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Decisa a camminare sulla strada magnifica della Presenza di Dio «senza mai tornare indietro» (UR 23), Elisabetta ci spiega i pericoli delle deviazioni, degli indugi e dei regressi. Il testo ci ricorderà il «nescivi – non voglio sapere altro» del secondo «giorno» (UR 3-5), ma spiegherà più ampiamente il fine supremo dell’«adorazione di Dio a causa di Se stesso». Elisabetta procede nell’ottica generale della sua vocazione: la gloria del Cielo (evocata con la formula dell’«eterno presente») vissuta già sulla terra, «nel cielo» dell’anima (chiamato oggi sua «casa» interiore).

Elisabetta riprenderà in particolare tutto quello che bisogna «lasciare», «dimenticare», «perdere» per «camminare» sulla via magnifica della Presenza adorata. Guidati dalla grazia dello Spirito, che cosa dobbiamo fare tra l’inizio e la fine di questa salita spirituale? Dal punto di partenza (l’«io» non purificato, la vita «naturale», «tutto questo mondo che in un certo senso fa parte di noi stessi») sarà necessario allontanarsi («rottura», «isolamento», «separazione», «spogliamento») per arrivare all’adorazione «perfetta» dell’unico Dio, punto d’arrivo.

L’unicità di Dio, la sua «divinità», veramente fanno di Dio un «grande solitario», che vive in una «immensa solitudine». Pensiero che richiama la conclusione della preghiera «O mio Dio, Trinità che adoro»: «Oh miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità dove io mi perdo» (NI 15). Ma questo «grande solitario» è Trinità! E Trinità che ci colma dei suoi «doni». È Amore creatore e salvatore, e ogni anima può chiamarsi, come Elisabetta, «figlia di Dio, sposa di Cristo, tempio dello Spirito santo»! «Ascolta, figlia mia», grida Dio, «tendi l’orecchio!».

Elisabetta desidera di conseguenza essere, a sua volta, «una grande solitaria» ad immagine di Dio, «libera da tutto» (annientata e liberata), «perfetta come il suo Padre celeste». Se è amata tanto da un Dio così, non può permettersi di essere banale: deve essere bella per «rendergli omaggio», per piacere al cuore di Dio che si riflette in lei (vedere UR 8). Tutto oggi è all’insegna della bellezza: «bello» lo sguardo teso verso Dio, «bello» il silenzio interiore, «bellezza» dell’anima e «bellezza» del suo Re.

Quasi ci si dimenticherebbe che la malattia fisica sfigura l’ardente Elisabetta, che questo decimo «giorno» tratta di tutto quello che bisogna «lasciare». Ma il lessico richiama le pagine esigenti di san Giovanni della Croce, anche lui, è vero, cantore della bellezza divina e dell’Amore senza misura. La sua formula delle «quattro passioni» (desiderio, timore, gioia, dolore), che includono le undici passioni della filosofia scolastica (e delle loro decine di ramificazioni che sono in noi…), ricorda la necessità di una generosa vigilanza e del perdono di Dio sempre a portata di mano (vedere UR 31).

Elisabetta concentra la sua visione ascetica attorno a tre concetti.

  1. L’unità interiore (essere «tutta intera nell’unità del mio essere»), in contrasto con la dispersione e il tumulto dei «movimenti» causati dalle passioni e che impediscono all’anima e alle sue forze vitali di essere in pace («calma», «sonno delle potenze»), non «perfettamente orientate a Dio» (pensiamo alla lira dell’anima «tutta ordinata a Dio» di UR 3).
  2. Il «silenzio interiore», opposto al «rumore» e alle voci di quanto «popola» il mondo interiore: «sensibilità», «ricordi», «impressioni ecc.».
  3. L’attenzione a Dio: «Bisogna che l’anima sia tutta vigilante nella sua fede, con lo sguardo fisso sul Maestro». Non si può non pensare al desiderio di Elisabetta formulato nella sua Preghiera: «Pacifica l’anima mia […]. Che io non vi ti lasci mai solo, ma che io sia qui tutta intera, tutta vigilante nella mia fede, tutta adorante, tutta offerta alla tua azione creatrice» (NI 15). Si noti in questa supplica la ripetizione dei quattro «tutto» e l’assoluto che essa esprime.

La vigilanza interiore favorisce la lode. Tutta «vigilante nella sua fede», Elisabetta canterà: «Io sveglio l’aurora». Il torpore della notte passata equivale allo stato di veglia: è l’«aurora» che Elisabetta attende, proprio come quando Maria Maddalena incontrava il suo Maestro «all’alba» di Pasqua (Gv 20).

