cristo, nostro bene». È un postulato di pedagogia spirituale. Già all’inizio del Cammino di perfezione, lo aveva formulato così: «gli occhi sul vostro Sposo»: è Lui che vi deve mantenere». Lo ripeterà nell’ultima mansione: «Tenete gli occhi sul Crocifisso, e vi diverrà facile ogni cosa». Si tratta della quintessenza del suo vangelo. Era stata una delle sue esperienze cristologiche primarie, da lei fissate nel Libro della Vita. Il Signore le aveva detto «che tenessi gli occhi su quello che Lui aveva patito, e tutto mi sarebbe diventato facile».

  • .. «affidarsi all’intercessione della sua Madre benedetta». E questo, per una ragione molto semplice: la vita in queste prime mansioni non è idilliaca; si impone la lotta. Chi comincia, inoltre «ha poca forza per difendersi». È necessario ricorrere «a Sua Maestà…, alla Vergine…, ai suoi santi».
  • Essere ben coscienti della situazione precaria in cui ci si trova all’inizio. Sono molte le anime che entrano nel castello, ma siccome «sono ancora prese dal mondo, piene dei suoi desideri e dissipate nei suoi onori e ambizioni, i loro vassalli (che sono i sensi e le potenze) non hanno forza, e facilmente queste anime vengono vinte, anche se procedono con i migliori desideri di non offendere Dio e compiono opere buone». Insiste in questa situazione di lotta e nella povertà dei mezzi a disposizione: «Quanto alla luce che si diffonde dal palazzo reale, dovete notare che le prime mansioni ne ricevono assai poca. Benché non siano nere e tenebrose come quando l’anima è in peccato, tuttavia sono alquanto in penombra, e non possono essere vedute neppure da coloro che le abitano…, perché le molte cose nocive, serpenti, vipere ed animali velenosi che sono entrati con lei, le impediscono di avvertire la luce». Se aspira a penetrare nelle seconde mansioni le conviene lasciar perdere «cure ed affari che non siano indispensabili, ciascuno in conformità al suo stato». Deve possedere tempra e spirito combattivo: «Guardate che sono poche le mansioni del castello in cui non vi sia da combattere con il demonio». La traversata non è per spiriti mediocri o fiacchi: è richiesto un costante stato di allerta, perché il nemico si trasfigura «in angelo di luce», per ingannare meglio. «È come una lima sorda»: non bisogna lasciarsi sorprendere.
  • Ed infine, è necessario, fin dal principio, rivolgere lo sguardo allo scopo ideale del cammino ed avere idee chiare sulla santità, meta finale del castello: «Persuadiamoci, figliuole mie, che la vera perfezione consiste nell’amore di Dio e del prossimo. Quanto più esattamente osserveremo questi due precetti, tanto più saremo perfette.

Ecco, allora, il manuale del principiante.

P.T. Alvarez cfr “Guida all’interno del Castello”

 

Il testo di Teresa 1M1,2

1 – Prima di andare innanzi, vi prego di considerare come si trasformi questo castello meraviglioso e risplendente, questa perla orientale, quest’albero di vita piantato nelle stesse acque vive della vita che è Dio, quando s’imbratti di peccato mortale.

Non vi sono tenebre così dense, né cose tanto tetre e buie, che non ne siano superate e di molto. Il Sole che gli compartiva tanta bellezza e splendore è come se più non vi sia, perché, pur rimanendo ancora nel suo centro, l’anima tuttavia non ne partecipa più.

Conserva sempre la capacità di goderlo, come il cristallo di riflettere i raggi, ma intanto non vi è più nulla che le sia di merito; e finché dura in quello stato, non le giovano a nulla per l’acquisto della gloria neppure le sue buone opere, perché, non procedendo esse da quel principio per cui la nostra virtù è virtù – voglio dire da Dio, da cui, anzi, si allontanano – non gli possono essere accette.

Infatti, chi commette un peccato mortale intende di contentare,non Dio, ma il demonio; e siccome il demonio non è che tenebra, la povera anima si fa tenebra con lui.

2 – So di una persona (Parla di se stessa, Ndr) a cui il Signore volle far vedere lo stato di un’anima in peccato mortale.

Secondo lei, sarebbe impossibile, comprendendolo bene, che alcuno potesse ancora peccare, anche se per fuggirne le occasioni dovesse soffrire i maggiori tormenti immaginabili.

