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Mistica, ma figlia del suo secolo, Teresa non intende la vita cristiana come un idillio, ma come una battaglia. Già nel Cammino di perfezione aveva detto alle sorelle: non siamo venute «a dilettarci per Cristo, ma a morire con Cristo». Più che «giardino chiuso» come quello del Cantico biblico, ogni Carmelo è un «castello assediato». Per questo, il suo «castello interiore» non assomiglia per nulla ai castelli incantati. È un simbolo allo stesso tempo ideale e reale. Di significato poliedrico: simbolo dell’interiorità dell’uomo; della lotta per realizzarsi; e della sua chiamata alla trascendenza. Questi tre piani — interiorità, lotta c comunione con Dio — si intrecciano e sovrappongono. Con le prime mansioni, Teresa introduce il lettore nella propria interiorità, lo chiama al di dentro di se stesso, insiste perché prenda coscienza della sua dimensione spirituale che lei chiama anima. Come Socrate gli ripete il consiglio del «conosci te stesso». Ma per addentrarsi nel «castello» non basta conoscersi: deve entrare. O meglio «entrarsi». Arrivano le seconde mansioni: per rimanerci dentro occorre lottare. «Guerra accanita» recita il titolo. Scatenata su due fronti di guerra: — il primo, la lotta propria di queste seconde mansioni: Teresa è convinta che il principiante deve attraversare un periodo particolarmente combattivo proprio agli inizi della sua penetrazione nel castello della propria interiorità; — e, il secondo, questo orizzonte di lotta si prolunga ed estende molto più in là delle fasi iniziali: il principiante dovrà continuare a battersi «per giungere alle mansioni finali». Lo ripeterà insistentemente: in questo castello sono poche le mansioni in cui il demonio non tenga appostate le sue batterie. Quasi fino alla mansione finale. Il lettore moderno dovrà fare uno sforzo per entrare in sintonia con questo linguaggio guerriero, applicato direttamente al tema della vita spirituale cristiana, e tuttavia, non è un linguaggio fuori luogo o paradossale. Pensi che è una donna — donna e mistica — a ricorrere ad esso, e che si limita a scoprire nell’interiorità di ciascun uomo la radice di questo dramma straziante della guerra, che è ben radicata nell’interiorità dell’umanità, nelle stesse viscere della storia degli uomini. Oggi interessano, soprattutto, queste seconde mansioni, perché, dietro a questa immagine, Teresa va a propor-gli una speciale versione dell’ascetica cristiana, prima di entrare nella mistica della grazia e dell’esperienza di Dio. Come nelle prime e terze mansioni, anche qui Teresa suggerisce al principiante delle seconde mansioni un tipo biblico con cui egli possa identificarsi: i soldati di Gedeone. Lo colloca esattamente al centro della sua esposizione, al numero 6 del capitolo:

Stia sempre bene in guardia per non lasciarsi vincere dal demonio. Se il maligno la vedrà fermamente risoluta a perdere la vita, il riposo e tutto ciò che le presenta piuttosto di ritornare alla prima stanza [= retrocedere alle prime mansioni], lascerà presto di combatterla. Ma occorre che sia di animo virile, e non già di coloro che andando alla battaglia, non mi ricordo bene chi, si gettarono a bere bocconi. Si risolva coraggiosamente, immaginandosi di andare a combattere contro tutti i demoni, per vincere i quali non vi sono armi migliori della croce.

