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ALLA RICERCA DEL VOLTO DI CRISTO: LA SINDONE NEL CARMELO

L’incontro di questa sera mette a confronto due realtà diverse, distanti, che sono il mistero di Dio, che ha misericordia della situazione disperata dell’uomo (questa è la realtà oggettiva più grande), e una realtà composta da due fatti locali, quali la presenza di un telo misterioso, la Sindone qui a Torino, e la memoria di una donna morta tanto tempo fa, di cui si conservano le ossa proprio qui, ma che è una delle migliaia, milioni di persone che sono passate prima di noi nella storia.
Queste due realtà si incontrano, o si passano soltanto accanto? Se si incontrano, dove si incontrano? Cercheremo di condurre una riflessione che ci permetta alla fine di fare una sintesi che offra un tentativo di risposta a questa domanda.
Da una parte la realtà della miseria umana e della misericordia di Dio, che è una realtà totalizzante all’inizio e alla fine della storia e abbraccia tutto. Dall’altra queste due cose che sono certamente belle, ma limitate (Sindone e beata Maria degli Angeli): esse ci danno la dimensione del limite della nostra stessa vita – perché anch’essa è piccola – ma entrano all’interno di quell’altra realtà che è la misericordia di Dio che si china sulla nostra miseria.
Proponiamoci quattro momenti di riflessione:
• • partiamo dalla realtà dell’umanità di Gesù;
• • in un secondo momento rifletteremo sul messaggio della Sindone
• • poi sulla beata Maria degli Angeli, in quanto innamorata della Sindone;
• • infine spenderemo qualche parola di aggiornamento sugli ultimi eventi che hanno riguardato la Sindone.

L’umanità di Gesù
Se vogliamo capire qualche cosa sia del mistero della Sindone sia dell’amore e del rapporto forte che ha legato e lega tante persone nella storia a questa realtà, dobbiamo partire dal fatto che il Figlio di Dio si è fatto uomo.
Il titolo «uomo» applicato a Gesù lo troviamo qualche volta nel vangeli e sembra un titolo non di eccellenza, perché quando si dice di Gesù che è un uomo, non si dice nulla di particolare. Tutti lo conoscevano come uomo, tutti ammettevano che fosse un uomo. Alcuni lo trovavano più simpatico, altri meno, ma uomo. In realtà si tratta invece di qualche cosa di enorme. Era un’umanità per un verso tanto reale e amabile, anche se imponente; per un altro verso un’umanità così misteriosa che, anche se non permetteva a nessuno di dubitare che egli fosse veramente uomo, portava in sé una specie di provocazione, di stimolo ad andare oltre, a rendersi conto che colui che era veramente uomo, era anche più che uomo. L’umanità di Gesù era la predella assolutamente indispensabile per poter guardare in là e rendersi conto che il mistero che è presente in ogni uomo, in particolare in quell’uomo, si apriva su un mistero molto più grande, che non si chiamava più soltanto umanità, ma si spiegava soltanto come appartenenza alla famiglia di Dio.
Questo uomo vero, anche se grande, eccezionale, uomo e più che uomo, diventa amico, compagno di viaggio, sostenitore solidale del cammino degli altri uomini, per alcuni aspetti partecipi della sua esperienza di uomo. Ciò si verifica in particolare per il suo sangue, per la sua carne. Egli ne parla con disinvoltura, anche se – come ci ricorda San Giovanni (cap. 6) – la gente lo travisa e non ha nessuna voglia di accettarlo. Quel sangue che lui promette di dare come bevanda, quel corpo che lascia come cibo, è il sangue che egli versa sulla croce, in tutte le torture che ha dovuto affrontare prima di arrivare al momento della morte dolorosa. Quella carne, quella natura umana che lo rende così simile a tutti quelli che gli stanno attorno e così capace di immedesimarsi della loro sorte, è proprio l’umanità che gli permette di soffrire in una misura che sembra senza misura.
