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Introduzione

Il Carmelo nel mondo d’oggi: tema immenso, come sarebbe per ogni altro Ordine religioso che affonda le sue radici nei duemila anni di storia della Chiesa.
Il Carmelo ha le sue radici molto lontano nel tempo. Prende il nome dalla località omonima situata in Palestina, frequentata da sacerdoti, eremiti, profeti, prima ancora che arrivassero gli ebrei a renderla famosa per la presenza del profeta Elia. Nella Bibbia il Carmelo ha una valenza molto forte, anche se simbolica.
Dal Carmelo partirono i primi eremiti, chiamati carmelitani. Storicamente si potrebbero definire una specie di obiettori di coscienza delle crociate che, stanchi di sangue e di guerra, abbandonarono l’esercito e si ritirarono in questa località che aveva una tradizione spirituale così ricca e lì, nelle caverne abitate da altri ricercatori di Dio già prima di loro, diedero avvio a un particolare genere di vita monastica. Poi presentarono ad Alberto, vescovo di Gerusalemme – che veniva da Vercelli – una specie di schema di Regola che egli formulò in modo preciso e approvò intorno al 1200.
In seguito, incalzati dalla pressione musulmana, vennero in Europa, dove, per essere riconosciuti giuridicamente, dovettero adattare la loro forma di vita a quella degli Ordini mendicanti di allora (Francescani, Domenicani ecc.) e da eremiti si trasformarono in cenobiti.

Nel ‘500 ci fu come una esplosione all’interno dell’Ordine stesso. Ed è di qui che voglio partire, tralasciando la storia antica, per parlarvi di S. Teresa, la riformatrice, o meglio ri-fondatrice di un Ordine – la prima donna nella storia che fonda un Ordine non solo femminile, ma anche maschile -: quello delle Carmelitane e dei Carmelitani scalzi.

Che cosa ha significato questo espandersi di un carisma particolare, di una riscoperta cioè così forte del Signore e del vangelo all’interno di questa antica tradizione del Carmelo?
La missione del Carmelo oggi è la continuazione nella storia di questa partenza così potente avviata da S. Teresa. Per questo è importante cercare di capire che cosa abbia significato allora e che cosa vorrebbe dire oggi, sottolineando alcune caratteristiche di questo fenomeno.
Per chiarire meglio è necessario tracciare a grandi linee il contesto storico del momento vissuto dalla Santa. Da una parte, in Spagna assistiamo alla riscoperta dei valori dell’uomo, o se volete, alla consapevolezza nuova dell’uomo nel prendere coscienza di sé: è il fenomeno dell’Umanesimo che in Spagna si sviluppa un secolo dopo quello italiano, nel cosiddetto secolo d’oro. Ed è significativo che tra i grandi autori della lingua castigliana ci siano due mistici: S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce, poeti e letterati; con Cervantes credo si possano considerare i padri del castigliano moderno.
Dall’altra c’è il dilagare in Europa del fenomeno luterano che lacerò l’unità del continente, a partire dal 1517, anno della rivolta di Lutero. (S. Teresa nasce nel 1515).
Per circa cinquant’anni ci fu una successione di stragi, di guerre, divisioni che originarono fratture di cui ancora oggi sentiamo le conseguenze.

Ritornare al vangelo

Teresa sofferse tanto di queste lacerazioni all’interno della cristianità, della politica, dell’economia. Nel primo libro del Cammino di perfezione, una specie di trattato scritto per le sue sorelle che le avevano chiesto di insegnare loro quel particolare tipo di preghiera – l’orazione mentale, che metteva a fondamento del rinnovamento del rapporto con gli uomini e con Dio – dice: «Ebbi notizia dei danni e delle stragi che stanno avvenendo in Europa…L’Europa è in fiamme. Mi sono domandata che cosa potessi fare io, nel mio piccolo – una donna! – per ovviare a questa situazione». È impressionata dalle notizie delle carneficine, delle guerre assurde per motivi religiosi – ma con dietro tanti motivi economici e politici – e si domanda che cosa può fare. Non era sua intenzione rinnovare i suoi monasteri con tanta radicalità, ma, colpita da quelle notizie, «venni nella determinazione di fare il poco che dipendeva da me, cioè osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione e procurare che facessero altrettanto le poche religiose di questa casa…Per questo Egli vi ha radunate qui, questa è la vostra vocazione…La perdita di tante anime mi spezza il cuore. Mie sorelle, unitevi a me nell’implorare questa grazia» (Cammino di perfezione 1-3, passim).

