L’episodio della fuga della S. Famiglia in Egitto è presentato dall’evangelista Matteo in modo sobrio e scarno, sullo stile di particolari narrazioni giudaiche che hanno sempre come sfondo e chiave di lettura un testo biblico. E’ uno schema adottato abitualmente da Matteo nella presentazione dei misteri dell’infanzia di Gesù: così nel racconto relativo al concepimento di Gesù è citato il testo di Isaia 7,14: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”; in quello della nascita di Gesù e dell’adorazione dei Magi la pericope di Michea 5,1; in questo della “fuga” la citazione esplicita di Osea 11,1: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.
Mentre nei racconti paralleli di Luca in primo piano è la figura di Maria, in quelli di Matteo l’accento è posto soprattutto su Giuseppe, a cui il disegno di Dio sul fanciullo Gesù viene sempre rivelato attraverso dei sogni.
Dopo la partenza dei Magi, “un angelo del Signore” gli appare in sogno e lo sollecita: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto…perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”.
La fantasia degli autori dei vangeli apocrifi si è sbizzarrita in racconti mirabolanti sui prodigi verificatisi durante la fuga di Maria, Giuseppe e del piccolo Gesù verso l’Egitto: la realtà è ben altra.
Questo vagare della S. Famiglia per deserti impervi, per vie sconosciute verso un futuro pieno di incognite, col timore di essere scoperti dai segugi di Erode e col cuore colmo di nostalgia per la loro casetta abbandonata in fretta e furia nel buio della notte fa pensare spontaneamente a quelle immense folle di profughi laceri, affamati, perseguitati, respinti, vaganti senza meta e senza soste dei giorni nostri e di tutti i tempi.
Gesù non si è associato alla sorte dei ricchi, dei potenti, degli uomini sazi, soddisfatti, sicuri di sé, ma fin dai suoi più teneri anni ha voluto sperimentare nella sua carne la condizione dei poveri, dei diseredati, di coloro che sono disprezzati, buttati fuori dai loro villaggi con la violenza, condannati a una eterna insicurezza.
Allo scriba che, durante la sua vita pubblica, gli manifesterà il desiderio di volerlo seguire, Egli risponderà che “le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
L’Egitto ai tempi di Gesù era sotto la dominazione romana e offriva perciò ai nostri profughi la garanzia di trovarvi sufficienti mezzi di sussistenza, ma era sempre una vita da esiliati, di gente sradicata dalla propria terra. Solo dopo la morte di Erode – avvertiti ancora una volta da un angelo – potranno rivedere la loro terra e stabilirsi a Nazaret.
Gli spunti di meditazione offerti da questo brano evangelico sono tanti. Ne prendiamo in considerazione solo alcuni che possono aiutarci a incarnare meglio nella nostra vita il Vangelo.
Prima di tutto va sottolineata l’obbedienza di Giuseppe e di Maria ai disegni di Dio. Essi vivono veramente in funzione di quel Figlio che è stato loro consegnato come un prezioso deposito e che ha dato un orientamento nuovo a tutta la loro vita. Il pericolo di morte che incombe sul Bambino e la necessità della fuga incominciano a far sperimentare a Maria la “spada” preannunciata dalla profezia di Simeone e getta un fascio di luce sulla missione futura del Messia.
Matteo, citando il versetto di Osea che allude alla chiamata del figlio dall’Egitto, probabilmente legge l’avvenimento alla luce della storia di Israele: ritornano spontaneamente alla mente le figure di Mosè, costretto a sfuggire all’ira del Faraone per aver difeso un suo connazionale e ritornato poi come condottiero del suo popolo nell’esodo dall’Egitto; di Giuseppe che, venduto per invidia dai fratelli, diventa strumento di salvezza per loro e per tutto il popolo di Israele. Dio cioè, attraverso gli errori e nonostante la cattiveria degli uomini, rimane il Dio fedele che porta a compimento la sua promessa.
Le realtà più assurde – ingiustizia, oppressione, dolore – illuminate dalla luce della fede, acquistano un senso profondo.
Dio ci ama, ha per ciascuno di noi un progetto d’amore che porta a compimento nonostante le nostre resistenze, le nostre fughe, i nostri abbandoni, le nostre ribellioni. Egli non si stanca di aspettare. “Tutto è grazia” diceva Teresa di Lisieux. Anche quello che ci scomoda, che ci fa soffrire, a condizione però che ci decidiamo a credere e a consegnarci all’Amore.
C.S.