Coloro che hanno pensato al destino di Gesù come è stato vissuto, come loro stessi avevano sperimentato o sentito raccontare, erano molto colpiti da questo mistero di sofferenza e morte. Quante volte nel nuovo Testamento si parla del sangue di Gesù! Noi siamo talmente abituati a sentirne parlare, che non lo notiamo nemmeno più quando leggiamo una pagina della Bibbia in cui si parla del suo sangue. Eppure è quel sangue che continua ad essere per Gesù ora, nella sua condizione di risorto, il titolo con cui egli presenta continuamente al Padre la sua intercessione per noi, come vittima di espiazione per i nostri peccati. È perché c’è un’umanità che si è spesa così che noi abbiamo questa garanzia, questa sponda in paradiso davanti al trono del Padre: «Per le sue piaghe siamo stati guariti». È per questa sua carne che ha saputo essere tanto solidale con noi da gustare fin dov’era possibile tutta la sofferenza dell’uomo, che noi abbiamo visto la sua gloria. Il Padre avrebbe potuto rivelarci la divinità del Figlio, come ci ha fatto rivelare la divinità dello Spirito Santo, solo attraverso la sua parola, ma in concreto ha voluto servirsi della sua «carne» (come dice san Giovanni: 1,14) per farci giungere a intravedere la sua gloria; è l’Incarnazione la via della rivelazione adatta al nostro modo di essere, perché noi siamo persone umane.
Naturalmente bisogna accettare l’umanità di Gesù, nelle sue caratteristiche: per un verso essa era perfetta (i vangeli non ci hanno tramandato nessun ricordo di imperfezione fisica di Gesù), ma per altro verso essa aveva la capacità così profondamente umana di soffrire. È in questa totalità di esperienza che noi dobbiamo accettare Gesù: il fatto che sia stato realmente uomo, che abbia partecipato alla nostra condizione in una maniera totale, fino a giungere a quella umiliazione, a quella morte così lacerante. È l’aspetto più sconvolgente per chi si rivolge a lui come salvatore. Eppure – dice S. Giovanni – «a coloro che lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (1,12).
Cosa vuol dire questo? Non soltanto l’accettazione del fatto che lui sia venuto. C’è una specie di ponte che lega questa prima parola di S. Giovanni con una delle ultime parole, quando Giuseppe di Arimatea e Nicodemo depongono dalla croce il corpo esanime di Gesù. Nota S. Giovanni che lo «hanno preso» (19,40: è ripetuto lo stesso verbo che in 1,12). All’altra estremità del vangelo giunge la verifica e la spiegazione di quanto era stato messo come condizione all’inizio. Come lo devi accogliere? Così, senza vita, senza più niente di suo, in questa condizione di totale annientamento. Se lo accogli così, ricevi il potere di diventare figlio di Dio.
È in questo momento estremo della sua esistenza che il suo corpo diventa tempio. A coloro che erano andati a domandargli con quale autorità aveva cacciato i venditori dal tempio egli aveva risposto: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni io lo riedificherò (lo risusciterò) » (2,19). I suoi interlocutori gli ridono dietro: Abbiamo impiegato quarantasei anni a costruirlo, e tu in tre giorni lo butti giù e lo riedifichi? «Intendeva parlare – spiega Giovanni – del tempio del suo corpo» (2,21). Ed è stato proprio così che questo «corpo» – un termine che S. Giovanni usa molto di rado: soltanto per lanciare questa profezia all’inizio del suo vangelo e poi verificarne la realizzazione – viene accolto nella deposizione dalla croce, distrutto, e tre giorni dopo, dove c’era stato prima il suo corpo ci sono soltanto gli Angeli a dire alla Maddalena: «Perché piangi?» (20,12-13).
Questo è il segreto della salvezza che Dio ci offre: l’umanità di Gesù.