I soldati di Gedeone erano, secondo il racconto biblico, più di trentamila. In seguito abbandonano il campo quelli che tremano di paura: ventiduemila. Poi è lo stesso Gedeone a congedare altri novemila che impazienti si mettono in ginocchio per bere l’acqua del torrente. La fanteria madianita, con i suoi mille carri di ferro, Gedeone l’attaccherà con soli trecento soldati scelti: precisamente, quelli che passando il torrente avevano bevuto l’acqua senza mettersi in ginocchio, ma «avevano lambito l’acqua portandosela alla bocca con la mano». Erano i soldati valorosi, modelli del lottatore che si trova nelle seconde mansioni del castello. In realtà questa visione della vita cristiana, come lotta contro il male e il maligno, viene a Teresa da san Paolo, che non solo interpreta la propria esistenza come un combattimento continuo («bonum certamen cenavi»), ma che insegna a fare lo stesso ai cristiani delle prime comunità. Specialmente a quelli di Efeso: «Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo». «La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro gli spiriti del male». Teresa ha letto un numero innumerevole di volte questi testi nella Regola carmelitana, scritta agli inizi del tredicesimo secolo da «crociati» convertiti alla vita monastica sul Carmelo. Lei appartiene a «questa casta» di cristiani combattivi. E in questa linea paolina della militanza spirituale si inscrive il suo «castello» e la sua interpretazione di fondo del vivere cristiano. Secondo Teresa non c’è prospettiva di vita cristiana adulta — e tanto meno, di esperienza mistica di Dio — per codardi, pigri, indolenti, smidollati. Né per coloro che entrano nel castello alla ricerca di un idillio intimista. Per questo, Teresa metterà in ridicolo in modo insistente i direttori spirituali «troppo assennati», che programmano l’entrata nel castello a «passo di gallina». A questo lei preferisce l’immagine dell’aquila (Vita 39, 12). Già nel Cammino di perfezione ha usato questa strategia. La battaglia decisiva, viene combattuta dall’uomo all’interno di sé stesso: «state attente, sorelle mie, e non abbandonatevi al sonno! Sareste come colui che si corica tranquillamente perché, avendo paura dei ladri, ha sbarrato le porte di casa, senza pensare che i ladri sono chiusi dentro. Ora, come sapete, finché siamo dentro noi, non vi è ladro peggiore di noi stesse». Sullo sfondo dello scenario delle prime mansioni, Teresa aveva messo il peccato come forza demolitrice o come minaccia di rovina del castello. Ora, nelle seconde mansioni, si profila questo dato negativo. Il peccato non è un fatto puntuale, una battaglia persa ma superata definitivamente con il perdono e il ritorno al castello. Il peccato è la dinamica del male introdotta nella vita umana. Teresa, che ha cominciato il suo libro con una visione esaltante della bellezza e della dignità umana, non la prolunga con un ritratto ingenuo e angelicato della vita. L’uomo è contemporaneamente entrambe le cose: bellezza e dignità nel suo essere (bellezza del castello); luce e ombre, grandezza e miseria nella sua storia (vita nel castello). L’ordine interiore non è un presupposto o un punto di partenza. Sarà conquista quotidiana, mansione dopo mansione, e meta definitiva in fondo all’anima. Nel simbolismo del castello, il presupposto di fondo consiste nel fatto che il fossato che lo circonda (e che simbolizza le pliche e gli assestamenti tra corpo e anima) è un nido di molesti animaletti immondi e di vipere velenose. Sono le forze del disordine introdotte nel castello dal peccato. Se non le si combatte, avanzano all’interno delle mansioni. Ed è chiaro…: «questo è il danno causato da queste cose velenose con le quali siamo in contatto. Se uno viene morsicato da una vipera, ne rimane avvelenato, e il corpo si gonfia […]» (n. 5). Se avesse potuto ricorrere alle nostre immagini di oggi, Teresa ci avrebbe forse parlato delle dipendenze psicologiche derivate dall’alcool, dalla droga, dal sesso, dall’abuso di potere o dalla follia della violenza degli uni sugli altri. O del semplice tributo che si paga al consumismo dominante. Eredità ricevuta o zavorra indotta da sé stessi. Catene che attanagliano la libertà, che imbavagliano la persona e non la lasciano essere sé stessa. Teresa la analizza a suo modo, proponendo tre fronti di combattimento: — quello interiore: il disordine conflittuale all’interno di sé stessi. Chi entra in queste seconde mansioni, si trova stranamente scomodo all’interno del proprio castello: «Quale male maggiore che non poterci ritrovare in casa nostra? E se in casa nostra non ci sentiamo soddisfatti, forse che possiamo sperare di sentirci tali in casa altrui, quando pare che ci muovano guerra perfino gli stessi amici e parenti più stretti, con i quali… dobbiamo pur vivere, come lo sono le potenze (dell’anima), che con ciò sembrano vendicarsi di quanto hanno dovuto subire da parte dei nostri vizi». — quello esteriore: chi ha sofferto il male del peccato, alienandosi in un certo senso da se stesso, e collocando il proprio centro di gravità al di fuori di sé, ora soffre lo strappo dalle cose e persone che lo hanno soggiogato: soffre il fascino del loro richiamo, il prolungamento della loro tirannia. Deve ricuperare il terreno e confrontarsi con tutto questo per riacquistare la libertà e il dominio di sé. — quello trascendente: «i demoni», dirà Teresa. Lei, come san Paolo, crede che nella lotta combattuta dal cristiano intervengono forze misteriose che lo superano (Ef 6, 11). Teresa crede nel demonio. Lo ha sperimentato come incarnazione della menzogna e del male. Contro queste forze misteriose si deve restare vigilanti sulla soglia del castello interiore.

