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ATTUALITÀ DI S. TERESA DI GESÙ, NELLA MEMORIA DI UNA FIGLIA
CHE HA SEGUITO LE SUE ORME: LA BEATA MARIA DEGLI ANGELI

P. Jesús Castellano Cervera OCD
Sono stato invitato a parlare dell’attualità di S. Teresa e del suo carisma proprio in questo monastero delle carmelitane scalze di Moncalieri, in questo momento che vuol essere davvero un momento di fraternità aperta con le nostre sorelle, ma anche con tutta la famiglia del Carmelo, con tutti gli amici di questo monastero: perché il Carmelo – dice Von Balthassar, parlando di Elisabetta della Trinità e Teresa di Lisieux – è un luogo di comunione e di dialogo anche tra le diverse spiritualità. Non siamo chiusi, siamo aperti. La nostra conversazione si inserisce fra le tante celebrazioni di questi trecento anni di presenza delle sorelle carmelitane che da tre secoli, qui a Moncalieri, vivono l’esperienza carismatica del Carmelo teresiano, per essere una comunità orante e santa come lievito della città degli uomini, una casa di Dio in mezzo alle case della città, come ha voluto Teresa i suoi Carmeli. In un carmelo dedicato, come da sempre lo fu tutta la famiglia carmelitana, alla Madre di Dio e affidata alla protezione di S. Giuseppe.
E questo a partire dalla preziosa eredità della beata Maria degli Angeli, la prima figlia di Teresa beatificata qui in Italia; ma con lei vogliamo onorare anche la Madre, Teresa di Gesù, che ha dato a questa figlia quasi una interpretazione del suo essere, della sua vita, tale è il gemellaggio spirituale che esiste tra Teresa di Gesù e la beata Maria degli Angeli.
Mi sembra che, se non tocca a me in questo contesto parlare degli influssi della Madre fondatrice spagnola sulla figlia italiana, dobbiamo almeno premettere qualche cosa. Chi legge la biografia della beata Maria degli Angeli – come io l’ho letta in questi giorni per prepararmi a questo incontro – sente una specie di straordinaria affinità spirituale tra le due donne di Dio: nei fervori iniziali, nelle resistenze fatte al Signore, nella ricerca delle vanità adolescenziali che frenano il dono totale di sé, nella grazia della conversione, nell’amore verso S. Giuseppe, lo Sposo di Maria, verso la Madre di Dio, nel fervore eucaristico, nella dolce maternità spirituale, nella capacità di trattare con tutti, anche con la nobiltà torinese, come Teresa trattava con il re e con altri nobili.
È vivo nella figlia lo stesso amore per Cristo nella sua santa Umanità, che troviamo nella Madre: l’Umanità in tutti i suoi misteri, dal Natale alla Passione e Risurrezione.
Ha goduto di esperienze mistiche, simili a quelle della Madre fondatrice: parole interiori, grazie eucaristiche, grazie trinitarie, ma soprattutto ha coniugato bene, come la sua Santa Madre, il binomio miseria-misericordia. Altissimo senso di Dio e profonda umanità, con le sue consorelle, ma anche con tutti.
Nel solco della eredità teresiana, ha lasciato un’impronta, una ricchezza di continuità del carisma della famiglia teresiana. Un carisma che si arricchisce con il tempo e diventa anche patrimonio Dio vita.
Per questo, parlare oggi della attualità della Madre Teresa è mettere in luce la preziosità del carisma della Beata che ha seguito le sue orme, ha arricchito questo carisma, ed è gettare anche una luce sulla comunità del carmelo di Moncalieri che, in comunione con tutti gli altri carmeli del mondo, è una presenza del carisma stesso per il bene della Chiesa, nella preziosità di un frammento che si riferisce ad un tutto, la famiglia del carmelo teresiano sparsa nei cinque continenti, presente in cielo con i suoi santi e le sue sante ed in terra con tanti fratelli e sorelle che vivono, proprio come figli e figlie di Teresa di Gesù e di Giovanni della Croce, l’avventura del vivere nella Chiesa, con la Chiesa e per la Chiesa.
Questo piccolo omaggio alla beata Maria degli Angeli e alle nostre sorelle del carmelo di Moncalieri vuol fare da introduzione alla mia conferenza.
Vi parlerò di S. Teresa di Gesù, proprio in questo mese di marzo che è un mese tutto teresiano. È il mese della nascita di Teresa di Gesù – 28 marzo 1515; il 12 marzo del 1622 è stata canonizzata. .
Probabilmente il mese di marzo è stato anche il mese della conversione di Teresa, la seconda conversione, di cui ci parla lei nel libro della sia vita, al capitolo nono, perché fu durante la Quaresima che portarono al monastero una bella immagine del Cristo alla colonna e lei di fronte a questa immagine – non fu una visione – ricevette una grazia forte: si commosse, rivivendo l’episodio evangelico della Maddalena e con un battesimo di lacrime fu toccata dall’amore di Dio, senza mai più tornare indietro. Da questo momento Teresa è un’altra.
Questo mese di marzo …questo tempio…Guardavo in alto, osservando l’espressione che ha Teresa, tipica dell’arte barocca. Anche questa bella tela (del Seyter) che raffigura un fatto carismatico: la dimestichezza di Teresa con la Madre di Dio, con S. Giuseppe, anche alla grazia stupenda, di cui parla Teresa nel capitolo trentaquattro del libro della Vita, quando è stata rivestita di luce.
In questo ambiente, in questo mese di marzo, sembra quasi normale far scendere Teresa qui con noi a farci compagnia e lasciare che non io parli di lei, ma che sia lei, amica, sorella, che ci fa sentire tutta la forza della sua presenza e della sua attualità.