Da ciò le venne un ardentissimo desiderio che tutti se ne persuadessero. E io ora vi scongiuro, figliuole, di pregar molto il Signore per coloro che si trovano in questo stato, trasformati in una stessa tenebra con le loro opere.

Come da una fonte limpidissima non sgorgano che limpidi ruscelli, così di un’anima in grazia: le sue opere riescono assai grate agli occhi di Dio e degli uomini, perché procedenti da quella fonte di vita nella quale essa è piantata come un albero, e fuor dalla quale non avrebbe né freschezza né fecondità. Quell’acqua la conserva, impedisce che inaridisca e le ottiene frutti saporosi, ma se l’anima l’abbandona di sua colpa per mettersi in un’altra dalle acque sudicie e fetenti, non sgorgherebbe da lei che la stessa abominevole sporcizia.

3 – Si deve intanto considerare che la fonte, o, a meglio dire, il Sole splendente che sta nel centro dell’anima, non perde per questo il suo splendore né la sua bellezza. Continua a star nell’anima, e non vi è nulla che lo possa scolorire. Supponete un cristallo esposto ai raggi del sole, ravvolto in un panno molto nero: il sole dardeggerà sulla stoffa, ma il cristallo non ne verrà illuminato.

4 – Anime redente dal sangue di Gesù Cristo, aprite gli occhi e abbiate pietà di voi stesse! Com’è possibile che, persuase di questa verità, non procuriate di togliere la pece che copre il vostro cristallo? Se la morte vi sorprende in questo stato, quella luce non la godrete mai più!…

O Gesù! … Che orrore vedere un’anima priva di questo lume! Come rimangono le povere stanze del castello!

Che turbamento s’impossessa dei sensi che ne sono gli abitanti!

In che stato di accecamento e mal governo cadono, le potenze che ne sono le guardie, i maggiordomi e gli scalchi!

Ma siccome l’albero è piantato nella stessa terra del demonio, che altro ne può venire?

5 – Udii una volta una persona spirituale meravigliarsi non tanto di ciò che faccia un’anima in peccato mortale, quanto di ciò che non faccia.

Ci liberi Iddio, nella sua misericordia, da male così funesto, il solo che quaggiù possa meritare questo nome, degno di castighi che non avranno mai fine.

In ciò, figliuole mie, dobbiamo esser sempre timorose, né mai desistere dal pregare Iddio di liberarcene, perché se Egli non custodisce la città, invano lavoriamo noi, che siamo il nulla medesimo.

Quella persona inoltre diceva di aver ricavato due vantaggi dalla grazia di cui Dio l’aveva favorita: anzitutto, un timore grandissimo di offenderlo, per cui alla vista di così gravi danni continuava a pregarlo di non lasciarla cadere; e, in secondo luogo, uno specchio di umiltà, nel quale vedeva che il principio del bene che facciamo non procede da noi, ma dal fonte nel quale l’albero dell’anima è piantato, e dal Sole che feconda le nostre buone opere.

Questa verità, aggiungeva, le era apparsa così chiara, che quando faceva o vedeva qualche opera buona, pensava subito a Colui che ne era il principio, persuasa che senza il suo aiuto non si possa proprio far nulla. Indi si levava a dar grazie al Signore, scordando quasi sempre se stessa quando le avveniva di far qualche cosa di buono.

6 – Non sarebbe perduto, sorelle, il tempo trascorso, io a vergare questo scritto e voi a leggerlo, se pur noi vi ricavassimo questi due vantaggi. E se il Signore permette che simili paragoni giungano a nostra cognizione, può essere perché siano d’aiuto non tanto per i dotti e gli esperti che già sanno ogni cosa, ma piuttosto per noi donne, che nella nostra ignoranza abbiamo bisogno di tutto.

Ci conceda Iddio nella sua bontà di cavarne profitto!

7 – Queste cose interiori sono di così difficile intelligenza che una persona ignorante come me, prima di dirne una parola giusta, ne deve dire, necessariamente, molte di inutili e d’inopportune.

Ci vorrà pazienza per leggermi, come ne occorre a me per scriver di ciò che ignoro. Alle volte mi avviene di prender in mano la penna come un idiota, senza sapere cosa dire, né da dove cominciare. Tuttavia, farò del mio meglio per spiegarvi certe cose interiori, che credo vi saranno utili.

Benché ci parlino spesso dell’eccellenza dell’orazione che le nostre Costituzioni ci impongono per varie ore, però non ci spiegano quello che vi possiamo fare, e poco ci dicono dei fatti soprannaturali che Dio opera nell’anima, mentre parlandone e spiegandoli in diverse maniere, se ne avrebbe del gran conforto, grazie alla considerazione di questo celeste ed interiore edificio che i mortali conoscono così poco, benché molti vi si trovino.

