Tentata dal divolo, consolata da Dio 


 

A queste sincere e umili confessioni la Beata faceva seguire altre pagine, davvero impressionanti, in cui confessava le tentazioni più sottili del Maligno che la spingeva alla disperazione, mentre ella raccoglieva tutte le forze dell'anima per gridare a Dio la sua fiducia.

«Mi pare che lo provoco a maggior sdegno ed ira contro di me. Mi pare che non troverei altro sollievo in queste pene che il darmi la morte con bever un poco di verderamo, dicendo tra me stessa: - bene, è meglio morire una volta che vivere morendo mille – ». Ed esemplificava alcuni interventi diretti del demonio per indurla alla disperazione. Una volta, mentre usciva dal coro: «mi si fece davanti il demonio e mi disse: “Piglia quella corda e vatti a impiccare, ché già sei dannata. Altro non puoi fare che sia maggior gloria di Dio che il levarti la vita”».

In altri casi il Maligno la terrorizzava con strepiti e ruggiti, o rendendole insopportabile il peso della cesta con cui portava la cena alle inferme, o tormentandola mentre faceva la disciplina di regola, o apparendole sotto le sembianze del direttore spirituale per invitarla a dargli una volta il consenso, «ché con questo non mi saria mai più tornata la tentazione». Il demonio, infatti l'assaliva con pensieri e fantasie disoneste che la ferivano profondamente: tentava di convincerla di avervi acconsentito e di aver offeso il Signore.

«Quello che più mi tormenta - scrive - è l'assistenza continua, sentendolo - e anche qualche volta me lo vedo - dalla banda sinistra in figura sì abominevole che mi fa tutta spaventare e tremare, e subito mi sento agitare dalle tentazioni con tanta furia, che mi pare che tutto l'inferno si sollevi contro di me». Ma il Signore un giorno le dice: «Di che temi? Non temere! Non mi hai offeso! Non sono bastante per consolarti? Spera in me che posso tutto... Figlia mia, quanto più ti farai coraggio e violenza, più crescerai nel mio amore».

A rendere più dolorose le rabbiose angherie diaboliche si aggiunge la terribile aridità di spirito cui si è accennato prima: «E tanto più sento questi travagli, quanto più mi trovo più arida nello spirito e abbandonata mi pare d'esser da Dio, di sorte che mi pare che non ho più di creatura che la figura, e di religiosa il santo abito, nel resto sono una bestia e un diavolo in carne... All'orazione sono così arida e secca che mi pare d'essere come un legno... O padre mio, quanto sono maggiori queste pene dalli altri travagli, perché non li so dire, né trovo parole a spiegarmi, né trovo chi mi sappia dar aiuto né conforto: solo trovo che mi giova quello che mi dice il mio confessore, cioè che mi abbandoni nelle mani di Dio: e questo stento a farlo».

I suoi sforzi tuttavia erano sempre premiati perché, «Provo... una grande assistenza di Dio verso di me». Il Signore la confortava attraverso locuzioni interiori e particolari visioni. Sappiamo che, molto significativamente, si sentì dire il primo venerdì di marzo del 1685: «Nelle tue pene ti ho eletta, non dubitar, sarai mia diletta». E il giorno di Pasqua successivo: «Ti prometto longa guerra, ma vittoriosa, se sarai constante nell'amarmi e umile di cuore».

Quanto alle visioni di quel periodo, decisiva fu quella del 14 settembre 1685: «Ritrovandomi molto travagliata dalli miei soliti esercizi, andai all'orazione tutta afflitta e sconsolata. Appena l'ebbi incominciata, Nostro Signore, per sua misericordia, mi tirò a sé in un modo straordinario, unendomi tutta a sé. Quello io facessi non lo saprei dire, se non che il gusto e la consolazione era grande, e nell'istesso ponto conoscevo che il buon Gesù voleva che io lo rinunciassi e li chiedessi da patire. Ma il mio povero naturale tremava e l'apprendeva molto, ma non potendo far più resistenza li dissi: “Dolce amor mio, vi rinuncio questi gusti e consolazioni perché così piace a Voi, e vi prego unirmi a Voi per mezzo della croce e patimenti”. E subito Nostro Signore mi presentò una gran croce e mi disse: “Figlia, ti basta l'animo di abbracciarla?” Io li dissi: “Sì, Signore, con il vostro aiuto... Ma Voi non vi siete sopra la croce!”. Mi rispose: “È in segno che da ora in poi non mi sentirai né gusterai sensibilmente, ma ti parerà sempre d'esser abbandonata. Le tue tentazioni cresceranno sempre di più, le tue passioni che sin ora sono state addormentate, ora le sentirai nel suo maggior vigore e ti tormenteranno come tanti cani arrabbiati, e quello che più ti affliggerà è il parerti sempre in mia disgrazia. Ma sta’ forte in amarmi, umile di cuore e soggetta ai tuoi superiori”».

Effetto immediato della visione fu «Un desiderio così grande d'abbracciarmi con la croce, che averei andato gridando con il buon sant'Andrea: - Oh buona croce, oh dolce croce! -, tanto era il giubilo del mio cuore, restando il mio interno quieto e senza veruna pena».

Dopo la narrazione di un'altra grazia, in cui il Signore si rivelava «sempre più pronto in esercitare la sua misericordia che la sua divina giustizia», la Beata concludeva con un sincero e umile riconoscimento della bontà divina: «Queste grazie mi danno forza e fortezza per superare maggiormente le zuffe del nemico. Oh, quanto posso poco da me stessa, se non fossi assistita dalla grazia divina, nascendomi un bassissimo concetto di me stessa, e mi dà gran pena quando vedo che le mie sorelle tengano qualche buon concetto di me, e vorrei mi fosse lecito scoprirli le mie iniquità, acciò restassero disingannate. Insomma, senza allongarmi tanto, mi trovo migliorata in questo poco tempo, che senza paragone mi vedo esser cangiata come dalla notte al giorno; e tutto questo miglioramento lo riconosco da quella infinita Bontà, versando sempre abbondantissime le sue misericordie sovra di me, benché degna di mille morti e meritevole di mille inferni».

Qui termina l'Autobiografia propriamente detta, cui seguono alcune brevi relazioni di grazie straordinarie.