Che cosa vuol dire parlare dell’attualità di Teresa? Il grande scrittore spagnolo, fra Luis de Léon, al quale i carmelitani commissionarono, proprio per la sua grande personalità letteraria, dottrinale, di preparare la prima edizione delle opere della santa, ha scritto un famoso prologo nel quale diceva così: «Non ho conosciuto la madre Teresa in vita, ma la vedo sempre in due immagini vive che lei ha lasciato di se stessa: i suoi scritti e le sue figlie; perché, leggendo i suoi scritti, la sento che parla, dolcemente». (si parla di Teresa di Gesù, del suo scrivere, del suo dialogare, del suo comunicare, come di una vecchia che accanto al focolare della Castiglia, narra le cose di Dio; si parla anche di una lunga lettera che si riceve quando si legge il libro delle Mansioni, il libro della Vita). Teresa dunque viva, allora, nei suoi scritti; Teresa viva nelle sue figlie: pareva a questo grande dotto, Luis de Léon che, andando a parlare a Madrid, dove c’era una figlia illustre di Teresa, qualche volta anche un po’ bastonata da lei nelle lettere – Anna di Gesù – anche lei molto addentro a tante cose anche della corte spagnola, andata in seguito in Belgio per fondarvi il Carmelo -, vedeva come una fotografia di Teresa. Era la stessa Madre, lo stesso stile, la stessa chiarezza, lo stesso amore, la stessa simpatia, la stessa nobiltà d’animo.
Che dire adesso, nel 2003? Teresa non parla soltanto spagnolo, come poteva parlare allora, ai tempi di Luis de Léon, perché parla tante lingue, quante sono le traduzioni dei suoi scritti – forse trenta, quaranta lingue -. Ai tempi di Luis de Lèon i monasteri erano circa venticinque; adesso i monasteri sono circa novecento, le figlie sono quasi tredicimila; e anche noi, figli di S. Teresa, siamo oltre quattromila, dispersi nei cinque continenti. Le monache si trovano in Islanda e in Africa, si trovano dappertutto: in Asia, in Siberia, in Lituania, si troveranno fra poco anche in Albania. Questa semina del carisma teresiano diffusa in tutta la Chiesa rende ragione già della sua attualità. Attualità dei suoi scritti, attualità di questi volti luminosi delle sue figlie dappertutto.
In quel tempo c’era solo Teresa, dopo è venuta la saga delle Terese: Teresa Margherita Redi, italiana; Teresa del Bambino Gesù, Teresa Benedetta della Croce, Teresa de los Andes. Ci sono tanti altri volti di Teresa che – sono tutte diverse, non sono fotocopie – sono figlie della Madre. Sono nella Chiesa per dare ragione della fecondità di un carisma, quello del Carmelo teresiano.
Non intendo però parlare in modo apologetico: voglio parlare in modo ragionato, dialogante, serio, come si addice a una presentazione del carisma teresiano. E vorrei farlo in tre momenti.
Il primo momento è ripercorrere la vicenda teresiana nel secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle, quasi una rilettura breve di quello che io giudico il secolo teresiano per eccellenza, dopo il secolo XVI, quello in cui visse Teresa di Gesù. Il secolo XX è quello del pieno ricupero di Teresa nella Chiesa.
Vi offrirò poi alcuni tratti fondamentali della spiritualità di Teresa per noi.
In un terzo momento vorrei lasciarmi interrogare da alcuni aspetti della Chiesa di oggi per dire come si colloca Teresa, per dare un parola, una risposta, un arricchimento.

L’alba del terzo millennio è un momento non solo cronologico, ma teologico e provvidenziale. Ci mette davanti all’oggi nostro, della Chiesa, del mondo, per cogliere la vitalità e la vivacità di Teresa non isolata in sé stessa, ma contemplata nel mistero di Cristo, nella forza perenne del vangelo, nella Chiesa dei Santi e dei carismi, ringiovanita e rinnovata sempre dalla Spirito Santo. Si tratta di cogliere nella Santa la permanenza del carisma fondazionale a noi trasmesso, come eredità viva, per essere vissuto, arricchito nel dinamismo del Corpo mistico che è la Chiesa.
L’alba del terzo millennio ci stimola a ripercorrere, con una visione retrospettiva, almeno il tempo che ci ha immediatamente preceduto, per sapere, a grandi linee, dove ci troviamo e come la Provvidenza, in comunione con la Chiesa, ha aiutato anche noi carmelitani, sotto l’azione dello Spirito, ad affrontare questo momento ed il futuro con una adeguata preparazione.
Il secolo XX «il secolo breve», come lo definiscono alcuni storici, è interessantissimo, perché è stato il secolo teresiano per eccellenza, iniziato con un momento di apoteosi per Teresa.
A partire dal secolo XVI, dopo la sua morte e la pubblicazione dei suoi scritti, con gli influssi un po’ a tappeto in tutta la storia della spiritualità post-tridentina, che vanno dalla scuola francese di spiritualità a S. Francesco di Sales, tanto vicino a questa città di Torino, Teresa è arrivata al secolo XX come la grande santa della spiritualità mistica, la grande maestra della preghiera, quasi il punto di riferimento per l’esame, per la considerazione, la spiegazione delle esperienze mistiche in tutta la Chiesa.
Eppure devo dire che questo secolo ha conosciuto – mi piace dirlo, perché è così – dopo il grande momento dell’apoteosi teresiana, un repentino declino, dovuto anche a circostanze molto precise del cambiamento epocale della spiritualità. Difatti abbiamo incominciato il secolo con la commemorazione del quarto centenario della sua nascita (1915), in occasione del quale si è celebrato un grande congresso verso gli anni “20” in Spagna, proprio in un momento in cui la sensibilità dell’epoca portava ad esaltare la mistica (il grande movimento mistico promosso anche dai Domenicani, dai Gesuiti, dai Carmelitani in Spagna).
Ne seguì una grande fioritura di studi dottrinali, critici e storici, ancora molto imperfetti. Incominciò invece il grande lavoro di recupero dei testi teresiani e l’inizio timido della revisione storica. Basti pensare all’opera del padre Silverio di S. Teresa.