Vorrei sottolineare alcuni aspetti: la compassione per il mondo, per le ferite del mondo. È l’inizio di una rivoluzione dentro di lei. Dice esplicitamente che non aveva intenzione di fissare una radicalità così profonda: la clausura, la rinunzia a tutto. Per combattere i mali del mondo, decide di vivere il vangelo «con ogni possibile perfezione». Essere il Vangelo è la radicalità che Teresa chiede alle sue monache. Questa è la vocazione che Teresa addita al suo gruppetto e a tutte quelle che la seguiranno. Ritorno perciò alla Parola di Dio, a rivivere le parole, i sentimenti, i gesti di Gesù per imitarli a tal punto da realizzare una comunità che lei chiamava «il piccolo collegio di Cristo», per imitare il più possibile tutto quello che aveva fatto Gesù, essere fraternità in una stessa casa, con un piccolo gruppo di amiche, come fu Gesù con i suoi più intimi, i dodici apostoli.
«Unitevi a me»: l’ideale deve incarnarsi in una famiglia, con dei volti precisi, che costituiscano, in un piccolo angolo della Chiesa, il Corpo di Cristo; accudire, servire, dar da mangiare, accompagnare il corpo di Cristo come fosse lui realmente presente oggi in mezzo a loro.
Quindi tre presenze: il mondo – motivo per cui ci si chiude in clausura; il vangelo – per sapere cosa ha fatto Gesù, per poterlo ripetere -; in una famiglia, facendo Chiesa.

L’uomo è relazione

Questo è il modo in cui è iniziata la riforma teresiana, in un momento in cui nel mondo e nella Chiesa si stava reagendo in diversi modi alla lacerazione dell’Europa. Filippo II stava cercando di ricomporre l’unità facendo la guerra – è la vecchia tentazione che l’uomo ha sempre avuto, quella di fare la pace con la guerra, con la violenza -. Sapete bene com’è andata poi a finire!
Il Concilio di Trento tentò di riformare la Chiesa rinnovandone le leggi, le strutture, le istituzioni, ed ebbe un notevole influsso su tutta la storia della Chiesa.
Teresa agisce in modo tutto diverso, perché è convinta che bisogna incominciare a riformare se stessi, a cambiare il proprio io profondo nella sua dimensione essenziale di relazione.
La definizione più acuta dei filosofi è che l’uomo è relazione. La Trinità stessa è una comunità di Relazioni. È il messaggio sconvolgente rispetto a qualsiasi religione o tentativo dell’uomo di andare a Dio: Dio è comunità di relazioni.
È per questo che la scoperta della Santa, di vivere la vita religiosa rifacendosi al solo vangelo in un mondo come il suo, dove la Bibbia non era spiegata e tanto meno c’era la teologia biblica, è mistero che può aver suggerito lo Spirito Santo all’intuito prodigioso di questa donna. Per riformare il mondo propone alle sue monache di alzare il tasso di contemplazione nella Chiesa. Ma ha un’idea molto originale della contemplazione e della orazione mentale, su cui imposta tutta la vita, cioè l’amicizia, la relazione interpersonale.
Chi andasse a cercare nei testi di S. Teresa – ce ne sono alcuni stupendi – scoprirebbe che lei intende la preghiera come rapporto di amicizia col Signore, nel quale noi ci esponiamo all’amicizia che il Signore ha per noi, – perché la nostra è molto dubbia, ma la sua è sicura – e che vale la pena di esporre la nostra vita al sole di questa amicizia. Teresa comprende che alzare il tasso della contemplazione equivale a elevare il tasso dell’amore, dell’amicizia, della benevolenza. Comincia perciò a radunare poche sorelle in alcuni luoghi, i monasteri, piccoli, semplici, di tredici monache – così voleva all’inizio – per potere in grande semplicità, vivere questa amicizia. Nasce così un nuovo modo di seguire Gesù nella Chiesa, ed è una risposta non a cosa dobbiamo fare, ma a come dobbiamo essere.
Sollecita perciò le sue monache a rifare le radici del proprio essere, ed è convinta che per raggiungere questo bisogna rifare le relazioni, anzi la relazione, ridiventare pian piano capaci di amare e di essere amati, e siccome la fonte di questa relazione grande che ci costituisce nel più intimo è il Signore, che ha manifestato il suo amore in Gesù, nel volto di Gesù, nelle parole di Gesù, nei gesti di Gesù, nei sentimenti di Gesù, in Lui Teresa identifica la notizia di Dio e la notizia degli altri, cioè la possibilità di comunicazione con Dio e con gli altri
Un carisma di amicizia