Combattere non è l’ultima ragione di vita in queste seconde mansioni: si lotta per ricuperare l’equilibrio interiore. Si lotta per la pace. Si lotta per raggiungere lo scopo di ogni ascesi: la perfezione. Si lotta per il Signore supremo del castello: per poterlo rendere degno di Lui e consegnarglielo. Già nel Cammino aveva scritto, a proposito della purezza interiore: «Se riempissimo il palazzo di gente bassa e di ogni specie di bagattelle, in che modo il Signore potrebbe stabilirvisi con la sua corte?».

Ma nella prima esposizione del Libro della Vita, aveva completato il quadro narrativo con una serie di istruzioni dottrinali date al principiante come complemento indispensabile della lotta: — innanzitutto, che viva con gioia e si muova con libertà; — che ponga la sua fiducia in Dio e «non soffochi mai i desideri», perché «Dio ama le anime coraggiose», audaci; — che faccia suo il motto di san Paolo: «In Dio si può tutto», e quello di sant’Agostino: «Dammi, Signore, quello che comandi e comandami ciò che vuoi», e il motto personale di Teresa: «Ho avuto sempre grandi desideri»; — che punti in alto, perché «all’inizio, importa molto […] non nutrire pensieri gretti»; — umiltà! È necessario che si eserciti in essa. E ami la verità: «Piuttosto che un’anima non cammini nella verità, preferisco che sia senza orazione». E per far questo, che si alimenti con il pane della Bibbia: «Giunti alle verità della Sacra Scrittura, facciamo quello che dobbiamo fare»; — non si rifugi in devozioni senza fondamento: «Che Dio ci guardi dalle devozioni alla balorda; etc. Tutto questo complesso di ascesi positiva, nel Cammino di perfezione verrà da lei condensato in alcune poche raccomandazioni fondamentali: praticare l’amore verso gli altri; il distacco e libertà di spirito; l’umile e franca disponibilità ai disegni di Dio; la sete dell’acqua viva; una ferma determinazione… Quindi, quando Teresa riduce all’essenziale il suo scenario delle seconde mansioni, rimanda a quest’altro affascinante programma di vita vissuta proprio nel mezzo della lotta. Queste raccomandazioni di Vita e Cammino sono indispensabili per farsi un’idea adeguata dell’ascesi teresiana: vivere è lottare! È certo che qui, nel Castello, ha preferito condensare il suo programma ascetico nell’aspetto del combattimento, come fa san Paolo, al quale lei si ispira. E questo perché gli interessa prevenire il principiante: non si illuda che nel castello la vita sia facile. Non è facile vivere da cristiano. Per questo, la sua sintesi delle seconde mansioni potrebbe formularsi così: «La continua lotta all’interno del castello».

