In questo periodo di sofferenza fisica e di prossimità ad una morte ineluttabile, Elisabetta guarda spesso Gesù, ammirando la sua pace, la sua forza e il suo radicamento in Dio. Cerca la sua presenza. È bene affidarsi a lui e fare come lui.
Elisabetta volentieri chiama Gesù il suo «Maestro». Egli le insegna come vivere e amare, fino alla fine. Però più che l’insegnante che propone dei comportamenti da adottare, Gesù è il suo «Maestro» nel senso biblico: Parola del Padre che gli rivela la Trinità d’Amore che cerca di attirarci dentro il suo flusso vitale. «Maestro», infine, perché Elisabetta gli dona la sua giovane vita con una appartenenza incondizionata e senza ritorni. E sperimenta come Cristo, che lei guarda con una ammirazione sconfinata, l’affascina, respira in lei e la trasforma. «Egli è così bello…, l’amo appassionatamente e amandolo mi trasformo in Lui» (L 130).
Gesù vuole essere anche il mio «Maestro». Ma ho un bell’essere chiamato a questa vita nuova nel Cristo: fintanto che non mi decido ad accogliere la mano offerta e ad entrare, umilmente, con semplicità, a poco a poco, nel rapporto d’amicizia che egli mi offre, la sua forza non si svilupperà in me, né la gioia della sua Presenza, né la capacità di mettermi al suo servizio in mezzo agli altri.
In questo secondo «giorno», con una logica dolce e stringente, Elisabetta m’invita ad aprirmi interamente a Dio, «permettendo alla sua luce d’irradiarmi». Ogni spazio oscuro, ogni angolo in cui custodisco ostinatamente il mio interesse superficiale ed egoista, dovrà arrendersi al suo Sole. Perché non da oggi? Prima o poi non resterà che il Sole. Perché non adesso?
Per percepire chiaramente la voce del Cristo che mi ripete il suo amore, dovrò fare «il silenzio interiore in tutto il mio essere». E chiedere a Elisabetta di ricordarci quanto le nostre «potenze» – la nostra capacità di prestare attenzione e di amare, di desiderare e di resistere, di sentire e di gioire – possano essere bloccate, tirate da ogni parte, portate molto lontano dal «solo esercizio d’amore» in ogni cosa.
Pretesti interiori egoistici, ripiegamento sulla mia sensibilità ferita, caccia appassionata di desideri banali, ed ecco che «disperdo le mie forze»: non sono più libero, totalmente aperto a Dio, «tutto dato a Dio». Finirò per essere vittima di tante voci contraddittorie dentro di me e lontano da quel «silenzio interiore», da «quella bella unità interiore» che permette di lodare Dio sulla terra come in Cielo; – e come meriterebbe di essere lodato.
Elisabetta, la pianista, usa un’immagine: senza l’unità interiore di tutto il mio essere, io sono come una «lira» che non vibra all’«unisono» con ciò che il Cristo intende suonare su di essa; produco delle «dissonanze». Se, al contrario, vivo nell’ «unità interiore», orientato verso Dio e «dato a lui», le «corde» della mia lira saranno ben accordate, e la musica della mia vita umana «armoniosamente divina». Il Signore si compiacerà di “concertare” con me, la mia vita suonerà «sotto il suo tocco», a lode della bellezza del suo amore.
Il che può condurre molto lontano. Elisabetta, la musicista, si sapeva interamente presa, accordata perfettamente. Ma quale programma d’ascesi e di disponibilità, d’amore affinato, dietro l’immagine poetica della lira! «Per suo amore ho lasciato perdere tutto», ripete Elisabetta facendo eco a san Paolo.
Però nel Suo amore, ha anche trovato tutto, «scoprendo il suo Dio presente, vivente in lei». In Dio trova il suo «baluardo». Nascosta in lui, è portatrice d’una grande felicità per gli altri e arricchita di «forza» per vincere gli ostacoli e le difficoltà. Elisabetta guarda a Maria Maddalena, divenuta infine libera e, insieme, prigioniera. Se è duro liberarsi, è dolcissimo essere libero.
Noi facciamo tanta fatica a pregare perché siamo attaccati a tante cose. Onore, ricchezza, confort, tempo libero, carriera, potere, prestigio, performance, successo, una bella casa e molto divertimento: cose che non garantiscono la vera felicità.