Intorno agli anni 30, in coincidenza con il grande movimento spirituale che precede e prepara lentamente il Vaticano II, incomincia un momento di calo di interesse. Ho notato, approfondendo la storia della spiritualità contemporanea, come a un certo punto c’è, soprattutto nel centro Europa, una specie di rifiuto di tutto quello che è post-tridentino, di tutti i santi spagnoli, un po’ barocchi, troppo mistici, che avevano in qualche modo monopolizzato la spiritualità. Benché il Carmelo teresiano sia in espansione, l’interesse diminuisce, soprattutto perché subentra un forte rinnovamento biblico, liturgico, patristico, monastico, ecumenico… Teresa, con altri santi post-tridentini, incomincia a perdere quota nel campo di una teologia e di una spiritualità che vogliono rinnovarsi alle fonti stesse della Rivelazione. Una terribile critica fu rivolta a tutti i mistici della Spagna del secolo XVI, compreso Ignazio di Lodola, i Gesuiti, gli esercizi spirituali, perché facevano camminare troppo come un esercito, troppo ascetici. Una critica quindi che mette a repentaglio la grande apoteosi che si era appena celebrata in Spagna per S. Giovanni della Croce, per S. Teresa di Gesù; in un momento in cui qualcuno aveva azzardato a chiedere a Pio XI: «Perché non nomina Teresa di Gesù Dottore della Chiesa?». Ed egli aveva risposto: «Non si può, è donna! Obstat sexus»!
Potrei documentare tante cose, ma mi limito alla sostanza. Incomincia dunque il declino di Teresa: ma forse questo è provvidenziale. Meglio che venga la Parola di Dio, meglio ascoltare i Padri della Chiesa, meglio rifornirsi abbondantemente nella vita spirituale di tutta la ricchezza del rinnovamento liturgico. Eppure è un momento in cui c’è una grande attenzione a Teresa nell’area francese. Marcel Lepin che scrive un libro bellissimo sul realismo cristiano in Teresa. Ci sono padri, come Gabriele di S. Maria Maddalena. P. Maria Eugenio di Gesù Bambino, P. Silverio, che sono dei grandi teresianisti, ma non riescono ad immettere Teresa in questa nuova ondata di spiritualità, precorritrice del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Per noi carmelitani è stata anche una fatica ricuperare Teresa, non per noi, ma per la Chiesa, in un momento in cui la spiritualità chiede altre cose: le nuove correnti di teologia e di spiritualità esigevano una presentazione rinnovata della dottrina, della persona e del carisma teresiano, con un’apertura al mondo, spiritualità per i laici, per le famiglie, immersione nel mondo, dialogo con il mondo, dialogo ecumenico, dialogo interreligioso.
Bisognava ricuperare Teresa in pieno. Si incominciò allora a chiedersi, per una felice intuizione, se per caso non avessimo interpretato male Teresa, sorvolando su tanti aspetti dei suoi scritti. Perché non cercare di riscoprire tutta la Parola di Dio che vibra in lei? Perché non sentiamo tutte le sue esperienze mistiche non soltanto come aspetti soggettivi di un’esperienza, ma come esperienze polarizzate intorno a Dio, alla Trinità, a Cristo, alla Chiesa, alla dignità della persona umana? Perché non incominciare a capire che Teresa non è quella santa barocca della statua del Bernini, tutta svolazzante nella sua estasi, ma è una donna andariega, che cammina, che parla, che scrive. Perché non recuperare tutto l’umanesimo di Teresa, del quale si erano disinteressati gli studiosi barocchi?.
Ci fu come una rilettura di Teresa, un suo ricupero, molto bello, perché proprio a partire da questa rilettura teresiana, abbiamo riscattato Teresa dalle strettezze di un certo barocchismo ascetico e di un intimismo mistico, ricuperando tutto lo splendore, tutta la freschezza, tutta la bellezza della sua santità umanissima e anche la profondità del suo messaggio, anche del messaggio biblico che sostanzia tutta la sua dottrina.
Difatti, attraverso lo stimolo del Concilio Vaticano II e attraverso alcune delle sue intuizioni, abbiamo capito che ci sono testi magnifici del Concilio che parlano di Cristo – come la Gaudium et spes; – che parlano della Chiesa – come la Lumen gentium -; che parlano della Parola di Dio, come la Dei Verbum. Ma all’interno della Dei Verbum c’è un testo, che è stato luminoso, che è stato un po’ come la scintilla che ha provocato la proclamazione di Teresa di Gesù a Dottore della Chiesa. Il testo dove si dice che l’approfondimento, l’arricchimento della comprensione della Parola di Dio e delle cose che egli ha rivelato e trasmesso, si attua attraverso il magistero dei pastori, lo studio dei teologi, ma si realizza pure – e questo è stato rivoluzionario per un recupero dei mistici nella Chiesa, del loro carisma di approfondimento della teologia – anche attraverso la profonda esperienza spirituale che si ha tanto delle parole, che delle cose rivelate. È stata questa intuizione della Dei Verbum, 8 che ci ha dato una chiave per capire come i carismi nella Chiesa, i carismi dei dottori, dei mistici hanno un ruolo importantissimo nella conoscenza, nell’approfondimento, nella trasmissione e nell’arricchimento della Rivelazione.
A partire da questa intuizione, qualcuno ha pensato con molta audacia: perché in questo nuovo clima – tra l’altro molto favorevole alla donna, a partire dalla Pacem in terris e soprattutto dalla Mater et Magistra di Giovanni XXIII, a partire dal Messaggio alle donne alla fine del Concilio Vaticano II – non sarebbe opportuno proporre una donna come Teresa di Gesù dottore della Chiesa? Dobbiamo rassegnarci a quel «obstat sexus» di Pio XI, che tuttavia aggiunse la clausola: «Forse un mio successore potrà riaprire la questione»?
Ed ecco che un bel giorno – l’ha raccontato anche in un’intervista – Padre Anastasio Ballestrero, futuro Cardinale, indimenticabile Arcivescovo di questa nostra Torino, si presentò a Paolo VI e gli disse: «Santità, vorrei farle una proposta. Non sarebbe bene proclamare Teresa di Gesù dottore della Chiesa?». Il pensoso Papa Montini rispose: «Padre, quale problema ecclesiale abbiamo risolto proclamando Teresa dottore della Chiesa?». Fu una doccia fredda; padre Ballestrero non aggiunse più parola e se ne ritornò un po’ triste. Già quasi ce l’aveva fatta con Giovanni XXIII, ma non se l’aspettava proprio da Papa Montini così sensibile a certe proposte. Però poi le cose andarono così: P. Ballestrero, che è stato un grande ammiratore, uno dei grandi teresianisti del secolo XX, portò a Roma a restaurare due manoscritti teresiani, quello delle Mansioni e quello del Cammino di perfezione. Quello delle Mansioni dovette farlo un po’ alla chetichella, perché, senza il permesso del Governo spagnolo, trasportarono in Italia un manoscritto di grandissimo valore, che è patrimonio nazionale. Il restauro del Cammino di perfezione invece si fece con tutti i permessi.