In altri libri da me scritti, il Signore ne ha già dato qualche lume, ma certe cose, specialmente più difficili, io non le ho mai intese così bene come ora. I1 male è che per giungere a spiegarle, dovrò ripeterne una quantità di conosciute: con una intelligenza così rozza come la mia, non se ne può proprio fare a meno.

8 – Ritorniamo dunque al nostro castello e alle sue molte mansioni.Non dovete figurarvi queste mansioni le une dopo le altre, come una fuga di stanze.

Portate il vostro sguardo al centro, dove è situato l’appartamento o il palazzo del Re.

Egli vi abita come in una palmista, (palma tipica dell’Andalusia, Ndr) di cui non si può prendere il buono se non togliendo le molte foglie che lo coprono. Così qui: intorno e al di sopra della stanza centrale, ve ne sono molte altre, illuminate in ogni parte dal Sole che risiede nel mezzo. Le cose dell’anima si devono sempre considerare con ampiezza, estensione e magnificenza, senza paura di esagerare, perché la capacità dell’anima sorpassa ogni umana immaginazione.

Importa molto che un’anima di orazione, a qualunque grado sia giunta, sia lasciata libera di circolare come vuole, in alto, in basso, e ai lati, senza incantucciarla e restringerla in una sola stanza.

Poiché Dio l’ha fatta così grande, non obblighiamola a rimaner a lungo nello stesso posto, sia pure nel proprio conoscimento.

Oh, il proprio conoscimento! Intendetemi bene figliuole!

Esso è tanto necessario che le stesse anime ammesse da Dio nel suo medesimo appartamento non devono mai trascurarlo, nonostante siano giunte tanto in alto.

Del resto, non potrebbero trascurarlo neppure volendolo, perché è proprio dell’umiltà fabbricare, come ape nell’alveare, quel miele, senza del quale tutto è perduto.

Ma come l’ape non lascia di uscire a succhiare i fiori, così l’anima, la quale, pur addestrandosi nel proprio conoscimento, deve di tanto in tanto innalzarsi a considerare la grandezza e la maestà di Dio.

In ciò scoprirà la propria miseria meglio che rimanendo in se stessa, e sarà meno infastidita dagli animaletti immondi che entrano nelle prime stanze, dove ci si esercita nel proprio conoscimento.

Tuttavia, è sempre una grande grazia di Dio saperci in esso esercitare, benché, come suol dirsi, vi si possa mancare per eccesso o per difetto. Insomma credetemi: lavoreremo assai più virtuosamente con l’aiuto di Dio, che non col rimanere attaccate alla nostra miseria.

9 – Non so se mi spiego bene. È tanto importante conoscerci, che in ciò non vorrei vi rilassaste, neppure se foste già arrivate ai più alti cieli, perché mentre siamo sulla terra, non c’è cosa più necessaria dell’umiltà.

Torno dunque a ripetere che è assai utile, – anzi, utile in modo assoluto – che prima di volare alle altre mansioni, si entri in quelle del proprio conoscimento, che sono le vie per andare a quelle. Ora, se possiamo camminare sopra un terreno piano e sicuro, perché voler ali per volare? Facciamo piuttosto del nostro meglio per approfondirci in questa nostra conoscenza.

Ma credo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria; considerando la sua purezza riconosceremo la nostra sozzura; e innanzi alla sua umiltà vedremo quanto ne siamo lontani.

10 – Vi sono in ciò due vantaggi: primo, perché una cosa bianca messa vicina a una nera appare più bianca, come una nera messa vicino a una bianca; e in secondo luogo, perché la nostra intelligenza e volontà, portate ora su Dio e ora su di noi, si rendono più nobili e più disposte al bene. Se dal fango della nostra miseria non ci sollevassimo mai, ne risulterebbero molti inconvenienti.

Di coloro che sono in peccato mortale abbiamo detto che nero ed immondo è tutto quello che da essi proviene.

Così nel caso nostro, quantunque – Dio ce ne liberi! – non nel medesimo modo, non trattandosi in fondo che di un semplice paragone.