Se hai il coraggio di perderti di più in Dio, ritroverai tutto in modo nuovo. Alla luce di Cristo, la tua vita, il mondo, il tuo lavoro, gli amici, il tuo cuore, e la tua stessa intelligenza ti saranno ridati da un Amore che ti manda e ti accompagna. La tua inquietudine finirà. Il tuo essere profondo sarà meglio «raccolto» in Dio, sarai «in pieno possesso di te stesso». E Dio ti «custodirà con una cura gelosa», perché tu avrai compreso che il vero linguaggio dell’amore è quello del cuore che dona. Il bel canto dell’amore è scritto sulla lunghezza d’onda dell’oblio di sé.
Senza l’amore di Dio, avrai sempre l’impressione di non avere vissuto abbastanza, né abbastanza bene. Con l’Amore, l’eternità sarà troppo breve. A ventisei anni Elisabetta lo sapeva.
(Conrad de Meester – OCD)
Il testo di Elisabetta
3. «La mia anima è sempre tra le mie mani» [Sal 118, 109]. Ecco quello che cantava nell’anima del mio maestro, ecco anche perché in mezzo a tutte le angosce Egli rimaneva calmo e forte. La mia anima è sempre tra le mie mani!… Che significa, se non quel pieno possesso di sé in presenza del Pacifico? C’è un altro canto del Cristo che vorrei ripetere incessantemente: «Vi conserverò la mia forza » [Sal 58, 10]. La mia Regola [del Carmelo] mi dice : «Nel silenzio sarà la vostra fortezza». Penso perciò che conservare la propria forza nel Signore, sia fare l’unità in tutto il proprio essere attraverso il silenzio interiore, raccogliere tutte le proprie potenze, per occuparle nel solo esercizio dell’amore, avere quell’«occhio semplice» [Mt 6,22] che permette alla luce di Dio di riflettersi in noi.
Un’anima che discute con il proprio io, che va dietro alle proprie sensibilità, che asseconda un pensiero inutile, un desiderio qualsiasi, quest’anima disperde le proprie forze, non ha orientato tutto a Dio: la sua lira non vibra all’unisono e il Maestro, quando la tocca, non può farne sgorgare armonie divine, c’è ancora troppo d’umano, è stonata. L’anima che trattiene ancora qualche cosa per sé nel suo regno interiore, le cui le potenze non sono tutte «raccolte» in Dio, non può essere una perfetta lode di gloria; non è in grado di cantare senza interruzione il canticum magnum [grande cantico] di cui parla san Paolo, perché in essa non regna l’unità; e invece di perseguire la sua lode attraverso tutte le cose nella semplicità, è costretta a riunire senza sosta le corde del suo strumento che sono un po’ disperse da tutte le parti.4. Com’è indispensabile questa bella unità interiore all’anima che vuole vivere quaggiù la vita dei beati, cioè degli essere semplici, degli spiriti! Mi sembra che il Maestro si riferisse a questo quando parlava alla Maddalena dell’«Unum necessarium » [l’Unico necessario (Lc 10, 42)]. Come la grande santa l’aveva capito! L’occhio della sua anima, rischiarato dalla luce della fede, aveva riconosciuto il suo Dio sotto il velo dell’umanità; e nel silenzio, nell’unità delle sue potenze, «ascoltava la parola che Egli le diceva» [Lc 10,39]. Poteva cantare: «La mia anima è sempre tra le mie mani», e ancora questa piccola parola: «Nescivi». Sì, ella non sapeva più nulla all’infuori di Lui! Si poteva fare chiasso, agitarsi attorno a lei «Nescivi»! Né il suo onore, né le cose esteriori potevano farla uscire dal suo sacro silenzio.
5. Così avviene dell’anima entrata nella roccaforte del santo raccoglimento: l’occhio della sua anima, rischiarato dallo splendore della fede, scopre il suo Dio presente, vivente in lei. A sua volta lei dimora così presente a Lui, nella bella semplicità, che Egli la custodisce con cura gelosa. Allora possono sopravvenire le agitazioni dal di fuori, le tempeste dal di dentro, allora si può attentare alla sua dignità: «Nescivi»! Dio può nascondersi, ritirare la sua grazia sensibile: «Nescivi»… E ancora, con san Paolo: «Per suo amore ho lasciato perdere tutto» [Fil 3,8]. Allora il Maestro è libero, libero di inondarla, di donarsi «a sua misura». E l’anima così semplificata, unificata, diviene il trono dell’Immutabile, poiché «l’unità è il trono della Santa Trinità» [Ruysbroec].
(da “Ultimo Ritiro di Laudem Gloriæ” Elisabetta della Trinità)