Il messaggio della Sindone
Che cosa può essere il messaggio della Sindone, se non qualche cosa che rispecchia la sostanza di quello che abbiamo detto? In questa chiesa potete vedere un’immagine della Sindone: non è la Sindone vera, ma la documentazione di una tradizione molto bella, presente presso Casa Savoia che ne dava esemplari a persone o istituzioni che erano loro care per qualche motivo. Che cosa è la Sindone, se non un segno particolarmente vivo, fedele, a modo suo efficace, di quell’umanità di Gesù che è stata così capace di soffrire e attraverso la sua sofferenza di diventare così efficacemente salvatrice, espiatrice, redentrice? Quest’immagine, mostrando l’uomo morto, fa sorgere la domanda: «Che ne è di quest’uomo, dell’uomo?». Adesso siamo di fronte ad una eclisse dell’umanità.
È il mistero del sabato santo, quel momento di cui parlavamo, della deposizione di Gesù dalla croce. Dove è stato deposto? Nel grembo di sua madre, come ci suggeriscono tante rappresentazioni artistiche, a partire da quella di Michelangelo in S. Pietro. Ma sua madre non lo ha potuto tenere a lungo nel suo grembo, se pure le è stato davvero deposto in grembo! Ma in un lenzuolo, sì: questo lo dicono i vangeli. In quel momento non c’era altro, perché l’umanità di Gesù era stata così umiliata da essere prima rivestita del manto regale per burla e poi da essere privata di tutto, esposta al ludibrio e alla vergogna. Quel lenzuolo fu il rifugio della sua umanità avvilita, umiliata, distrutta per il periodo nel quale il Figlio di Dio, che è anche Figlio dell’uomo, cessò – diremmo – di essere figlio dell’uomo. Egli era morto, uomo morto: il morto lo chiamiamo ancora uomo, per pietà, ma sappiamo che non è più persona umana, non ha più la capacità di entrare in relazione con gli altri, ha cessato di essere in grado di decidere di fare qualsiasi cosa. Che profondità di mistero! Trovarci di fronte alla presenza di Dio che sostiene una umanità apparente, fin quando la risurrezione non ricreerà quel mistero ineffabile che è l’unione della natura divina con la natura umana. È tutto attestato da quell’immagine così difficile da vedere e che sempre ti turba dentro. Non è gratificante quello che si vede, perché ci si trova di fronte all’uomo distrutto. E insieme ti passano per la mente tutti i particolari delle descrizioni della Passione di Gesù e della sua sepoltura che leggiamo nei vangeli: la Sindone ne è davvero lo specchio. Si guardano in faccia, l’un con l’altro, il «racconto» in immagine della Sindone e il racconto letterario dei vangeli. Questi ci dicono chi è che ha sofferto; la Sindone ci dice come ha sofferto, e ce lo dice molto di più e molto più in dettaglio di come ce lo dicono i vangeli.

La beata Maria degli Angeli e il Carmelo di fronte alla Sindone
Tanti discepoli di Gesù nel corso dei secoli non hanno mai saputo che esisteva la Sindone, eppure sono diventati santi. C’è una splendida storia di santità, che parte dal vangelo, ma non conosce la Sindone. Tuttavia ci sono relazioni sconosciute, nascoste, tra realtà che sono in sintonia tra loro. Ci viene da pensare a fenomeni carsici: quando, in un determinato momento, quello che era nascosto emerge in superficie, ci si rende conto della stretta relazione che esiste tra queste realtà. La beata Maria degli Angeli è uno di questi casi: dalla sua esperienza emerge la manifestazione del rapporto che corre fra le due realtà, del Carmelo e della Sindone.
Maria degli Angeli ha avuto la famosa esperienza, probabilmente del 1676, che ha dato origine in un istante a un cambiamento di rotta: era orientata verso le Cistercensi di Saluzzo, ma questo avvenimento le fece scoprire il disegno che da tutta l’eternità Dio aveva nei suoi confronti. Però questa esperienza avviene in un contesto di maturazione. Nelle sue confidenze sul cammino della propria vita, a partire anche dai primi anni, si vede che questa preparazione sta progredendo e sarà seguita da un lavoro di corrispondenza alla grazia che il Signore in quel momento fondante le aveva fatto. Un lavoro che dura per tutta quanta la sua vita.