In seguito, quando si realizzò l’edizione anastatica del Cammino di perfezione all’interno della Città del Vaticano ed era d’obbligo presentare al Papa questa preziosa reliquia. Si racconta che andarono a portare il manoscritto a Papa Montini e il Papa si inginocchiò, baciò il manoscritto e,- come se fosse stato un buon carmelitano, disse: «Sancta Mater Theresia, ora pro nobis».
Sembra che Teresa sia andata in Vaticano a guadagnarsi il titolo di «dottore»! Difatti, pochi mesi dopo, Papa Montini chiama padre Bellestrero e gli dice: «Sa che ripensato a quello che lei mi ha detto? Sarebbe una cosa bellissima fare S. Teresa dottore della Chiesa, soprattutto in questo clima di esaltazione della donna… Però sola no! Facciamo magari anche un’altra santa medievale: S. Gertrude, S. Ildegarda». E padre Ballestrero: «Perché non santa Caterina da Siena?». «Ecco, S. Caterina da Siena. Ottimo. Ne facciamo due!». Lo invita quindi ad andare dal cardinale Larraona – che era allora preposto alla Congregazione dei Santi, per decidere il da farsi.
Si incominciò allora a lavorare, ma fu necessario premettere la convocazione di una commissione di cinque teologi che dovevano dichiarare se una donna poteva essere dichiarata dottore della Chiesa. Il parere fu favorevole. Il 15 ottobre 1967, festa di S. Teresa, Papa Paolo VI disse: «Abbiamo deciso di proclamare S. Caterina da Siena e Teresa di Gesù dottori della Chiesa».
Si mise allora in moto una lavoro molto bello e si arrivò al 27 settembre 1970, quando Paolo VI dichiarò Teresa di Gesù Dottore della Chiesa.
Questo dottorato inatteso, che era una primizia, fu una specie di stimolo grandissimo per tutto il Carmelo teresiano: non si trattava soltanto di onorare con un nuovo titolo Teresa di Gesù, ma era una grande impegno per dimostrare che era dottore della Chiesa non per quello che era stata, ma per quello che attualmente era.
La stessa Positivo presentata alla S. Sede Apostolica per il Dottorato è stata di una portata immensa per riscoprire e presentare la Santa come una vera Maestra e Dottore della chiesa, in sintonia con gli insegnamenti fondamentali del Vaticano II. La proclamazione di Paolo VI stimolò tutto l’Ordine ad un confronto con la persona di Teresa e con l’attualità del suo messaggio, generando tutto un lavoro di approfondimento e presentazione della sua dottrina in sintonia con la teologia, con la spiritualità, con il linguaggio, con le preoccupazioni della Chiesa e della società degli anni 70. Lo studio accurato dei suoi scritti permise di presentare questa donna, questa santa, questo carisma magisteriale, dimostrando come davvero il Signore aveva concesso a Teresa una grazia particolare per parlare di Dio, di Cristo, della Chiesa, della persona umana, della preghiera.
Il 1970 così incomincia ad essere come un punto di partenza per una nuova visione teresiana, per un nuovo modo di accostarsi alla sua figura, per una capacità di rendere Teresa vicina a tutti, per una capacità di immettere Teresa anche nei nuovi circuiti della Chiesa. .
Parlare di Teresa di Gesù significava ri-parlare di lei con oggettività, non con una apologetica facile, per introdurla in tutti i circuiti della teologia che il Concilio Vaticano II aveva rinnovato: parlare di lei e della Parola di Dio; di lei e della Liturgia; di lei e di Cristo, della Trinità, della mistica, del dialogo ecumenico, del dialogo interreligioso con le mistiche non cristiane. E penso che pian piano ce l’abbiamo fatta. Così il secolo XX, il secolo teresiano, verso la fine vede non soltanto questa grande celebrazione del dottorato teresiano. Si tratta dell’avvio di un momento felice che ha il suo culmine nel IV centenario della morte di Teresa di Gesù (1982) con un viaggio splendido di Giovanni Paolo II ad Avila, ad Alba de Tormes, a Segovia, con tutta una serie di conferenze – anche quelle fatte a Torino, grazie al cardinale Ballestrero – ; con un consolidamento della valutazione della persona della Santa, con un migliore apprezzamento del valore teologico della sua dottrina in campi tanto importanti quali l’esperienza di Dio, la cristologia, l’antropologia dell’uomo aperto alla comunione con Dio; la riscoperta delle fonti bibliche della Santa, la sua teologia simbolica, il suo genio femminile espresso nella sua dottrina e nella sua spiritualità.
Fu come un’esplosione di entusiasmo. Teresa di Gesù entrò silenziosamente in dialogo con i teologi, con i mistici, con gli altri cristiani. E verso la fine di questo tempo, quando sorgono certi problemi per la Chiesa, la Chiesa ricorre a lei. C’è un documento famoso sulla meditazione, dove non soltanto si cita abbondantemente Teresa, ma che porta la data del 15 ottobre 1989: la lettera su alcune forme di meditazione nella Chiesa.
Nel 1992, quando viene redatto il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, c’è una parte cospicua dedicata alla preghiera, in cui si cita abbondantemente Teresa di Gesù come Maestra di preghiera.
Teresa interamente recuperata, all’interno del Carmelo e della Chiesa.
Finalmente arriviamo al 2001 e Giovanni Paolo II ci sorprende – dopo aver proclamato Teresa di Gesù Bambino Dottore della Chiesa e Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) compatrona d’Europa – con la Lettera Novo Millennio ineunte, dove a un certo punto, parlando della fame di spiritualità che c’è nel mondo e della preghiera come invaghimento ¬(bellissimo: invaghirsi, perdere la testa, anche se non si sa chi è che perde la testa: siamo noi che perdiamo la testa per Dio, o è Dio che ha perso la testa per noi?). Parlando delle notti oscure della preghiera, ecco in primo piano Teresa di Gesù e Giovanni della Croce.