Lezione che vale egualmente per il lettore, tentato dalla comodità di soluzioni rapide e facili, che riducono la radicalità del Vangelo ai canoni di un umanesimo bonaccione. Quello che Teresa vuole inculcargli è la stessa cosa che Paolo scrive a Timoteo: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna». Anche Teresa lo ha formulato così per il lettore delle seconde mansioni: «Sorelle, abbracciate la croce che il vostro Sposo portò sulle spalle, convincendovi di non dover fare che questo».

(cfr. T. Alvarez, Guida all’interno del Castello)

 

SECONDE MANSIONI

Capitolo unico

Per giungere alle ultime mansioni occorre perseveranza. – Guerra accanita da parte del demonio, e quanto convenga non sbagliare strada fin dal principio. – Mezzo che le fu molto utile.

1 – Diciamo ora quali siano le anime che entrano nelle seconde mansioni, e cosa vi facciano.

Vorrei sbrigarmi presto perché ne ho già parlato altrove e assai lungamente; ma per non ricordarmi ciò che ho detto, mi sarà impossibile non ripetermi in molte cose. Se almeno sapessi presentarle in altra maniera, forse non vi annoierei, a quel modo che non ci annoiano i libri che ne trattano, benché siano molti.

2 – Parlo dunque di coloro che han già cominciato a far orazione e hanno inteso quanto importi non rimanere nelle prime mansioni, benché non sappiano ancora uscirne definitivamente.

Ciò dipende dal non fuggire le occasioni, cosa assai pericolosa. Tuttavia, non mancano alle volte, per grande misericordia di Dio, di sottrarsi ai serpenti e alle altre cose velenose, persuasi che ciò sia bene.

Sotto un certo aspetto, costoro soffrono di più che non quelli delle prime mansioni, ma siccome ne conoscono i pericoli, si espongono di meno, e ciò fa sperare che andranno avanti.

Dico che soffrono più dei primi, perché questi sono come quei muti che, per essere anche sordi, sopportano più facilmente la pena di non poter parlare. Benché sia più grande quella di sentire e non parlare, non è certo più desiderabile la condizione di chi non sente, essendo sempre una gran cosa sentire ciò che si dice.

Così delle persone di cui parlo.

Essendosi avvicinate all’appartamento di Sua Maestà, ne sentono gli inviti e capiscono di aver in Lui un buon vicinante, grande in bontà e misericordia.

Siamo ancora ingolfati negli affari, nei passatempi, nei piaceri e nelle distrazioni mondane; e siccome fra bestie tanto velenose, pericolose e insidiose, fa quasi meraviglia non inciampare e cadere, cadiamo ancora nei peccati e poi ci rialziamo. Eppure questo nostro Signore vede tanto volentieri che noi l’amiamo e ne cerchiamo la compagnia, che non lascia di quando in quando di chiamarci perché andiamo a Lui. Ed è così dolce la sua voce che la povera anima, vedendo di non saper far subito quello che le dice, si sente tutta distruggere! Ecco perché ho detto che è più penoso udire che non udire.

3 – Queste voci ed inviti si odono non già come quelli di cui parlerò più avanti, ma nelle parole di certe buone persone, nelle prediche, nelle buone letture e in tutti quegli altri modi di cui Dio si serve per far sentire le sue chiamate: prove, malattie e certe verità che Egli fa conoscere nei momenti che si consacrano all’orazione, sia pure svogliatamente, ma da Lui molto stimati.