Tra il carmelo di S. Cristina e la Sindone c’era stato già un piccolo rapporto perché, durante il periodo della costruzione del monastero, mentre le monache non erano ancora legate dalla clausura, ci fu un’ostensione della Sindone. In quella circostanza Madama Reale, Cristina di Francia, invitò le suore ad andare a vedere la Sindone e fu probabilmente lei a donare alle monache la copia del 1634 che vedete in questa chiesa. È possibile che la sensibilità delle carmelitane nei confronti della Sindone sia stata accresciuta, soprattutto ai tempi della beata Maria degli Angeli, dalla familiarità con la corte.
Ma alla base di tutto questo e in sintonia con questa devozione, favorita da una situazione così circostanziata, quale fu il rapporto con la corte granducale (fra poco corte reale), c’è una realtà ancora più fondamentale: il posto che occupa l’attenzione all’umanità sofferente di Gesù nella tradizione teologica e pedagogica della storia del carmelo. Il primo nome che viene alla mente è quello di Teresa di Gesù, la fondatrice o rifondatrice del Carmelo, la cui dottrina e spiritualità aveva il punto focale nell’umanità di Gesù. Siamo a conoscenza delle infinite discussioni a questo riguardo, anche perché i maestri a cui lei si riferiva, non erano molto chiari in questa direzione. Questi maestri di vita spirituale concedevano per benigna indulgenza che coltivassero un rapporto con l’umanità di Gesù coloro che erano all’inizio del cammino spirituale, ma esigevano che dopo ci si avviasse verso la contemplazione pura della essenza divina, la Trinità. Ora, questo discorso, in maestri che Teresa stimava tanto, la lasciava abbastanza indifferente perché, nella grande luce che lo Spirito Santo le concedeva, in continuità con la grande intelligenza che il Signore le aveva dato fin dall’inizio, ella sapeva distinguere immediatamente tra quello che vi era di utile in quell’insegnamento e quello che invece era caduco. Lei non si lasciò mai convincere che ci sia un momento dell’esperienza della vita spirituale del cristiano, sia quello che non ha particolari doni, sia quello che ha doni sublimi, in cui ci si possa distrarre da un rapporto forte con l’umanità di Gesù. In questo clima, c’è una parola di Teresa che è illuminante proprio nei confronti della Sindone. Teresa dice: «Ed è per questo che amo molto le immagini»! Nei suoi monasteri aveva delle immagini belle e altre meno belle: lei le amava tutte, le sfruttava tutte per ciò che le servivano. «Io non potevo pensare che a Gesù Cristo come uomo. Ma, per quanto leggessi della sua bellezza e contemplassi le sue immagini, non mi riusciva di rappresentarmelo se non come un cieco, come un uomo che sia al buio, il quale, parlando con una persona, sente di essere alla sua presenza, ma non la vede. Ed è per questo che io amo molto le immagini». [1] Una persona che pensa così, figuratevi se avesse mai potuto conoscere la Sindone! Quanto sarebbe stata felice Teresa! Questa fortuna toccò a una delle sue figlie, la beata Maria degli Angeli, che ha proprio camminato per questa strada.
La seconda conversione di Teresa, di cui parla lei stessa, ha avuto rapporto con un’esperienza di questo genere: «Ormai la mia anima si sentiva stanca, voleva riposare, ma le sue perverse abitudini glielo impedivano. Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero e per la quale era stata procurata. Rappresentava nostro Signore coperto di piaghe, tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere, perché rappresentava al vivo quanto egli aveva sofferto per noi. Ebbi tale dolore al pensiero delle ingratitudini con cui rispondevo io a quelle piaghe, che pareva mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza di non offenderlo più». [2] È una donna di eccezionale intelligenza e cuore, che non ha difficoltà a coniugare l’intelligenza più acuta con la sensibilità più calda.