La comunicazione con Dio, nel nostro catechismo, si chiama Gesù Cristo; e la comunicazione con gli altri – sempre nel nostro catechismo – si chiama Chiesa, il corpo di Cristo. Di qui non si sfugge, perché è l’asse, il nucleo centrale del Vangelo, l’opera di Gesù è distruggere il muro di inimicizia che ci separa dal Padre e dagli altri, ri-creare il nostro essere già creato per amore e “disintegrato” dal peccato.
In concreto, è Gesù l’amicizia, cioè la relazione di Dio con noi e tra noi; e il convergere interiore attorno a Gesù, questa polarizzazione delle nostre energie verso di Lui, diviene la riedificazione vera della personalità attraverso il grande viaggio dentro di noi, per scoprirvi il disordine, l’anarchia delle pulsioni, l’ingovernabilità delle emozioni, e riappropriarsene progressivamente per dire: no, adesso mi metto a posto. I vari passaggi di questo cammino sono i livelli della vita, le strutture psicologiche personali – oggi direbbero i modelli comportamentali affettivi e interpretativi della persona – che dovrebbero approdare alla ricostruzione del nostro io secondo l’umanità di Gesù.
Si capisce allora che quello di Teresa non è un carisma specifico, ma è un vivere nel cuore del Vangelo: un gruppo di amiche, unite con Dio attraverso l’umanità di Gesù, che ci ha chiamati e che ci tiene insieme. Amici di Gesù, amici tra di noi: il carisma teresiano, la sua specificità originale all’interno della Chiesa, all’interno dell’Ordine, è l’amicizia evangelica. La Santa cogliendo lungo l’asse dell’umanesimo una valenza nuova, quella del valore della persona e quindi dell’amicizia, ha voluto creare, rinnovare l’antica tradizione di un Ordine – ha continuato a chiamarsi carmelitana – facendo sì che le sue monache si dedicassero a rifare le radici del proprio essere. L’amicizia, più dell’amore, è una forma di chiamata all’eguaglianza, è un rapporto paritario che include la dimensione, che non sempre è nell’amore, a meno che non si tratti di un amore proprio puro, che è la gratuità.
Per insegnare alle sue sorelle a praticare questo, espone ciò che lei ha sperimentato nella sua vita. Dice che è stata come accompagnata dal Signore, ma che per tanti anni ha fatto una fatica immensa ad uscire dalla insignificanza, in cui siamo un po’ tutti noi, quella disposizione cioè ad amare il Signore, ad essere dei buoni cristiani, a fare abbastanza bene i doveri del proprio stato, ma senza mai decidersi ad una radicale totalità.
S. Teresa provò questo anche in monastero e non ha paura a confessarlo: ha passato vent’anni a dibattersi nell’alternativa tra amore di Dio e amore dell’uomo, che voleva a tutti i costi tenere insieme, perché gli amici, le amiche li sentiva necessari. Ma questo era far piacere a se stessa; l’orazione invece è far piacere a un Altro, e la lotta era tra far piacere a se stessa o far piacere a Dio. Era il suo dilemma. Lottò a lungo senza riuscire a vivere una piena radicalità, un totale distacco, a mettere il Signore al primo posto, facendo passare in secondo piano tutte le altre cose che la interessavano. Si esercitava sì in quel particolare tipo di preghiera che lei chiamava orazione mentale, che vuol dire mettersi nell’atteggiamento interiore di lasciarsi amare dal Signore, ma la continua richiesta di questo amore la scavava dentro, al punto tale che, non riuscendo a rispondervi pienamente, con totalità, con radicalità, era tentata di smettere del tutto di praticare un simile modo di pregare e di rifugiarsi in un tipo di preghiera meno compromettente, meno impegnativa, una preghiera che non fosse quello stare lì a guardarsi negli occhi, senza far altro, quel trovarsi continuamente di fronte alla realtà del proprio essere, inadeguato, incapace, e forse non del tutto desideroso di essere invaso davvero dalla potenza dell’amore del Signore.
Ci conforta sapere che anche lei ha sperimentato l’appannarsi della ricerca radicale del Signore, e di conseguenza ha vissuto l’ansia della riscoperta di Gesù, che equivale a riprendere il vangelo in mano, a centrare la propria vita, i propri sentimenti, la propria riflessione, quel poco che di noi stessi abbiamo in mano per orientarlo a Lui, al suo volto, alle sue parole, ai suoi gesti per imprimerli sempre più dentro di noi, per predisporci a che Lui, o il suo Spirito, venga in noi e si prenda lo spazio che noi non riusciamo a dargli da noi stessi.
Alla fine però Teresa optò definitivamente per la scelta radicale di Dio e divenne una donna libera.