Questa è l’attualità, un’attualità che è passata attraverso il crogiolo della purificazione, delle critiche, del confronto con la dottrina del Concilio Vaticano II, con il Magistero della Chiesa. Il titolo di Dottore della Chiesa non la allontana, ma la rende più vicina a noi, come diceva Paolo VI che, circa un mese prima di proclamare Teresa Dottore della Chiesa, fece una bellissima catechesi a un’udienza generale sulla conoscenza di Dio, la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di sapere di più, di conoscere di più, di questi uomini del nostro tempo «che cercano miracoli, apparizioni e altre cose»; ma non si deve dimenticare, aggiungeva, «che nella Chiesa ci sono i mistici, e i mistici come Teresa di Gesù e Caterina da Siena, che presto proclameremo Dottori della Chiesa, ci danno il senso di una conoscenza altissima di Dio». Il Dio Vivente che si rivela loro, che si fa sentire, che si immette anche nelle pieghe della vita ordinaria, della storia. Ecco i santi. Ricordo ancora quel giorno nella Basilica di S. Pietro quando Paolo VI disse, nominando Teresa di Gesù: «Abbiamo acceso una lampada davanti al suo volto perché possa brillare di più il suo messaggio perenne per tutta la Chiesa. Il messaggio della preghiera».
Un’attualità di fatto, di diritto; un’attualità, ripeto, in questi nuovi circuiti della spiritualità e della teologia dopo il Vaticano II, per accompagnare la vita della Chiesa anche nel nostro tempo.

Ma, quali sono i grandi messaggi, le linee fondamentali della sua dottrina, del suo magistero, del fatto che sia collocata accanto ad Agostino, a Giovanni Crisostomo, a Tommaso d’Aquino, a Bonaventura e ad altri Dottori? Do alcuni cenni, brevemente.
Certamente Teresa di Gesù è una mistica, e non dobbiamo dimenticarlo: la sua peculiarità, la forza del suo messaggio sta nel fatto che Teresa può dire: «Io ho visto, ho toccato, ho sperimentato, ho udito, ho sentito, ho visto Cristo, ho visto la Trinità». Ma che lo dica non come una qualsiasi visionaria, come accade ai nostri tempi, che dicono delle cose strane e mettono sulla bocca di Maria, dei santi e di Dio discorsi lunghi, che non si può pensare che vengano da Dio. Ma lo dice con la semplicità della S. Scrittura: «Mi è parso…che quello che vedevo è quello che dice Giovanni: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Ho visto il Signore… ha messo la mia mano nel suo costato, come Tommaso… mi ha spezzato il pane… L’ho visto vero Dio e vero uomo, figlio della Vergine Maria, umanissimo…L’ho visto luce da luce: una luce bianchissima… ho visto che mi camminava a fianco, che era testimone di tutto quello che io facevo. Ma un bel giorno mi ha detto un’altra cosa: – sono testi di Teresa – Mangia per me, dormi per me, tutto quello che fai, fallo per me», che è poi quello che dice S. Paolo: « Sia che mangiate, sia che beviate…fate tutto per il Signore». Allora, Signore, è bello vivere per te, se tutta la vita mistica è vivere in Cristo, per Cristo, mangiare per lui, lavorare per lui, godere per lui, sorridere per lui. È una mistica cristiana molto bella, perché è realistica, perché è il divino che entra nell’umano, perché fa capire come la divinità abita dentro di noi. Teresa lo sperimenta con forza, perché, dice, sarei disposta a discutere con tutti i teologi di quello che è la SS. Trinità dopo che l’ho vista. Di un Dio – dice Teresa, che è voglioso di donarsi – è la traduzione esatta della parola spagnola ganoso, un Dio che si dà senza misura, ma un Dio che non soltanto si percepisce con questa forza della mistica, ma un Dio che cambia, che trasforma, che rende la persona un’altra e che talmente la rende “altra”, talmente la rende nuova, che questa persona – come Teresa, come tutti i mistici autentici – sono persone prese da Dio, diventate strumenti di Dio, presenza di Dio, una specie di trasparenza di Dio, persone che vivono una specie di inesistenza, perché sono talmente polarizzate in Dio, che non vivono più per se stessi. Sono rimasto colpito da due persone dalle quali ho sentito questa stessa parola: «Sento l’inesistenza»: una di esse era un monaco del monte Athos. Non esistere più, essere polarizzato in Dio. Teresa, alla fine delle settime Mansioni, capitolo terzo, dice quali sono gli effetti che vengono da questa comunione con Cristo, dal matrimonio spirituale: sembra di non essere più se stessa, di non vivere più per se stessa. Ecco la vera mistica, che non è polarizzazione su se stessi, ma su Dio. E porta il senso della vera mistica cristiana, che oltre ad essere cristocentrica e trinitaria, è mistica di conoscenza, ma anche mistica di trasparenza: la persona viene cambiata. Per questo non è strano sentire – quanto piaceva al cardinale Ballestrero questo testo! – che Teresa dica: «A questo serve il matrimonio spirituale: a produrre opere, opere ed opere». Anche Giovanni Bosco era un mistico, anche Giuseppe Cafasso, anche il Cottolengo era un mistico: mistici dell’azione. Del resto anche Teresa è una mistica dell’azione: finisce il suo Castello interiore facendo una apologetica straordinaria non della mistica interiorizzata, ma della mistica apostolica missionaria.
L’altro tema forte di Teresa, dopo quello della mistica, è quello dell’evangelismo, della riscoperta del vangelo. Normalmente noi parliamo di più dell’evangelismo di Teresa di Lisieux: giusto, perché col Vangelo ha superato il Giansenismo, ha dilatato il senso vero, autentico del vivere la santità vivendo il vangelo.