Nella vita della beata Maria degli Angeli ci sono fatti molto simili a questi. Nel racconto che lei fa del suo passato, si lamenta d’avere avuto un’esperienza non molto lontana da quella di S. Teresa, per essere stata molto suscettibile e molto ambiziosa. «Mi cavasti dal fango del pazzo mondo e incominciandomi a venire a nausea le delicie e gusti del mondo, di sorte che pativo un gran tormento, perché il proprio naturale li gustava, e dall’altra nostro Signore a lui mi chiamava. E così combattendo, ora ridevo, ora piangevo. E stando in questa maniera trovai un crocifisso senza la croce, e gli avevano rotto li bracci. Io quando lo vidi, mi fece gran compassione e lo presi, mettendolo nel letto della buatta, gettandola via». Era una bambina ancora, che aveva la sua bambola, la “buatta”. «Mi intenerii tanto che mi disfacevo tutta in lacrime e mi pareva gran crudeltà che l’avessero trattato di questa maniera e sentivo a dire dentro di me che io ne ero la causa. Questo mi faceva struggere di pena. Spendevo molte ore in questi trattenimenti, pregandolo che mi perdonasse i miei peccati, e nostro Signore concorreva meco, distaccandomi da quel pazzo mondo, dandomi sentimenti e desideri grandi». Anche lei, come Teresa. Attraverso la mediazione di un’immagine. Quanto più questa è efficace, tanto maggiore è l’aiuto che dà. Il trovarsi faccia a faccia col mistero della sofferenza di Gesù determinò in lei un decisivo cambiamento di rotta. Racconta ancora:«Mentre andavo allo specchio per agghindarmi vanamente, mi si presentò nello specchio [Gesù] incoronato di spine, tutto grondante sangue. A tal vista restai tutta tremante e impaurita…e mi diedi per vinta». Diverrà d’ora in poi un’innamorata di Gesù crocifisso, cui cercherà di configurarsi fino a divenire una trasparente testimonianza di lui nella dedizione generosa ai fratelli.
Tra i suoi scritti – che non sono quelli di S. Teresa, ma sono pur essi efficaci e immediati -, c’è uno schema di esercizi spirituali, in cui prende inizio proprio dalla Passione. È molto interessante la sua attenzione e la sua abilità (perché era diventata una maestra di spirito molto esperta) nell’alternare tematiche tutte evangeliche. Veramente un bell’esempio.
Possiamo concludere, come diceva il cardinale Ballestrero in una delle sue frasi fintamente semplici: «Amò intensamente la croce». È una frase non fatta, ma che risponde veramente alla realtà delle cose. Don Bosco quando parla di lei, presenta come elemento fondamentale, caratterizzante, questo suo amore per la croce, per la sofferenza. «Entrata in monastero, questo amore crebbe a dismisura. Soleva ripetere come S. Teresa: “O patire, o morire”. Nelle malattie che furono molto dolorose evitava di chiedere il più leggero sollievo, e quando le consorelle gliene offrivano qualcuno, ella rispondeva che il suo unico sollievo era patire molto nel Signore. Sul suo duro giaciglio poneva sovente pezzi di legno. Alle sei ore di sonno ne sottraeva sempre due, che dedicava alla preghiera. Digiunava spesso a pane e acqua e nello scarso cibo grossolano aggiungeva spesso cenere e assenzio. Pareva affamata di sofferenza». [3] L’educazione, che viene attraverso la familiarità favorita da questi strumenti, fa di lei una persona veramente tetragona, pure nella delicatezza di quella sua umanità, che doveva essere di una simpatia unica.
