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Elisabetta ha passato il suo ritiro a pregare, a soffrire e a offrire la sua vita al Crocifisso risorto, che le dà forza e la illumina con la sua cara Presenza. Soffre e nello stesso tempo «non soffre più di soffrire (UR 14.). Una grande speranza la anima. La sua traiettoria così rettilinea approda alla Gioia senza fine.

Due incisi sono importanti per ben cogliere il movimento del pensiero in quest’ultimo giorno. Innanzitutto, «e tuttavia». «Come la cerva anela ai corsi d’acqua», la carmelitana sofferente, ma ancor più amante, ha «sete del Dio vivente» – «e tuttavia»…Il suo «desiderio consumante della Beatitudine» (UR 14) è senza impazienza. Non ha già «trovato il suo Cielo sulla terra poiché il Cielo è Dio, e Dio è nella mia anima» (L 122)?

Povera e piccola come il «passero» o la «tortorella», nel cielo della sua anima, non sarà «scossa» dai venti e dalle piogge della sofferenza, ma avrà in Dio la sua «roccia» e la sua «cittadella» inespugnabili. Là continuerà soprattutto la sua vita di lode. Figlia di Dio, la sua stanza interiore, facendo parte «della casa di Dio», sarà tutta aperta a questa inaudita realtà d’amore: «Il mio Maestro che vuole abitare in me, con il Padre e il suo Spirito d’amore».

È qui che entra in gioco il secondo importante inciso, preso in prestito dal salmo: le «ascensioni nel suo cuore». Ella possiede in sé una scala segreta. Lasciando se stessa (e si noti l’accento elisabettiano nella formula «senza me stessa», espressione altrettanto radicale quanto gioiosa d’una oblatività amante), Elisabetta «discende» nel suo proprio «abisso interiore» per accogliere i Tre Ospiti interiori, che – scambio e interpenetrazione reciproche – l’invitano a entrare a sua volta in Loro, per «penetrare nell’intimo di Colui che lei ama», «nel seno della tranquilla Trinità», «l’insondabile Trinità». Davvero discende «al fondo dell’abisso senza fondo» (UR 1).

Elisabetta può applicare a se stessa le parole che dedicava a Maria: «In lei tutto avviene al di dentro», «nel suo cuore» (UR 41). Anche morire, questo passaggio al Cielo della gloria, ora intravisto nella fede e domani posseduto nel fulgore della luce, avverrà semplicemente «concentrandosi in Dio» («essenza così ricca» dell’anima abitata).

Elisabetta deve aver pensato alla morte d’amore descritta da san Giovanni della Croce. La sua sarà una morte per amore e nell’amore, in un grande oblio di sé: ce lo richiamano le parole «sentirsi mancare » e «venir meno»; ma ancora di più esse esprimono il suo ardente desiderio di lode e d’adorazione «di fronte a questo Amore onnipotente, a questa Maestà infinita che dimora in lei». «Ecco il mistero che canta oggi la mia lira!», oggi come ieri, oggi come sempre.

Il paradosso del movimento «scendere-salire» (movimento verticale comunque) si illumina alla luce del cielo dell’anima, il suo «Cielo anticipato dove incomincia la sua vita d’eternità». Morendo, il seme si trasformerà nella Vita. Compiuto il suo Venerdì santo, è «nel suo cuore» che Elisabetta vivrà la sua «ascensione» pasquale in Gesù risorto, glorioso, ma già presente. «Si innalzerà» al di sopra di tutto, «attraverso le nubi», «senza uscire dalla santa fortezza» dell’anima. Poiché il Cielo è là!

Il Cielo è già cominciato. Un giorno sfocerà nella piena e perenne illuminazione dello sguardo innamorato, «uno sguardo sempre più semplice, più unitivo». Lo sguardo reciproco sarà finalmente chiarezza e piena comunicazione d’amore. La bellezza di Dio risplenderà sull’anima: «Jahveh, che ti guarda, illumina lo sguardo!» (UR 17). E nella visione di Dio, ogni essere sarà conosciuto e amato secondo il suo autentico valore divino, per sempre!

(Conrad de Meester – OCD)

Il testo di Elisabetta

  1. «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:quando verrò e vedrò il volto di Dio?…» [Sal 41, 1-2].

Eppure, come «il passero trova la casa», come «la tortorella ha trovato un nido dove porre i suoi piccoli» [Sal 83,3], così Laudem gloriae [Lode di gloria] ha trovato – aspettando d’essere trasferita nella santa Gerusalemme, «beata pacis visio» [beata visione di pace] – il suo rifugio, la sua beatitudine, il suo Cielo anticipato dove comincia la sua vita d’eternità. «Solo in Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza. Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare!… [Sal 61,2-3].

Ecco il mistero che canta oggi la mia lira! Come a Zaccheo, il mio Maestro mi ha detto: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua…»[Lc 19,5]. Scendi subito, ma dove? Al più profondo di me stessa: dopo aver lasciato me stessa, dopo essermi separata da me stessa, spogliata di me stessa, in una parola, senza me stessa.

 

  1. «Devo fermarmi a casa tua!». È il mio Maestro che mi esprime questo desiderio! È il mio Maestro che vuole abitare in me, con il Padre e il suo Spirito d’amore, affinché, secondo l’espressione del discepolo amato, io faccia «comunione» [1 Gv 1,3] con Loro. «Non siete più stranieri né ospiti, ma siete già familiari di Dio», dice san Paolo [Ef 2,19]. Ecco come intendo essere «familiare di Dio»: vivendo nel seno della tranquilla Trinità, nel mio spazio interiore, in questa «fortezza inespugnabile del santo raccoglimento» di cui parla san Giovanni della Croce!

Davide cantava: «La mia anima languisce e brama gli atri del Signore» [Sal 83,1]. Mi sembra che questo debba essere l’atteggiamento di ogni anima che entra nel suo santuario interiore per contemplarvi il suo Dio ed essere fortemente unita a lui: «si sente venir meno», in una divina perdita dei sensi di fronte a questo Amore onnipotente, a questa Maestà infinita che dimora in lei! Sicuramente non è la vita che l’abbandona; ma è lei che disprezza questa vita naturale e che se ne allontana…perchè sente che non è degna della sua essenza così ricca, e se ne va a morire e a perdersi nel suo Dio.

  1. Oh, com’è bella questa creatura così spogliata, liberata da se stessa! Essa è in grado di «disporre ascensioni nel suo cuore per passare dalla valle del pianto» (cioè da ciò che è meno di Dio) «verso il luogo che è la sua meta» [Sal 83,6]; questo «luogo spazioso» cantato dal salmista [Sal 17,20], è, mi sembra, l’insondabile Trinità: «Immensus Pater, immensus Filius, immensus Spiritus sanctus!…».

Ella sale, si eleva al di sopra dei sensi, della natura; passa oltre se stessa: va anche al di là di ogni gioia, di ogni dolore e attraversa le nubi, per riposarsi solo quando sarà penetrata «nel segreto» di Colui che ama e che le donerà se stesso, il «riposo dell’abisso» [Ruysbroec]. E tutto questo senza essere uscita dalla santa fortezza! Il Maestro le ha detto: Scendi in fretta…

È ancora senza uscire di là che ella vivrà, a immagine della Trinità immutabile, in un eterno presente, «adorandola sempre a causa di se stessa» e divenendo attraverso uno sguardo sempre più semplice, sempre più unitivo, «lo splendore della sua gloria» [Eb 1,3], ovvero l’incessante lode di gloria delle sue perfezioni adorabili.

(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)

 

 


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