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Ottobre: mese missionario e anche mese di grandi santi, prescelti da Dio per indicarci la meta e accompagnarci nel cammino di questa vita. Tra questi senza dubbio spicca in ambito carmelitano Santa Teresa di Gesù, la grande mistica di Avila vissuta nel XVI secolo, il Siglo de oro, che corrisponde a quel vasto movimento diffuso rapidamente in tutta l’Europa, caratterizzato dal rifiorire delle lettere, delle arti, della scienza, della cultura e della vita civile più in generale chiamato “Rinascimento”.
Proclamata Dottore della Chiesa nel 1970 dal Beato Papa Paolo VI, che dichiara solennemente: “Noi abbiamo conferito, o meglio: Noi abbiamo riconosciuto il titolo di Dottore della Chiesa a Santa Teresa di Gesù.”, Teresa, con la sua testimonianza avvincente, non rimane isolata e confinata all’uomo del suo tempo, ma valica impetuosamente i limiti del tempo e ancora oggi si fa interlocutrice e amica affettuosa e profonda dell’uomo moderno, carico di domande, di inquietudini, di ricerche a cui molto spesso non sa nemmeno dare forma, spessore, colore… “Quante volte ci sentiamo come fuori dalla nostra stessa vita, spettatori di un film che scorre e che non è il nostro. Quante volte ci sembra di essere fuori dal cuore della nostra stessa vita, persi dietro desideri secondari, poiché non sappiamo ancora dove mettere radici, poiché non sappiamo cosa realmente desideriamo.” (Don Andrea Lonardo)
Iniziamo allora il cammino nel cuore del nostro Castello con la mano nella mano di Teresa:
“Tornando al nostro incantevole e splendido castello, dobbiamo ora vedere il modo di potervi entrare. Sembra che dica uno sproposito, perché se il castello è la stessa anima, non si ha certo bisogno di entrarvi, perché si è già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia?”.(S. Teresa di Gesù)

Castello interiore
Questo trattato, chiamato Castello Interiore, fu scritto da Teresa di Gesù, monaca di Nostra Signora del Carmine, per le sue sorelle e figlie, le monache carmelitane scalze.

JHS
[PROLOGO]

1. Poche cose impostemi dall’obbedienza mi sono riuscite così difficili come quella, che viene richiesta ora, di scrivere sull’orazione, sia perché non mi sembra che il Signore mi dia né l’ispirazione né il desiderio di farlo, sia perché da tre mesi ho la testa così intontita e debole a scrivere con fatica anche per affari d’obbligo. Ma, ritenendo che la forza dell’obbedienza suole appianare cose all’apparenza impossibili, mi decido a farlo con molta buona volontà e fervore, anche se per natura mi sembra di soffrirne, perché il Signore non mi ha dato tanta virtù da poter lottare con le continue infermità e con occupazioni di ogni genere senza provarne una viva contrarietà. Ci pensi colui che ha fatto cose ben più difficili in mio favore e nella cui misericordia confido.
2. Penso, però, che saprò aggiungere ben poco a quanto ho detto in altri scritti che mi furono ordinati, anzi temo che in gran parte mi ripeterò, perché io sono esattamente come gli uccelli a cui si insegna a parlare, che non sanno più di quanto è stato loro insegnato o odono, e non fanno altro che ripeterlo molte volte. Se il Signore vorrà che io dica qualcosa di nuovo, Sua Maestà me ne farà dono o si accontenterà di richiamarmi alla memoria ciò che ho detto altre volte; mi contenterei anche di questo, avendo io una così cattiva memoria che sarei lieta d’imbroccare certe cose che, a quanto pare, erano ben dette, nel caso che fossero andate perdute. Ma, nel caso che il Signore non voglia concedermi neanche questo, il fatto di stancarmi e di far aumentare il mal di testa per obbedienza mi sarà di guadagno, anche se nessuno trarrà alcun vantaggio da ciò che dirò.
3. E così comincio tale obbedienza oggi, giorno della Santissima Trinità dell’anno 1577, in questo monastero di San Giuseppe del Carmine, a Toledo, dove vivo attualmente, sottomettendomi in tutto quel che dirò al giudizio di coloro che mi hanno dato l’ordine di scrivere, tutte persone di grande dottrina. Se dicessi qualche cosa che non fosse conforme a quanto insegna la santa Chiesa cattolica romana, sarà per ignoranza e non per malizia. Questo può ritenersi senza dubbio alcuno, poiché, per la bontà di Dio, sono, sarò e sono stata sempre soggetta ad essa. Sia egli per sempre benedetto e glorificato! Amen.
4. Chi mi ordinò di scrivere mi disse che le monache di questi monasteri di Nostra Signora del Carmelo avevano bisogno di chi chiarisse loro certi dubbi circa l’orazione e, sembrandogli che le donne intendono meglio il linguaggio di un’altra donna, sarebbe stato più adatto per loro, specialmente a causa dell’amore che mi portano, ciò che potevo dire io. È chiaro che per questa ragione sarà di qualche importanza riuscire a dire qualcosa; pertanto, scrivendo, mi rivolgerò solo ad esse. E, poiché mi sembra una follia pensare di poter essere utile ad altre persone, grande grazia mi farà Nostro Signore se qualcuna delle mie consorelle se ne gioverà per lodarlo un po’ di più. Sua Maestà sa bene che non pretendo altro; ed è evidente che, qualora riesca a dire qualcosa, capiranno che non è farina del mio sacco, non essendoci in me tale capacità, a meno che non abbiano così poca intelligenza come io ho poca abilità per simili cose, se il Signore, nella sua misericordia, non me la dà.

 


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