Se vogliamo una verifica nei nostri tempi per ciò che si riferisce al Carmelo, credo che il rimando sia quasi obbligato a quella grande carmelitana che fu Edith Stein, la santa proclamata patrona d’Europa, martire, proveniente dall’ebraismo. Il Papa, quando la beatificò a Colonia, fece un riassunto molto denso delle caratteristiche di questa vita. Evidenziò il fatto che, restando ebrea, nella sua convinzione profonda divenne discepola di Cristo, e come discepola di Cristo aveva la consapevolezza che andando incontro alla croce, sposando la croce, poteva rendere alla Chiesa, ma in particolare al suo popolo, il servizio della più grande solidarietà.
Edith Stein ha incontrato sul cammino della sua vita questo mistero della croce, che aveva anche occupato tanto mente e cuore dell’apostolo Paolo. Incontrò Cristo, e questo incontro la condusse passo passo nella clausura del Carmelo. Quando entrò nel monastero delle carmelitane a Colonia con il nome di suor Teresa Benedetta della Croce per partecipare ancora più profondamente al mistero della croce di Cristo, ella sapeva di essere sposata al Signore nel segno della croce. Il giorno dei suoi primi voti le sembrò di essere, come disse lei stessa, «la sposa dell’Agnello». Era convinta che il suo Sposo celeste l’avrebbe condotta nel profondo del mistero della croce. L’entrata al Carmelo non significò una fuga dal mondo o dalle proprie responsabilità, bensì una partecipazione ancora più programmatica della sequela di Cristo in croce. Disse alla priora del Carmelo nel loro primo colloquio: «Non l’attività umana può aiutarci, ma la Passione di Cristo. Esserne parte è il mio desiderio». Per lo stesso motivo, al momento della vestizione, non poté esprimere altra aspirazione che quella di venir chiamata «della Croce». E sul santino della sua Professione fece stampare le parole di S. Giovanni della Croce: « Il mio compito, d’ora in poi, sarà soltanto amare».
Dunque, il Carmelo ha – se ci è permessa la battuta – le carte in regola per andare d’accordo con la Sindone, con il messaggio della Sindone, a quella profondità a cui ci sembrava di avere potuto in qualche maniera avvertirlo.
Concluderei a questo punto la parte più tipica in risposta al titolo che è stato proposto al nostro incontro, per rispondere alla richiesta fattami di informare un po’ su ciò che è avvenuto nell’ultimo intervento riguardante la Sindone.

Gli ultimi eventi riguardanti la Sindone
È una storia che incomincia nel 1988. Il cardinale Ballestrero ottenne dal S. Padre che fosse accolta una richiesta fatta precedentemente (almeno dal congresso seguito all’ostensione del 1978): l’analisi di un piccolo campione della Sindone secondo il metodo del C 14, per sapere quanto era antico il tessuto. C’era stata molta resistenza a questa richiesta, perché all’inizio si richiedeva un pezzo di stoffa abbastanza consistente, ma poi ci si accordò concedendo la possibilità di effettuare l’analisi del tessuto sindonico. I tre laboratori interessati probabilmente hanno lavorato con serietà, non hanno giocato la loro credibilità scientifica facendo cose sbagliate; però non furono corretti nel comportamento verso la committenza, i mass media e i contatti tra di loro, secondo i patti convenuti in antecedenza. Le reazioni furono assai vivaci e tese agli estremismi. Da una parte, quelli che erano già convinti che l’età della Sindone fosse medievale trionfavano e proclamavano giunto il tempo di buttar via la Sindone: chi proponeva di portarla in un museo, chi invece, volgarmente, diceva addirittura di buttarla nel letamaio! Dall’altra parte alcuni argomentavano: se i laboratori non sono stati corretti nel modo di comportarsi tra di loro, con la stampa e anche con la proprietà, chi ci vieta di pensare che non siano stati corretti nel modo di procedere? Di lì è incominciata la baraonda delle ipotesi di una tresca ordita dai laboratori con intrallazzi vari compiuti sui campioni sottoposti a esame.