Quanto a questa prima grazia, guardatevi bene dal non farne il conto che si merita, né desolatevi per non sapergli subito rispondere, perché Sua Maestà sa aspettare anche per molti giorni ed anni, specialmente quando vede perseveranza e buoni desideri. Questa disposizione è assolutamente necessaria, e con essa si guadagna molto.

Qui la lotta dei demoni è molto varia e terribile, e l’anima ne ha una pena assai più grande che non nelle mansioni precedenti. In quelle era come una povera sordomuta, o, se non altro, sentiva poco e meno resisteva, a guisa di persona che avesse quasi perduta la speranza di vincere.

Ma qui l’intelligenza è più viva, le potenze più abili, i colpi delle artiglierie nemiche più violenti, ed è impossibile non sentirli.

I demoni mettono innanzi tutti i beni e i piaceri del mondo, che sono le serpi di cui parlo; li fanno apparire quasi eterni; mostrano la stima in cui sono tenuti; suggeriscono il ricordo dei parenti e degli amici; e siccome in questa mansione si desidera di far un po’ di penitenza, la mostrano come contraria alla salute, e mille altre difficoltà.

4 – O Gesù!… Che scompiglio fan qui i demoni, e che afflizioni per l’anima! …

Non sa se andare avanti o tornare alle mansioni prime, perché mentre la ragione le fa presente la follia di mettere in confronto i beni della terra con quelli che spera, la fede le insegna quello che meglio le conviene, e la memoria le ricorda dove vanno a finire tutti i beni del mondo, rimettendole sotto gli occhi la morte di molte persone che ne godettero in abbondanza.

Di alcune la morte avvenne improvvisamente, e furono da tutti dimenticate. Molti di quelli che ha veduti in prosperità, ora sono calpestati sotto terra: sul loro sepolcro è passata anch’essa varie volte, considerando la moltitudine dei vermi che andavano brulicando nel loro corpo… e molte altre cose che la memoria le mette innanzi.

Intanto la volontà s’inclina ad amare il Signore per le innumerevoli attrattive di cui lo scopre fornito. E avendo ricevuto da Lui tante dimostrazioni di amore, desidera di ripagarlo almeno in qualche cosa. Soprattutto la colpisce il pensiero che questo vero Amante non solo non l’abbandona, ma le resta sempre vicino per darle l’essere e la vita. L’intelletto le fa capire che un amico migliore non si potrà mai trovare, neppure in molti anni di vita; che il mondo è pieno di falsità; che i piaceri del demonio apportano inquietudine, contraddizioni e travagli; che fuori del castello non vi è sicurezza né pace, e che non bisogna frequentare le case altrui, perché, volendolo, si può godere in casa propria ogni abbondanza di beni.

E chi è che preferisca imitare il figliuol prodigo, pascendosi con il cibo dei porci, quando in casa sua ha tutto quello che gli occorre, quando soprattutto ha un Ospite così grande che lo mette in possesso di ogni sorta di beni, solo che lo voglia?

Buone ragioni sono queste per poter vincere il demonio.

5 – Eppure, Signore e Dio mio, l’abitudine di correr dietro alla vanità e l’esempio di un mondo che non sa far altro che questo, distruggono ogni cosa.

La fede in noi è così debole che crediamo più facilmente a quanto ci cade sotto gli occhi, che non alle verità che essa ci insegna. E così la miseria di chi insegue queste cose sensibili, non è che troppo evidente: danno causato da quei rettili velenosi con i quali siamo in contatto.

Se uno viene morsicato da una vipera, ne rimane avvelenato, e il corpo si gonfia. Così anche di noi, se non stiamo in guardia. Allora per guarire ci vorranno molte medicazioni. Anzi, sarà per una grande grazia di Dio se non si finirà col soccombere.

Qui l’anima va soggetta a gravi pene, specialmente se il demonio, riconoscendo le sue attitudini e qualità, la vede capace di andar molto innanzi, perché allora raduna tutto l’inferno per costringerla ad uscire dal castello.