I fondamenti della preghiera teresiana

C’è una porta – così la chiama Teresa – per entrare nell’amicizia col Signore: un esercizio cioè abbastanza costante, simile a quello di due persone che si amano: incontrarsi, parlarsi, guardarsi negli occhi: l’orazione. Bisogna ritagliarsi nella propria giornata questi momenti e rimanervi fedeli.
Teresa dichiara esplicitamente che “il fondamento di questo edificio – o castello – dove vorremmo ricevere, dare ospitalità al Signore (mentre è lui che è già dentro, nella parte più intima dell’edificio ad aspettarci) è l’umiltà, il riuscire cioè a riconoscere la propria verità. Camminare nella verità . È il passaggio più difficile secondo la Santa: perdere la honra – noi diremmo perdere la faccia -, non aver paura di essere noi stessi, lasciar cadere le maschere, esponendoci senza difese alla luce del Signore. Ci accorgeremmo allora che siamo egocentrici, egoisti. L’egocentrismo fa parte della natura umana ed è la possibilità dell’uomo di dire “io”. Chi non dice “io” non è che sia virtuoso, è semplicemente matto, è dissociato. Dall’egocentrismo non ci salva nessuno; e le virtù portano ad un notevole punto di equilibrio umano, ma non c’entrano niente col Vangelo. Nel Regno dei Cieli l’ultimo di questa terra sta benissimo primo. Altrimenti cadiamo nel moralismo.
Il vangelo invece ci spinge nella direzione opposta: si tratta di diventare eterocentrici, il centro deve essere Gesù: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20). In S. Teresa il capitolo 23 della Vita è il grande crinale tra la vita di prima – mai staccata del tutto da sé, sempre sbilanciata tra l’io suo e l’Io di Gesù – e la vita nuova finalmente uscita dall’egocentrismo: «Da qui innanzi sarà vita nuova, perché se quella che ho finora descritta era mia, questa che ho vissuta, da quando ho cominciato a parlare di orazione, è di Dio che vive in me…» (Vita 23, 1).
La verità su se stessi, dunque, è il fondamento su cui si costruisce l’edificio spirituale, e se non si fa questo passaggio, si rimane sempre legati a questa specie di paura interiore e non si cammina liberamente nell’amore. La Santa riteneva che la ricerca della verità, quindi l’accettazione della nostra povera umanità, così com’è, è umiltà. Perciò esortava a non spaventarsi delle proprie fragilità, delle proprie incapacità, dei propri peccati, perché non sono questi che ci allontanano da Dio, ma l’orgoglio con cui li difendiamo. Fa molto più male la vergogna che ne abbiamo per orgoglio, che il peccato stesso. C’è un brano stupendo che forse scandalizzerebbe i catechisti di oggi, dove afferma che il male è nel più intimo di Dio. Dice infatti: immaginatevi Dio come un grande palazzo, nella parte più intima del quale avvengono tutte le efferatezze, le ingiustizie, i peccati degli uomini. Dio soffre questo male e fa di tutto per trasformarlo nel suo amore, perché l’amore e l’amicizia sono più grandi e più importanti del peccato. Soltanto partendo dall’amore il resto si può redimere, perché tutto il resto, compreso il peccato, è meno importante dell’amicizia e dell’amore. Mettersi nella verità di noi stessi è mettersi nell’amore.