Ma anche Teresa di Gesù nel suo tempo è una donna del vangelo, è una discepola, è una che segue il Maestro, è una che è innamoratissima della lettura del vangelo, che si identifica con tutte le donne del vangelo. Si sente un po’ samaritana e Maddalena, un po’ Cananea, ma soprattutto è Marta e Maria. E c’è, – quando uno legge e conosce bene santa Teresa – una specie di senso profondo di immediatezza: cioè, Teresa legge il vangelo e lo rivive. C’è una specie di desiderio, che poi diventa realtà, di contemporaneità, quando dice: «Io rido di coloro che dicono che sarebbe piaciuto loro vivere ai tempi di Cristo: ma siamo ai tempi di Cristo quando viviamo il Vangelo». Se vivo il vangelo, sono contemporaneo di Pietro, di Giovanni, della Maddalena, di Maria, di tutti gli episodi della vita di Gesù. Li posso rivivere e, vangelo alla mano, presenza di Cristo in me. Orazione e vita diventano contemporaneità evangelica. Per questo Teresa dice alle sue monache: «Noi siamo il piccolo collegio di Cristo»; noi viviamo con il Signore, ma come discepole. Non solo, ma siamo anche la casa di Betania. Il Signore viene a starsene con noi, a ricrearsi, a mangiare con noi. Il Signore è lo sposo nostro, è il Signore, il padrone della casa. «Fissate gli occhi sul vostro Sposo», dice a queste monache, per essere pienamente ricuperate nella vostra dignità di donne. Non state a pensare ad altre cose, avete il vostro uomo, che è Cristo. Che ricupero di dignità! Che bellezza della vocazione! Chiave di volta è la preghiera come sintesi del vangelo, perché capita e vissuta come amore nel dinamismo di una amicizia che trasforma. Tutto questo è evangelico. Eppure Teresa non aveva la Bibbia, come l’abbiamo noi, tra le mani. Ma da quello che sentiva dal Signore, si innamorava della Parola del Signore, perché vi scopriva quello che non trovava altrove; da quello che ascoltava nelle prediche, voleva sapere sempre di più – e per lei un teologo era soprattutto un biblista, uno che le parlasse di Dio secondo la Parola di Dio -.
Altro aspetto è il dinamismo ecclesiale. In Teresa vi è una esperienza storica e mistica della Chiesa: la Santa è tutta immersa nella Chiesa del suo tempo, tutta immersa anche nei circuiti di allora: amica dei francescani, dei Gesuiti, dei domenicani, di tutti. Un po’ erasmista, perché Erasmo parlava del cristianesimo interiore, un po’ sospettata dall’Inquisizione… Però, quanto amore per la Chiesa in questa frase di Teresa: «Se qualcuno mi venisse a dire che mi hanno accusata all’Inquisizione, o io sapessi che l’Inquisizione ha qualcosa contro di me, io stessa andrei a presentarmi, a chiedere di essere esaminata. Sarei davvero poco fedele al Signore se cercassi di nascondere delle cose che non voglio mostrare alla Chiesa». Com’è bella l’altra frase di Teresa: «Quando io sentii dei mali della Francia e come andava questa sventurata setta – mi dispiace, ma Teresa alludeva ai Luterani, i quali però sono stati molto buoni, perché il 15 ottobre ricordano anche Teresa di Gesù nel loro calendario liturgico! – . Era un trauma per Teresa sentire quello che facevano i Luterani, i quali toglievano il Santissimo Sacramento, che profanavano le chiese. «Allora mi domandavo cosa potevo fare io…». Ecco come vivono i santi: non leggono i giornali come noi, con indifferenza. Ma davanti a quello che accade nella storia si domandano: « Cosa posso fare io per la Chiesa? Cosa posso fare io per l’umanità?». «Vedendomi donna e monaca…». Donna conta niente in quell’epoca, tempo antifemminista al cento per cento: contano i guerrieri, i teologi e quelli che governano. Le donne… non devono nemmeno fare meditazione (per questo Teresa protesta). «Allora decisi di fare quello che era in mio potere, cioè vivere con la massima perfezione possibile i consigli evangelici e che facessero altrettanto quelle che stavano con me»: non sola, ma insieme, comunitariamente, per servire il Cristo. Ma come? Servendo la Chiesa con la preghiera. Ecco perché tutta la vita di Teresa è per la Chiesa. Ella vive la sua preghiera e la sua opera di Fondatrice in una profonda e sofferta comunione ecclesiale che si riassume nel vivere la Chiesa, pregare ed offrirsi per la Chiesa, sentire con la Chiesa, ma soprattutto sentire la Chiesa, servire la Chiesa e collaborare con la Chiesa. Una ecclesialità senza incrinature. Per questo cerca di impiantare piccole tende di spose di Cristo, che per il mondo della Spagna prima, e poi per tutto il mondo, saranno “piccole chiese” – castillitos de Dios – piccoli castelli di Dio: e come deve essere stata contenta quando il Signore una volta le ha detto: « Sono proprio contento di quello che hai fatto, perché questo carmelo di S. Giuseppe è un rinconcito de Dios y un paraíso de su deleite»!
Ci pensate che in questo momento, in quasi novecento carmeli sparsi per il mondo, ci sono delle piccole comunità, come questa di Moncalieri, che cercano di essere la sposa di Cristo, una comunità orante, una piccola chiesa fraterna, un piccolo fermento di santità, persone che in questo momento pregano per la pace, persone che si fanno carico di tutti i mali di questo mondo nella loro preghiera, non con la paura – si è soliti dire che i monasteri sono i «parafulmini della giustizia di Dio». No! Questo è barocco e non è vero, Teresa non l’ha mai detto. Nel Carmelo – dice Teresa – ci sono persone che si offrono insieme in oblazione a Dio. È fondamentale nella Santa, nel suo carattere, nella evoluzione della sua vita spirituale e nella stessa scelta vocazionale la dimensione della comunità, non solo come luogo dove si vive, ma piuttosto come progetto evangelico di vita, condiviso nella preghiera, nella comunione con Cristo, nel vivere il Vangelo insieme, nella pratica della virtù, nella testimonianza specifica di comunità di discepole di Cristo, come il «piccolo collegio di Cristo». Teresa pensa a comunità piccole, cristocentriche, evangeliche ed apostoliche: la Madre imprime alla vita comunitaria una dimensione fraterna – estilo de hermandad – , familiare, gioiosa, umana, per vivere insieme la scelta per Cristo e percorrere un cammino di comunione nella santità. Al centro quindi c’è l’amore, chiave di comprensione dell’ascesi teresiana, che è appunto un’ascesi di comunione. Le virtù non hanno solo una dimensione individuale, ma un compito comunitario ed ecclesiale.