Probabilmente invece hanno agito come avrebbero agito con qualsiasi altro reperto. L’unica cosa che oggi ancora non si vuole ammettere, anche se si sa che è così, è che il metodo del C 14, che è davvero una delle conquiste della scienza nel secolo XX, ha bisogno di una taratura che non è ancora giunta alla sua conclusione. È il motivo per cui, mentre di tanto in tanto si viene a sapere (ma si cerca di tenerlo il più possibile sotto silenzio) che tra le datazioni che gli archeologi hanno dato di certi reperti e la datazione di quegli stessi reperti data dai radiocarbonisti c’è una grossa differenza, a volte molto rilevante, a riguardo della Sindone questo non deve essere detto, perché ormai la sentenza è stata pronunciata. La posizione del cardinale Ballestrero e quella della Chiesa è stata molto più serena e molto più lineare. La scienza ha parlato e noi ne prendiamo atto. Aspettiamo che la scienza verifichi. Non capita mai che il risultato di una ricerca non venga rivisitato e discusso. Come diceva il Cardinale Ballestrero, la scienza giudichi la scienza.
Dopo questa bufera ci fu il cambio dell’arcivescovo di Torino. Venne il cardinale Saldarini, cui la S. Sede diede l’incarico di lasciar perdere tutto ciò che si riferiva alla discussione scientifica, perché le acque si placassero, e di approfittare di questo tempo per mettere a fuoco un programma di conservazione che garantisse un futuro non troppo arrischiato alla Sindone. Ci fu un primo inizio con incontri di una minicommissione qui a Torino e si giunse nel 1992 a una prima ostensione della Sindone, che durò una sola giornata (7 settembre), per coloro che facevano parte di questo gruppo che all’inizio era un po’ informale e che fu poi la commissione scientifica.
Per prima cosa, vedendo che la Sindone aveva una quantità terribile di pieghe che guastavano la chiarezza della visione, soprattutto del volto, si decise di richiedere che non dovesse più essere arrotolata. Naturalmente, arrotolata, era molto più comoda da conservare, ed è il motivo per cui la cappella del Guarini fu fatta a pianta circolare. Al centro c’è l’altare del Bertola che, nella «gloria» contiene una cassetta lunga meno di un metro e mezzo. Volendo conservare la Sindone distesa nella sua lunghezza di m.4,36 x 1,10 circa (allora), bisognava risolvere il problema della sua collocazione. Si discusse per un certo periodo di quel problema. Nel frattempo si presentò la necessità del restauro della cupola della cappella della Sindone; ma quando il restauro fu ultimato, in modo davvero soddisfacente, scoppiò purtroppo il famoso incendio che distrusse tutto (notte fra l’11 e il 12 aprile 1997). La Sindone fu allora trasportata in un luogo segreto per circa un anno e frattanto ci si preoccupò di trovare un posto provvisorio per la sua futura collocazione. Non si trovò di meglio che la cappella di sinistra, nel transetto, sotto la tribuna reale.
Intanto ci furono le due ostensioni, per le quali era stata preparata una grande teca con due casse: in quella superiore c’era la Sindone, collocata in modo che vi circolasse dentro un gas privo di ossigeno. La protezione era garantita da un doppio cristallo con lo spessore complessivo di cm.7,5, dalla capacità di resistenza antibalistica verificata dai periti balistici della Val Trompia. Il suggerimento di evitare l’ossigeno veniva dalla commissione scientifica, che aveva chiesto che il telo sindonico fosse isolato il più possibile dalla luce (ma questo lo si sapeva già) e dall’ossigeno, per evitare la ossidazione. Perché questo? La natura dell’immagine è sconosciuta (chi afferma il contrario non dice il vero), ma è accertato che l’immagine ha un colore nella gamma del colore di fondo del telo, solo più intenso. Se il contrasto tra il colore di fondo del lenzuolo e il colore della immagine dovesse attenuarsi, a un certo momento non la vedremmo più e resterebbero solo le macchie del sangue, cioè quanto in questa circostanza siamo riusciti a vedere sul retro della Sindone (la prima volta dopo cinquecento anni, togliendo la fodera o telo d’Olanda): visibilissimo il sangue, ma assolutamente nulla dell’immagine.