L’insistenza con cui la Santa ad ogni passo, nella vita concreta delle sue sorelle, cerca di stimolarle a non aver paura della propria verità, è impressionante nei suoi testi. Alle sorelle che la interrogano su come discernere a che punto sono nel cammino di amicizia col Signore, risponde dando tre criteri: il primo è l’amore fraterno – e questo è vangelo – ; il secondo è il desiderio di essere considerate le ultime, lasciare cioè che gli altri ti mettano all’ultimo posto (questo lo ripete tante volte, mettendo in guardia le sue monache dalle insidie dell’io, perché l’affermazione di sé è sempre in agguato ed è la dimostrazione pratica che il nostro edificio spirituale è impostato sul primato dell’io e non sul primato di Dio), perché, se l’amore è vero, l’altro è più importante di te: amare davvero vuol lasciare sempre il primo posto all’altro.
L’amicizia però, per liberare davvero l’uomo, ha bisogno di stimolare dentro di lui una capacità di distacco da tante cose, e soprattutto da quelle che gli impediscono di accrescere la propria umanità. Nel vangelo si vede chiaramente che dove arriva il Signore, l’umanità si dilata, tutte le ferite, le menomazioni, gli handicap di cui soffrivano le turbe che si stringevano intorno a Gesù – ciechi, zoppi, indemoniati, quelli che avevano grossi problemi in casa, la suocera di Pietro, la bambina della Cananea, colpita da una malattia strana – scompaiono. I ciechi ci vedono, chi è oppresso da catene, problemi, peccati riacquista la propria libertà, la propria umanità.
Secondo Teresa tale opera di liberazione, di diffusione dell’amore, che dilati e ri-costituisca, ri-formi l’umanità che ognuno di noi ha stampato dentro di sé e verso la cui piena realizzazione tende tutto l’essere interiore, è possibile. Ma perché questo avvenga, bisogna infrangere tanti legami, tanti lacci e tante catene. La proposta del Signore si rivolge a noi, ripiegati, talvolta ormai rassegnati alla nostra incapacità, alla nostra inadeguatezza ed è una proposta di amore-amicizia. Quindi non il Signore giudice, non il Signore che punisce, non il Signore solo maestro, non il Signore solo sacramento – tutte cose importantissime – ma il Signore amico, egli che ha detto:«Non voglio più servi, ma amici».

Un carisma di speranza

È nel vangelo che S. Teresa ha riscoperto che la nostra religione non è una fra le tante che cercano una via di salvezza per andare a Dio; è un annuncio, è un vangelo, l’annuncio agli uomini che Dio ci vuol bene. Quindi la notizia di un fatto, non la ricerca di un cambiamento nostro. Il fatto è che Dio «ha tanto amato il mondo, da mandare il suo Figlio unigenito, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvo per mezzo di lui» (Gv 3, 17). Dio è nostro amico.