È un fatto, però, che mantenendoci di continuo nella ignominia della nostra terra, le nostre correnti possono intorbidirsi a contatto con il fango del timore, della pusillanimità, della codardia e dei pensieri come questi: ” Mi guardano o non mi guardano? Che mi avverrà camminando per questa via? Sarà per superbia se ardirò cominciare quest’opera? È bene che una miserabile come me si eserciti in cose così sublimi come l’orazione? Non mi riterranno forse migliore, se non cammino per la strada comune? E dato che le esagerazioni non sono mai buone, neppure in fatto di virtù, non verrò forse io, povera peccatrice, a cadere da più grande altezza, senza più coraggio di muovere un passo? Non sarò forse di danno ai buoni? Oh, no, una persona come me, non è fatta per le singolarità! ” .

11 – Ohimè, figliuole mie, quante anime il demonio deve rovinare per questa strada, facendo loro credere che tutto ciò sia per sentimento di umiltà! E quante altre cose potrei dire, provenienti dall’insistere troppo sul proprio conoscimento!

Finisce col far deviare, e io non mi stupisco. Se non usciamo mai da noi stesse, ne può venire questo e peggio ancora. Perciò, figliuole, fissiamo gli occhi in Cristo nostro bene e nei suoi santi, e vi impareremo la vera umiltà. Allora la nostra intelligenza si renderà più esperta, e la conoscenza di noi stessi cesserà dal renderci imbelli e codardi.

Questa mansione, benché sia la prima, è così eccellente e preziosa che se l’anima sa sottrarsi agli animali che l’ingombrano, non lascerà di andare innanzi. L’esperienza che ho di queste prime mansioni mi permette di descriverle, e so che terribili ed astute sono le insidie del demonio per impedire che le anime conoscano se stesse e la strada per cui camminano.

12 – Non si deve dunque pensare che gli appartamenti siano pochi: ve ne sono a milioni.

Le anime vi entrano in molti modi, e tutte con buona intenzione. Ma siccome il demonio è maligno, deve aver appostato in ogni stanza legioni di suoi pari, per impedire che passino da una mansione all’altra, e così le poverette, che ne sono ignare, si trovano impigliate in mille lacci: ciò non avviene tanto facilmente a quelle che sono più vicine all’appartamento reale.

Queste, invece, essendo ancora fra le cose del mondo, ingolfate nei suoi piaceri e perdute dietro agli onori e alle ambizioni, si lasciano vincere facilmente, perché i loro vassalli, che sono i sensi e le potenze, si trovano destituiti di quella forza che in origine avevano da Dio ricevuta.

Ciò nonostante desiderano di non offendere il Signore, e fanno qualche opera buona.

Coloro che si trovano in questo stato devono far di tutto per ricorrere spesso al Signore, e non avendo vassalli capaci di difenderli, prendere per intercessori la benedetta Madre di Dio e i suoi santi, perché combattano per loro.

Del resto, non c’è stato in cui non si abbia bisogno dell’aiuto di Dio. Ed Egli si degni di accordarcelo per la sua infinita misericordia! Amen.

13 – Com’è miserabile questa vita!…Avendovi già parlato altrove e lungamente del danno di non ben conoscere ciò che riguarda l’umiltà e il proprio conoscimento, non m’indugio di più, benché l’argomento sia molto importante. Piaccia a Dio che vi abbia detto qualche cosa di utile!

14 – Quanto alla luce che si diffonde dal palazzo reale, dovete avvertire che le prime mansioni ne ricevono assai poca.

Benché non siano nere e tenebrose come quando l’anima è in peccato, tuttavia sono alquanto in penombra, e non possono essere vedute neppure da coloro che le abitano, non per difetto dell’appartamento, ma per ragione delle molte cose nocive, serpenti, vipere e animali velenosi che, essendosi introdotti con l’anima, le impediscono di avvertire la luce.

Non so come spiegarmi, ma è come se uno entra in una stanza inondata di sole con gli occhi così impiastricciati di fango da non poterli quasi dischiudere.

La sala è illuminata, ma egli non ne gode la chiarezza a causa di quel suo impedimento o, nel caso nostro, per le bestie e i serpenti che l’accecano in tal modo da non permettergli di vedere altro che loro. Così mi pare che debba essere dell’anima, la quale, benché non sia in cattivo stato, tuttavia è così immersa nelle cose del mondo, così ingolfata negli affari, nei traffici e negli onori, da sentirsi impedita di considerare se stessa e di godere come vorrebbe della sua propria bellezza, sembrandole, per di più, che da tanti impedimenti non sappia liberarsi.

Eppure per entrare nelle seconde mansioni bisogna che si disbrighi da tutte le cure ed affari che non siano indispensabili, sia pure in conformità al suo stato.