Finite le ostensioni ci fu una nuova serie di fotografie, molto accurata, ma contemporaneamente si venne a constatare la presenza di una quantità enorme di impurità o sudiciume (non saprei come definirla in altri termini), soprattutto in alcune parti. Già prima era accaduto che si dovesse scucire un po’ il telo sindonico dal telo d’Olanda per creare dentro un piccolo passaggio (sia nel 1978 sia nel 2000 erano state introdotte sonde per una parziale esplorazione del retro del telo sindonico). Si giunse, in quella scucitura, a sollevare una delle piccole toppe al fondo del lenzuolo (una delle toppe, visibili in tutte le riproduzioni del lenzuolo, frutto del rammendo che le clarisse di Chambéry eseguirono due anni dopo il noto incendio del 1532). Venne evidenziata allora, tra Sindone e fodera, la presenza di notevoli quantità di materiale carbonioso. Sorse allora un dubbio, che era già stato anticipato da uno scienziato ebreo, molto famoso, Alan Adler, innamorato della Sindone in un modo veramente commovente: il processo del degrado avviato dall’incendio del 1532 probabilmente non si è arrestato.
Era finita la stagione delle due ostensioni e volgeva al termine l’anno giubilare 2000. L’Alenia Spazio aveva costruito una nuova teca migliore della prima, ottenuta scavando un blocco di alluminio, ricoperto nella parte superiore da una superficie di vetro, che chiudeva a tenuta perfetta, ottenendo un risultato soddisfacente, che d’altra parte è sempre sotto controllo. Però rimaneva da risolvere il problema del materiale impuro che rimaneva a contino contatto con la Sindone. Alla fine si venne alla conclusione che fosse necessario staccare dalla Sindone la vecchia fodera (il telo d’Olanda) e le toppe, in maniera da poter vedere cosa c’era frammezzo al telo (con le toppe) e alla Sindone. Il Cardinale, quando ricevette questa nostra petizione, ci pensò su e la fece poi pervenire al Papa tramite il Cardinale Segretario di Stato. Anche il Papa lasciò passare parecchio tempo e poi diede il suo assenso. Il lavoro iniziò il 20 giugno del 2002. Lo spettacolo cui si assistette alla rimozione delle toppe fu impressionante: c’era del materiale carbonioso da…raccogliere col cucchiaino! Asportate le toppe, si è cercato con le pinzette di eliminare il più possibile il materiale carbonioso dalle slabbrature del telo. Tutto è stato conservato: ci sono 40 o 50 boccettini con le varie descrizioni, tutti sotto sigillo, a disposizione di eventuali ricerche che la S. Sede deciderà di fare, quando lo vorrà. Fu sostituita la tela d’Olanda con una nuova, anch’essa acquistata, anni fa, in Olanda (una curiosa combinazione) e al posto delle toppe le due restauratrici fecero un lavoro splendido di fissazione della fodera al lino.

È ora di concludere. Questa sera abbiamo parlato di Sindone e di santi e ci ritorna la domanda sul significato della Sindone e il significato dei santi. Sappiamo che si può andare in paradiso anche senza la Sindone e sappiamo che si può andare in paradiso anche senza conoscere tutti i santi. Di fatto, però, noi abbiamo la Sindone, abbiamo i santi, i nostri santi. Alle volte il Signore ci fa dei doni che agiscono da sé, senza essere conosciuti; altre volte invece ce ne dà la conoscenza perché ci affezioniamo e apprezziamo i suoi doni. Questa sera abbiamo voluto riflettere un poco sulla ricchezza che è presente in questo dono che si chiama la Sindone, in questa tradizione, che è la tradizione dei santi, in particolare dei santi del Carmelo e specialmente della Beata Maria degli Angeli. Chiediamo al Signore che voglia fare crescere in noi la sensibilità a questi doni.

Giuseppe Ghiberti


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