Le due vie 


Un sogno, narrato con vivezza di particolari, segna una svolta decisiva nella vita di suor Maria degli Angeli. Le pareva che una religiosa la prendesse per mano e la conducesse a un bivio donde si biforcavano due strade: una «tutta triboli e spine», che finiva in un bellissimo giardino «con tutte le delizie immaginabili»; l'altra «piana e facile e piena di contenti e ricreazioni»che si buttava in «un gran precipizio». La religiosa l'ammoniva: «Li sette anni son passati, hai da mutar vita». Ancora una volta emerge il temperamento forte e - qui - ostinato della giovane monaca: «In quel ponto mi svegliai un poco intimorita, ma come ero di naturale poco pauroso, dissi tra me: «Se questo è vero, ritorni un'altra volta!». Infatti il sogno ritornò e si ripeté per altre due volte consecutive. Allora Marianna si diede per vinta e si gettò «a piedi del mio crocifisso, versando molte lacrime di dolore d'averlo offeso, che mi pareva che il cuore si dividesse in due parti». Era la fine del 1684. La Beata contava solo ventitré anni e fu allora, secondo il suo primo biografo, P. Elia di S. Teresa, che uscì dal periodo di purificazione passiva del senso per essere introdotta nella purificazione dello spirito che durò altri sette anni terribili. Noi potremmo seguirli passo passo attraverso le relazioni e le lettere della Beata al suo direttore spirituale, P. Lorenzo Maria di S. Michele, e al suo provinciale, P. Luigi di S. Teresa, che le ingiungevano di descrivere dettagliatamente quanto le accadeva in ordine alla vita spirituale.

Lettera autografa della Beata Maria degli Angeli

Le ragioni di questo incredibile travaglio dello spirito sono quelle che espone S. Giovanni della Croce a proposito delle anime chiamate da Dio ad altissima perfezione: «Esse vengono sottoposte a tutte queste sofferenze affinché si purifichino secondo la parte spirituale e quella sensitiva... Questi travagli son necessari... perché, come un eccellente liquore si pone solo in un vaso robusto, preparato e pulito, così questa altissima unione può verificarsi soltanto nell'anima fortificata da travagli e tentazioni, e purificata da tribolazioni, tenebre e angustie, giacché per mezzo delle une viene purificato il senso e per mezzo delle altre si raffina, si purifica e si dispone lo spirito».

Davvero terribile fu la purificazione cui Marianna venne sottoposta dal Signore: vessazioni diaboliche, aridità spirituale, tentazioni contro le osservanze proprie della vita religiosa e in particolare contro la carità: «Le rabbie interiori che provo sono grandissime e non posso credere che venghi dal demonio, ma mi pare che venghi da me, per essere io molto maligna, incitandomi con odi così terribili contro di me stessa che mi farei a pezzi. Altre volte mi pare d'esser un cane arrabbiato e darei - anche così mi pare - delle dentate a tutte quelle che incontrassi, e questo con mio gran gusto». E ancora: «Le rabbie che provo in trattar nostra Madre mi pare che non potrei numerarle: mi portano a mancarli il rispetto e la riverenza e a dirli parole brusche». Scriveva tuttavia al direttore spirituale: «Non manco di eseguire il comando impostomi da V. R. (Vostra Reverenza) di andarmi da lei acciò m’umilii, riportando da questa umiliazione la vittoria del mio nemico, e quella che prima mi pareva una lupa rabbiosa, divengo un agnellino, e così quieta, con tanta pace, che mi stupisco, parendomi un sogno quello che ho passato». Eppure - come risulta dalle testimonianze ai Processi di beatificazione e da quanto riferisce il primo biografo, appariva alle consorelle come un angelo di carità, di bontà, di pazienza, di amore per il Signore.

Dal 1682 cominciarono le estasi frequenti, che spesso avvenivano in pubblico, con grande confusione di lei, che con la vivida consapevolezza della sua povertà ne restava profondamente umiliata.

«Mi pare d'aver molti peccati, e venendo poi ad uno in particolare, non lo so trovare... Incominciando poi la confessione, spariscono tutti quelli gran peccati, senza che ne sappia trovar uno», scriveva al direttore spirituale lontano. E aggiungeva, uscendo in una di quelle sue esclamazioni cosi spontanee e caratteristiche: «Oh, quanto m'affligge che questo mi avvenga per castigo di Dio, facendo meco come fa con quelli grandi peccatori che non comprendono il loro misero stato e alla fine si trovano alla morte senza potersi confessare né aver dolore dè peccati». Continuando nella enumerazione delle sue tentazioni, ella scriveva circa la gola: «Mi vengono così impetuose voglie di cibi preziosi che mi sento impazientire», al punto da essere tentata di consumare gli avanzi delle inferme «con pretesto di carità», perché non fossero rimproverate di non aver mangiato. E, circa la carità, commentava: «Se le mie sorelle mi vedessero il cuore sì maligno verso di loro, fuggirebbero ben lontano da me...». E concludeva: «Con l'aiuto di Dio tengo tutto sotto cenere, ingannandole con farmi tener per buona, e sono la più pessima di tutte le creature».