Educanda a Saluzzo
Per sfuggire alla benevola tirannia materna e seguire la voce dello Spirito, col consenso del confessore, chiede alla mamma di «andare in convento». Laconicamente annota: «Ma mi fu negato!». Tuttavia non si scoraggia ed escogita un piccolo stratagemma.
Nell'autunno del 1672 la sorella Clara Cecilia sta per vestire l'abito tra le Cistercensi del monastero della Stella a Rifreddo di Saluzzo.
Marianna con la mamma assiste alla cerimonia e, appena arrivata al monastero si accorda in segreto con le monache perché la facciano entrare in clausura, «dicendo a mia madre che mi volevano far recitare un versetto, e con questo si contentò». Ma quando, conclusa la funzione, si trattò di tornare a casa, «li risposi che non ero entrata per tornare a sortire, ma che volevo star quivi a servir Nostro Signore». La contessa Tana andò su tutte le furie, ma le monache «la condussero in parlatorio e qui con belle parole la quietarono».

Partita la mamma, però, la giovane Marianna, sensibile e affettuosa, prova un senso di smarrimento profondo, rimorso per averla fatta soffrire, solitudine e amarezza, bisogno di conforto, «senza guida e senza aver chi mi aiutasse». Passati i primi giorni di pena, pareva che il cielo si schiarisse, ma le nubi si fecero ancora più dense quando chiese di potersi accostare al sacramento della penitenza e le venne risposto che le educande possono confessarsi solo una volta al mese. «Questo mi cagionò un gran crepacuore» e, afferrata carta e penna, senza indugi si mise a scrivere alla mamma perché venisse a prelevarla. «Le monache mi chiamarono (domandarono) perché scrivevo. Io li risposi: “A mia madre, perché voglio che mi venghino a pigliare, che non voglio più star senza confessarmi!”. Sentendo questo si misero a ridere e andarono dal confessore. Il confessore mi mandò a chiamare e mi promise che mi avrìa sempre confessata tutte le volte che sarìa andata: questo mi consolò alquanto, ma non del tutto, perché non avevo pettodi dire le mie cose, né lui mi dava campo e così abbandonata, non trovavo ristoro se non in un solè morto(soffitta). Là esclamavo a Nostro Signore e lo pregavo che mi volesse assistere acciò non lo offendessi». In questa penosa situazione Marianna trascorre poco più di un anno e alla fine, a furia di «sospirare e lacrimare» finisce per ammalarsi. Questa volta sono le monache stesse a comunicare la notizia alla mamma che immediatamente decide di farla ritornare in famiglia. Le Cistercensi «non facevano altro che piangere e mia sorella era inconsolabile, ma io stetti sempre costante».