Allora l’accogliere, o almeno il mettere al centro delle nostre preoccupazioni religiose l’amicizia, ovvero l’accoglienza della proposta fondamentale del cristianesimo, che è un Dio-amico, è la provocazione di S. Teresa, partendo dalla consapevolezza che l’uomo è relazione, come abbiamo visto sopra. Il rapporto con l’altro non è un dovere, un compito da assolvere, ma è l’unico modo per scoprire noi stessi. Da soli siamo niente, siamo delle solitudini; soltanto nel dialogo con un altro noi scopriamo, riformiamo, rinnoviamo, perdoniamo noi stessi. L’altro non è un rivale, ma un alleato, perché sulla via della ricerca di relazione, l’altro ti offre la possibilità di essere te stesso.
La scoperta di S. Teresa è di una attualità sorprendente, perché va al centro della riscoperta di quello che ci fa umani. Il tipo di preghiera che lei propone prescinde da qualsiasi situazione in cui uno viene a trovarsi e da qualsiasi forma di vita – religioso, laico, coniugato, povero, ricco, santo, peccatore -, perché la situazione di amicizia evangelica va direttamente al cuore e aiuta l’uomo ad essere quello che deve essere.
Per chi vive una simile relazione di amicizia, cambia lo stile di relazione con gli altri: in famiglia, al lavoro, in comunità.
Alle sue monache S. Teresa, parlando delle relazioni comunitarie, dice che la rivalità o la competizione devono essere assolutamente escluse: «Per voi che battete questa via il più è fatto (l’essersi chiuse in clausura). Adesso aiutatevi le une le altre a maturare» questa relazione, ossia questa capacità di amare. «Chi non prende questa determinazione, non farà mai profitto, ne sia certa, perché l’umiltà – la propria umanità accettata – è il fondamento dell’edificio»: «Sorelle, se volete che il vostro edificio si innalzi su un buon fondamento, procurate di essere le ultime, le schiave di tutte».
Il movente deve essere l’amore, il solo capace di costruire il vero io, in grado di amare, di effondere dare la gioia di sé. Questo però può avvenire quando il cuore, distaccato da tutti gli elementi secondari, si è fatto talmente libero da essere capace di ri-conoscere che l’altro è il fondamento del proprio io e della propria gioia.
Gli unici a tradire noi stessi siamo noi, non sono gli altri. Siamo noi che rinunciamo per paura all’amore gratuito: «Tutto, o quasi tutto consiste nella rinunzia a noi stessi. Senza un vero distacco non si può fare orazione». L’orazione come lei la intende, – un atteggiamento profondo cioè di benevolenza, ricevuta da parte di Dio, accolta nel cuore e divenuta capace, a sua volta, di defluire da noi verso gli altri -, non si può realizzare se non è fondata sulla capacità di rinunciare al nostro egoismo.
L’insegnamento di Teresa è che solo nell’amicizia l’uomo scopre che il dovere, il non poter fare certe cose (la morale insomma), può coincidere con una profonda libertà, perché si accorge che un volto, un progetto, una persona, Dio stesso corrisponde a ciò che di più intimo e di più grande c’è dentro di lui.

«L’uomo è tanto più libero, quanto più perfettamente obbedisce a Dio e alla sua volontà» (V. Balthassar).

Infine – e questa è l’ultima osservazione che vorrei fare – da tutto quanto abbiamo esposto finora si deve concludere che la mistica, secondo S. Teresa, precede sempre l’ascesi, perché, se Dio è amico , desidera prima di tutto di essere cercato, guardato, amato, desiderato come si cerca, si guarda, si ama, si segue un amico. Guardare a Gesù. Il resto viene di conseguenza.
È il messaggio di speranza e di gioia che il Carmelo vuole consegnare al mondo d’oggi.

P. G. Bettati


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