Altro aspetto molto importante è la rivalutazione di tutto l’umano in Teresa di Gesù: il senso della libertà, della coscienza, dell’interiorità, il senso della verità, della simpatia, della gratitudine. Teresa riscatta una specie di cristianesimo del negativo con un cristianesimo del positivo. Partendo da una esperienza personale di umanesimo sano, dalla valorizzazione dell’essere donna e persona umana, giunge alla contemplazione di Cristo, da cui riceve una conferma dell’umano come valore essenziale da coniugare col divino. Il suo modello è Cristo, vero Dio e vero uomo che ci fa respirare in una spiritualità autenticamente e profondamente umana. L’umanesimo teresiano, che troviamo nei suoi scritti, nelle sue lettere, nelle sue fondazioni. Anche con un’impronta di simpatia, con quella sua prerogativa di saper ridere, parlare con Dio, discutere con Dio, l’audacia di dirgli: «Signore, se io potessi nascondermi da Voi, come Voi vi nascondete da me, non lo sopportereste». Com’è bello sentire questi santi mistici umanissimi, come Dio è umanissimo con noi!
Una necessaria demitizzazione e verità storica attorno alla figura della Santa, troppo condizionata dall’epoca barocca, ci ha regalato la riscoperta di una serie di valori evangelici nascosti, che ci permettono di cogliere Teresa in sintonia con le nuove sensibilità della Chiesa e del mondo d’oggi. Una santa che non è più lo splendore della razza spagnola, come si diceva in passato, ma piuttosto una donna di poco conto e segnata dalla sua stirpe ebraica (le ultime ricerche effettuate sulla sua genealogia hanno rivelato che Teresa era nipote in un ebreo convertito, anzi, di un ebreo che si era convertito al cristianesimo, ma poi era ritornato all’ebraismo, che era stato condannato dall’Inquisizione e che, furbo come era, questo nonno di Teresa, che si chiamava Alfonso Sanchez de Toledo ed era un mercante di stoffe, mandò i suoi figli via da Toledo, li mandò ad Avila, acquistò per loro dei titoli nobiliari, li fece sposare con gente nobile, per lavare quella macchia che allora costituiva il discendere da Ebrei. Altro che santa della razza! Come fra Luis de Léon, come Giovanni della Croce, come S. Giovanni d’Avila era discendente di quelli che allora si chiamavano marrani, cioè cristiani nuovi, non di vecchia tradizione, ma appena appena convertiti e per forza. Non dobbiamo dimenticarlo. Teresa di Gesù, nonostante la sua simpatia, la formazione che ha, non è una santa aristocratica, ma una santa nobile, di quella nobiltà d’animo che deriva dall’educazione, dalla capacità di saper essere splendida in tutto, anche nello scrivere; però è una donna che sente profondamente tutti i disagi della società del suo tempo: sente il disprezzo per le donne e le difende e si autodifende, sfidando anche i teologi. Difatti, in alcune correzioni apposte ai suoi manoscritti, sembra che se la prenda con gli inquisitori. C’è una famosa pagina che è un grido femminista terribile: fu cancellato dal censore perché aveva osato dire che questi giudici, essendo «tutti uomini e figli di Adamo, non vedono virtù nelle donne che non abbiano in sospetto. Ma un giorno si chiarirà e vedremo la verità. Secondo me, non bisogna disprezzare virtù e anche coraggio per il semplice fatto che sono di donne». Tutto cancellato: ma l’inchiostro usato da Teresa era molto migliore di quello usato dal censore e alla fine siamo riusciti a leggere che cosa aveva scritto Teresa. È dunque una donna che ha sofferto la emarginazione del suo tempo, sospettata di eresia e accusata all’Inquisizione, disprezzata da un Nunzio apostolico come femmina inquieta e vagabonda; Teresa amica dei poveri e degli operai, serva dei malati, sensibile alla emarginazione e allo sfruttamento degli indios dell’America (i suoi fratelli, proprio per non essere guardati con sospetto come nipoti di quel famoso mercante di Toledo, uno dopo l’altro se n’erano andati quasi tutti in America: lei li pensava perciò come evangelizzatori; poi venne un loquace francescano che la illuminò facendole comprendere che gli evangelizzatori erano loro, mentre i conquistatori spagnoli – anche i suoi fratelli – erano gente che usava molto più la spada che il vangelo, molto più la violenza, che la Parola di Dio). Teresa allora dirà: «Quanto mi costano questi indiani». Li portava nel cuore.
Come sono belli certi aspetti sociali di Teresa che mai era passato per la mente a nessuno degli autori barocchi di mettere in luce e come suona bella la parola di Teresa oggi, in questi momenti di guerra, in una sua lettera scritta a un suo amico, don Teutonio di Braganza, futuro arcivescovo di Evora e amico del re di Portogallo: «Mi dicono che c’è una guerra imminente tra la Spagna e il Portogallo. Lei, che è consigliere del re, deve impedirlo. Non deve esserci la guerra, io non lo potrò sopportare, mi sento morire al pensiero che si ammazzino gli uni gli altri. Perché in tempi in cui ci sono così pochi cristiani, che si ammazzino gli uni gli altri, è una grande sventura». Che passione per l’uomo, che passione per l’umanità! Che senso forte hanno questi mistici che sentono, in un momento determinato, non soltanto l’urgenza di pregare per la pace, ma anche quella di agire per la pace. Questa è la mistica, questa l’operosità, questo il senso di Dio.
Di tanti aspetti sociali di Teresa noi adesso ci rendiamo conto, grazie a una certa revisione storica, a un’ambientazione del personaggio, ad una conoscenza migliore della situazione. La donna era disprezzata e Teresa difende le povere donne di S. Giuseppe unite per un progetto sospetto agli ecclesiastici del suo tempo, come quello della preghiera per la Chiesa.