Elisabetta si muove nel clima pasquale che trionfa della tristezza del Venerdì santo. Il ricordo del mattino di Pasqua è forse davanti ai suoi occhi, l’aveva da poco evocato: «Questo giorno di Pasqua, alle 5, abbiamo la Messa della Risurrezione, seguita da una magnifica processione nel nostro bel giardino. Tutto era così calmo, così misterioso, sembrava che attraverso i viali solitari il Maestro stesse per apparire come un tempo alla Maddalena, e se i nostri occhi non l’hanno visto, tuttavia le nostre anime l’hanno incontrato nella fede. È così bella la fede, è il Cielo nelle tenebre, ma un giorno il velo cadrà e noi contempleremo nella sua luce Colui che amiamo; in attesa del “Veni” (Vieni) dello Sposo bisogna donarsi, soffrire per Lui e soprattutto amarlo molto » (L 162).

Presto il velo cadrà per Elisabetta, che si perde di vista e soprattutto ama molto. Ella ripete: «Per suo amore ho perduto tutto» (Fil 3,8) – tenendo solo l’Amato e l’Amore. Ha davanti al suo sguardo solo la Vita e il Vivente.

(Conrad de Meester – OCD)

Il testo di Elisabetta

  1. «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste » [Mt 5,48]. Quando il mio Maestro mi fa sentire questa parola nel fondo dell’anima, mi sembra che mi domandi di vivere come il Padre «in un eterno presente», «senza prima, senza poi», ma tutta intera nell’unità del mio essere in questo ora eterno» [Ruysbroec]. Che cos’è questo presente? Davide mi risponde: «Si adorerà sempre Dio a causa di Se stesso» [Sal 71, 15].

Ecco l’eterno presente in cui Laudem gloriae [Lode di gloria] deve stare salda. Ma perché sia vera in questo atteggiamento di adorazione, perché possa cantare: «Io sveglio l’aurora» [Sal 56,9], deve anche poter dire con san Paolo: «Per suo amore, ho perduto tutto» [Fil 3,8]; cioè: per Lui, per adorarlo sempre, mi sono «isolata, separata, spogliata» [san Giovanni della Croce] di me stessa e di tutte le cose, tanto sul piano naturale che su quello soprannaturale di fronte ai doni di Dio. Poiché un’anima che non è così «annientata e liberata» da se stessa, in certi momenti sarà inevitabilmente banale e naturale, e questo non è degno di una figlia di Dio, di una sposa di Cristo, di un tempio dello Spirito santo.

Per premunirsi contro questa vita naturale bisogna che l’anima sia interamente desta nella sua fede, con lo sguardo rivolto al Maestro. Allora «camminerà, come cantava il re-profeta, nell’integrità del suo cuore dentro la sua casa» [Sal 100,3]. Allora «adorerà sempre il suo Dio a causa di Se stesso» e vivrà, a sua immagine, nell’eterno presente dove Egli vive…

 

  1. «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ». Dio, dice san Dionigi, è «il grande solitario». Il mio Maestro mi chiede di imitare questa perfezione, di rendergli omaggio vivendo da grande solitaria. L’Essere divino vive in un’eterna, immensa solitudine, da cui non esce mai. Pur interessandosi dei bisogni delle sue creature, non esce mai da Se stesso; e questa solitudine non è altro che la sua divinità.

Perché nulla mi faccia uscire da questo bel silenzio interiore, si richiede sempre la stessa condizione: solitudine, separazione, spogliamento! Se i miei desideri, le mie paure, le mie gioie o i miei dolori, se tutti i movimenti causati da queste «quattro passioni» [san Giovanni della Croce] non sono perfettamente orientati a Dio, io non sarò solitaria, ci sarà del rumore in me. Si richiede dunque, la calma, il «sonno delle potenze», l’unità dell’essere. «Ascolta, figlia mia, tendi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e il Re sarà rapito dalla tua bellezza» [Sal 44, 12-13].

Mi sembra che questo appello sia un invito al silenzio: ascolta… tendi l’orecchio…Ma per sentire, bisogna dimenticare «la casa di suo padre», cioè tutto quello che riguarda la vita naturale, quella di cui intende parlare l’Apostolo quando dice: «Se vivete secondo la carne, voi morirete» [Rm 8,13]. Dimenticare «il suo popolo», mi pare più difficile; perché questo popolo è, in definitiva, tutto quel mondo che fa parte di noi stessi: sensibilità, ricordi, impressioni, ecc., l’io in una parola! Va dimenticato, lasciato, e quando l’anima ha operato questo taglio, quando si è distaccata da tutto, il Re è rapito dalla sua bellezza. Poiché la bellezza è l’unità…almeno in Dio!

(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)

 

 


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