Ciò è di tanta importanza che se non comincia subito a farlo, non solo non arriverà alla mansione principale, ma sarà pure impossibile che, senza grande pericolo, rimanga nella mansione che occupa, benché già nel castello: fra tante bestie velenose è impossibile che una volta o l’altra non ne venga morsicata.

15 – Noi infelici, figliuole, se dopo esserci affrancate da questi ostacoli, e avanzate di molto verso le mansioni più segrete, dovessimo uscirne per nostra colpa e gettarci ancora nella confusione!

È per i nostri peccati se molte anime, dopo aver ricevuto tante grazie, le lasciano miseramente perire per loro colpa. Esteriormente noi siamo libere. Piaccia a Dio che lo siamo pure interiormente! Altrimenti, ci liberi Lui!

Figliuole mie, non immischiatevi mai negli affari altrui. Pensate che poche sono le mansioni del castello in cui non vi sia da combattere con il demonio.

È vero che in alcune le potenze, che, come ho detto, ne sono le guardie, hanno forza sufficiente per resistere, ma dobbiamo star molto attente per scoprire le insidie del demonio ed evitare che ci inganni col trasformarsi in angelo di luce, perché ci può danneggiare in moltissime maniere, insinuandosi a poco a poco, in modo da non lasciarci accorgere del male se non dopo avercelo fatto.

16 – Altre volte vi ho detto che il demonio è come una lima sorda che bisogna sorprendere fin dal principio, e per farvelo meglio conoscere voglio ora aggiungere qualche altra cosa.

Ispira egli a una sorella desideri così violenti di penitenza, da farle credere di non aver riposo se non allora che si sta martoriando. Fin qui nulla di male.

Ma ecco che la Priora le ordina di non fare penitenza senza suo permesso. Il demonio allora le fa credere che in cosa tanto buona può prendersi qualche libertà! Ed ella si macera in segreto fino a rovinarsi la salute e a non poter più seguire la Regola.

Ecco dove va a finire quel fervore!…

Ispira a un’altra sentimenti di zelo per una più alta perfezione. Anche qui nulla di meglio.

Ma ne può venire che costei scorga gravi mancanze in ogni minimo difetto delle consorelle, e si ponga ad osservare se ne commettono per poi avvisarne la Priora.

Può intanto avvenire che per meglio zelare l’osservanza religiosa, non si accorga delle sue trasgressioni, per cui le altre, che non sanno nulla delle sue intenzioni, vedendo la cura che si prende per ciò che non la riguarda, possono aversela a male.

17 – Ciò che qui il demonio pretende non è certo da poco. Suo scopo è di raffreddare la carità e l’amore vicendevole, il che è assai grave. Persuadiamoci, figliuole mie, che la vera perfezione consiste nell’amore di Dio e del prossimo.

Quanto più esattamente osserveremo questi due precetti; tanto più saremo perfette: le nostre Regole e Costituzioni non sono infine che il mezzo per meglio osservarli.

Lasciamo da parte questi zeli indiscreti che ci possono essere assai dannosi, e ognuna attenda a se stessa.

Siccome di questo argomento ho già parlato a lungo in altro luogo, non voglio oltre dilungarmi.

18 – È tanta l’importanza dell’amore vicendevole che non dovreste mai dimenticarvene. L’andare osservando certe piccolezze – che alle volte non sono neppure imperfezioni, ma che la nostra ignoranza ci fa vedere assai gravi – nuoce alla pace dell’anima e inquieta le sorelle. Sarebbe una perfezione che costa assai caro!

Il demonio potrebbe far nascere questa tentazione anche in riguardo alla Priora, e sarebbe più pericolosa. Tuttavia bisogna agire con prudenza, perché se si tratta di cose contro la Regola e le Costituzioni, non si deve sempre passar sopra, ma avvisarla, e se non si corregge, darne conto al Superiore.

E questa è carità. Altrettanto si dica delle sorelle in cose di qualche importanza. Lasciarle passare per paura che sia tentazione, sarebbe la stessa tentazione.

Però, dovete star bene in guardia a non lasciarvi ingannare dal demonio con parlare di queste cose le une con le altre. Il maligno ne potrebbe molto guadagnare, introducendo l’abitudine alla mormorazione.

Se ne parli soltanto con chi può mettervi rimedio. Qui, grazie a Dio, il pericolo non è tanto da temersi, per il silenzio quasi continuo che si osserva. È bene però che si stia sempre sull’attenti!…


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