Teresa era sospettata anche da alcuni che fino a poco tempo fa avevamo ritenuto suoi grandi ammiratori, come un certo padre Bañez, che a un certo punto disse di lei:«Vedremo come andrà a finire questa donna!». E pensare che era ritenuto uno dei più grandi protettori di Teresa! Ma era una maschio teologo…Questi Domenicani – tutti santi! – disprezzavano alcuni loro confratelli – come Luis de Granada – che scrivevano libri di preghiera per donnette «mujercillas», mogli di falegnami «mujeres de carpinteros» perché imparassero a pregare. Pareva che dovessero rubare il mestiere ai teologi che dicevano con ironia: «Bene, diamoci tutti all’orazione e chiudiamo le Università». Una delle cose belle che ha fatto Teresa è stato riuscire a mettere insieme i teologi e gli spirituali, che avevano sempre un conto in sospeso tra loro. I primi non si fidavano dei teologi, perché sostenevano che non vivevano quello che insegnavano. I teologi a loro volta sospettavano degli spirituali che ritenevano degli illusi. Teresa invece dice: «Voglio teologi, che mi dicano la verità, ma voglio anche spirituali; però, se devo fare la scelta tra uno spirituale e un teologo, preferisco il teologo, perché mi dice la verità oggettiva, mentre lo spirituale può diventare magari il mio specchio». Che bella passione per la verità, ma anche che senso femminile di questo tessere bene tutte le trame, di unire tutti. Come sarebbe bella oggi Teresa se fosse qui per fare ecumenismo, per fare dialogo interreligioso, per la pace, per la comunione nella Chiesa. Sarebbe una donna di pace, di concordia, di dialogo, come ci aiuterebbe anche ad eliminare certe durezze del nostro linguaggio, come favorirebbe la comunione!
È un sogno? No, per chi legge Teresa di Gesù, per chi la capisce, demitizzata dall’alone impostole dalla spiritualità barocca, entrando cuore a cuore nel suo insegnamento, coglie tutta la bellezza di questa donna e del suo messaggio.
Per concludere dico ancora due cose. È stato detto che oggi –l’ha scritto anche Armido Rizzi, nel suo famoso libro Rifare la spiritualità – Dio in cerca dell’uomo – . In genere si parlava dell’uomo in cerca di Dio, ma la Rivelazione e l’Incarnazione ci dicono che è Dio che è venuto in cerca dell’uomo. Teresa di Gesù dice che questa è la spiritualità. Non siamo noi a cercare Dio, ma è Dio che cerca noi. Non ci facciamo illusioni: non è l’uomo a cercare Dio, ma è Dio che cerca l’uomo e va a trovarlo, proprio per arricchirlo, per dirgli: «Tu sei a mia immagine e somiglianza, tu sei il luogo della mia presenza, tu sei invitato alla comunione con me». Dio si dona totalmente, in libertà, però Teresa dice – ed è un principio fondamentale della mistica – che Dio non si dà del tutto se noi non ci diamo del tutto. Il mistico, più che qualsiasi altro, più che un predicatore di mestiere, dice che è così preziosa la libertà della persona umana,che l’unica cosa che Dio chiede da noi è la nostra libertà per arricchirci di tutti i suoi doni. È su questa realtà che si gioca tutto. Niente moralismo, niente prediche, niente devozioni. In fondo in fondo la spiritualità è questo: un Dio che cerca l’uomo, lo cerca, lo incalza, ma a un certo punto, vedendo anche la sua impotenza – perché Dio non può imporsi, ma soltanto proporsi – cerca questa risposta. Allora Teresa imbastirà anche tutto un castello interiore come grande progetto di Dio e anche della santità, proprio dicendo alla persona umana: guarda te stessa, guarda come ti ha fatto bella. Non pensare prima ai tuoi peccati, pensa che sei fatta a immagine e somiglianza di Dio,come Dio abita in te e che sei chiamato nientemeno che ad avere conversazione con Dio. Da questo incanto, col quale io ti dico chi sei, incomincia a dire a Dio «sì», perché si sblocchi tutta la tua capacità di ricevere, tu che sei capace di Dio. «Capax Dei» dicono i teologi, ma in fondo in fondo lo dice anche Teresa, l’uomo è reso capace di Dio, ma anche Dio diviene «capax hominis». Se Dio si dona a noi per divinizzarci, prima si è fatto uomo per poter essere della nostra condizione. Teresa dice espressamente che Dio si è fatto della nostra condizione, perché noi possiamo essere della condizione di Dio: potremmo chiamarla la fenomenologia del dono, la capacità di saper guardare se stessi come Dio ci guarda, la capacità di rimanere incantati da quello che noi siamo, come un mistico che vede le cose «da Dio». Ha detto molto bene Gustavo Gutierrez, il famoso teologo della liberazione, ma anche grande uomo spirituale, adesso diventato domenicano: «Mistico non è soltanto quello che ha esperienza di Dio, ma colui che torna al mondo con gli occhi di Dio e col cuore di Dio, per guardarlo con gli occhi di Dio e per amarlo col cuore di Dio».
Penso che Teresa sia così, anche per il nostro mondo: una santa umanissima, un’amica, una che vuole che siamo tutti amici forti di Dio, una santa che ci persuade con la verità della sua esperienza, che non impone, ma propone, che è amantissima della nostra libertà, che dice addirittura: non dovete imporre niente, ma lasciare che Dio operi in voi. Questa è la metodologia teresiana, la sua mistagogia: lasciare che la persona si apra liberamente a Dio perché Egli vi possa operare. E quando Dio opera, ti può chiedere tutto; ma se Dio non opera, è inutile che tu chieda, che tu pretenda: schiacci le persone con obblighi, susciti problemi, difficoltà, frustrazioni.
Forse noi ci aspettiamo da Teresa di Gesù, dagli amici di Teresa di Gesù, da tutti coloro che amano la sua dottrina anche questa attualità, perché in fondo non si tratta dell’attualità di Teresa di Gesù, ma dell’attualità del Dio di Teresa di Gesù, perché il mistico non parla di se stesso, non è un narcisista, ma un estroverso, una persona dell’estasi, una persona che dice Dio, e Dio è la sua unica parola. Ma vuole che questo Dio sia amato, come egli ama noi.
Tutto quello che vi ho detto questa sera non vuole essere una esaltazione di Teresa, ma un’esaltazione del Dio di Teresa, del Cristo di Teresa, della Chiesa di Teresa, ma anche della persona, come è stata vista da una mistica come la mia Santa Madre Teresa di Gesù, Dottore della Chiesa, amica, grande amica, che soltanto col soffio della sua testimonianza vuole attirarci o, come lei dice con una parola bellissima in spagnolo: «escrivo para engolosinar», scrivo per ingolosire, perché possiate essere presi da Dio, come io stessa sono stata presa da Lui.


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