6 – Ah, Signor mio! Qui il vostro aiuto è assolutamente necessario: senza di voi non si può proprio far nulla.

Deh! non permettete mai, per la vostra misericordia, che quest’anima si lasci ingannare, abbandonando la strada incominciata! Datele luce sufficiente per riconoscere che ogni suo bene dipende dal perseverare e dal fuggire le compagnie cattive.

Le sarà invece assai utile trattare con coloro che si occupano di tali cose, avvicinandosi non solo a quelli che si trovano nelle sue medesime mansioni, ma anche a coloro che vedrà molto innanzi. Questo le potrà molto giovare, essendo possibile che, trattando con loro, finisca con introdursi nelle loro stesse mansioni.

Ma stia bene in guardia per non lasciarsi vincere dal demonio. Se il maligno la vedrà fermamente risoluta a perdere la vita, il riposo e tutto ciò che le presenta piuttosto di ritornare alla prima stanza, lascerà presto di combatterla.

Ma occorre che sia di animo virile, e non già di coloro che andando alla guerra, non mi ricordo bene con chi, si gettarono a bere bocconi.

Si risolva coraggiosamente, immaginandosi di andare a combattere contro tutti i demoni, per vincere i quali non vi sono armi migliori della croce.

7 – Ecco un’osservazione che ho già fatto altre volte e che per la sua grande importanza ripeto anche qui.

Per non intraprendere la fabbrica di questo grande e prezioso edificio in maniera troppo volgare, colui che comincia non deve neppur pensare alle consolazioni, perché se inizia il lavoro sulla sabbia, esso finirà col cadere, ed egli non potrà sottrarsi ai disgusti e alle tentazioni.

Non è in queste mansioni che la manna viene dal cielo, ma più innanzi, là dove l’anima ha tutto quello che vuole, perché non vuole se non quello che Iddio vuole.

Che pretese le nostre! Ci dibattiamo ancora fra mille inciampi e imperfezioni, con virtù novelline, ancora incapaci di muoversi perché nate da poco – e piaccia a Dio che siano almeno nate! – eppure osiamo lamentarci delle aridità e voler dolcezze nell’orazione! … Guardatevene assolutamente, sorelle! Abbracciate la croce che il vostro Sposo portò sulle spalle, convincendovi di non dover fare che questo.

Colei che per suo amore saprà patire di più, patisca, e sarà la più felice. Quanto al resto, ritenetelo per accessorio. E se il Signore ve lo darà, ringraziatelo senza fine.

8 – In fatto di sofferenze esterne, vi parrà d’essere pronte a sopportarle, purché Dio vi consoli interiormente.

Ma il Signore sa meglio di noi quello che ci conviene, e non ha certo bisogno che lo consigliamo noi. Alle nostre richieste potrebbe rispondere, e a ragione: Non sapete quello che domandate!

L’unica brama di chi vuol darsi all’orazione – non dimenticatelo mai, perché è importantissimo – dev’essere di fare di tutto per risolversi e meglio disporsi a conformare la sua volontà a quella di Dio.

In questo, come appresso dirò, sta la più grande perfezione che si possa bramare.

Più questa conformità sarà perfetta, maggiori grazie si riceveranno da Dio, e maggiore sarà pure il progresso nel cammino.

Non crediate che si tratti di qualche nuova astruseria o di cose mai conosciute ed intese: il nostro bene sta tutto qui. Se sbagliamo fin da principio, volendo che il Signore faccia la nostra volontà e ci conduca per dove vogliamo noi, che saldezza potrà avere l’edificio? Procuriamo invece, per quanto è da noi, di evitare qualsiasi contatto con le bestie velenose, perché spesso il Signore permetterà che le aridità e i pensieri cattivi ci perseguitino ed affliggano senza che sappiamo allontanarli.

Altre volte poi permetterà che ne rimaniamo morsicati per insegnarci a star più attenti e vedere se ci dispiace di averlo offeso.

9 – Perciò, se qualche volta cadete, non dovete così avvilirvi da lasciare d’andare innanzi. Da quella caduta il Signore saprà cavare del bene, come il venditore di triaca, che per far prova della sua efficacia beve prima il veleno.

Quando non vi fosse altro mezzo per misurare la nostra miseria e vedere il danno che ci proviene dalle dissipazioni, vi sarebbe sempre la lotta che dobbiamo sostenere per tornare a raccoglierci.

Ov’è male più grande che non poterci ritrovare in casa nostra? E se in casa nostra non ci sentiamo soddisfatti, forse che possiamo sperare di sentirci tali in casa altrui, quando pare che ci muovan guerra fin gli stessi amici e parenti più stretti, con i quali, di buona o mala voglia, dobbiamo pur vivere, come sono le nostre potenze, che con ciò sembrano vendicarsi di quanto han dovuto subire da parte dei nostri vizi? Pace, pace, sorelle mie!

Questa è la parola del Signore, da lui tante volte ripetuta ai suoi apostoli. Se non abbiamo e non procuriamo di trovar pace in casa nostra, tanto meno – credetemi – la troveremo in casa altrui.

Per il sangue che Cristo sparse per noi, finisca ormai questa guerra! Lo chiedo a chi non ha ancora cominciato a rientrare in se stesso, mentre a chi ha cominciato, chiedo che la prospettiva della lotta non lo faccia tornare indietro.

Pensi che la ricaduta sarebbe peggiore della caduta; ne intravegga la rovina, confidi, non in se stesso, ma nella misericordia di Dio; e il Signore lo condurrà da una mansione all’altra, sino a dove le bestie non solo non lo potranno più toccare né molestare, ma dove egli le terrà soggette e le burlerà, godendo, fin da questa vita, tale abbondanza di beni da superare qualsiasi desiderio.

10 – Come ho detto in principio, ho già parlato altrove del modo con cui dovete comportarvi nelle inquietudini suscitate dal demonio, e come per cominciare a raccogliersi e perseverare nel raccoglimento si deve agire non a forza di braccia, ma soavemente e con dolcezza. Qui non voglio aggiungere che questo: cioè, che secondo il mio parere, giova molto trattare di queste cose con persone sperimentate, acciocché non si creda di pregiudizio al raccoglimento anche il disbrigo delle occupazioni necessarie.

Purché non abbandoniamo l’orazione, il Signore volge tutto in nostro bene, anche se nessuno ce ne dica il modo. Ma se commettiamo questo sbaglio, non c’è altro rimedio che tornare a riprenderla, sotto pena d’indebolirci sempre più. E piaccia a Dio che ce n’accorgiamo!

11 – Ma – potrebbe qualcuno pensare – se tornare indietro è tanto pericoloso, è meglio neppur cominciare, ma star fuori del castello.

Vi ho già detto in principio – ed è parola di Dio che chi ama il pericolo in esso perisce, e che la porta del castello è l’orazione.

Ora, pretendere di entrare nel cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscerci e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia.

Il Signore dice: Nessuno va al Padre se non per me. (Non so se dica proprio così; a me pare di sì). E ancora: Chi vede me, vede il Padre mio. Ora, se noi non lo guardiamo mai, né mai consideriamo quello che gli dobbiamo, né la morte che ha subito per noi, non so come possiamo conoscerlo e servirlo.

E senza queste opere di suo servizio, che valore avrà la nostra fede? E che valore avranno le nostre opere separate che siano dai meriti inestimabili di Gesù Cristo nostro Bene?

E allora, chi ci indurrà ad amare il Signore?

Piaccia a Sua Maestà di farci intendere quanto gli siamo costati, quanto non convenga che il servo sia da più del padrone, che per salire alla gloria occorre lavorare e che bisogna pregare per non andare sempre in tentazione.


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